Piano o pianissimo, la cultura arriva. Sempre

Pianissimo, come la più famosa raccolta di poesie di Camillo Sbarbaro, è anche il viaggio di Filippo Nicosia, che porta i libri sulla strada per diffondere la cultura.

Filippo Nicosia è un giovane messinese che ha sempre amato i libri e la letteratura. Dopo aver lavorato in una casa editrice, si è reso conto che fare libri vuol dire tante cose, ognuna delle quali mirata a un obiettivo diverso. E, poiché in Italia − statistiche alla mano − si legge davvero poco, ha deciso di portare lui in giro i libri per raggiungere i lettori: con il furgoncino Leggiu (che nel dialetto siciliano significa leggo, leggìo e anche piano) ha percorso tutta la Sicilia, distribuendo libri e organizzando serate di lettura. Nasce così l’esperienza di Pianissimo − Libri sulla strada: con il suo viaggio, che prende il nome da una raccolta di poesie di Camillo Sbarbaro (e che richiama, alla lontana, il “festina lente” di Aldo Manuzio), vuole «contribuire a combattere questa emorragia che pare inarrestabile, che vede le librerie chiudere e il libro diventare marginale, o superfluo». Perché «paesi senza librerie rappresentano il fallimento del sistema di diffusione della cultura, già da anni debole, e lo Stato sta minando gli spazi e le possibilità di formazione e condivisione come la scuola e l’università». Ora che ha in programma un nuovo itinerario, lo abbiamo intervistato.

A livello organizzativo, come hai preparato la tua esperienza siciliana e come stai preparando quella dedicata a tutto il Sud che farai prossimamente: come scegli i luoghi dove fermarti? C’è qualcuno che ti ospita e ti accoglie?

PianissimoHo preso i contatti con gli editori siciliani, e non solo, e poi ho cominciato con davanti una cartina della Sicilia. È stato grazie al manifesto di Pianissimo pubblicato sul sito e a qualche intervista sul web e i quotidiani cartacei che tutto ha preso una dimensione inaspettata: mi chiamavano per chiedere di passare da questo o quel Comune. Da pochi contatti che avevo, mi sono ritrovato a dover rinunciare ad alcuni inviti. Scelgo privilegiando i luoghi senza librerie, in base alla possibilità logistica, alla bontà dell’associazione che mi contatta o della proposta che si riesce a mettere in piedi.

La libreria è a costo zero, sia per le scuole che per i cittadini o le associazioni. Chiediamo ospitalità, divani letto: il nostro budget è bassissimo, portiamo sempre con noi una tenda, non si sa mai.

I libri che porti in giro sono di editori indipendenti e ti sono forniti da librai altrettanto indipendenti? Li presti soltanto o la gente li può acquistare?

I libri che portiamo in giro con la libreria sono esclusivamente di editori indipendenti e li prendiamo in conto vendita direttamente dagli editori stessi: in questo modo riusciamo a escludere la distribuzione e la promozione, che spesso hanno dei costi troppo onerosi. Questo però significa che la gestione della libreria è un grande sforzo organizzativo, logistico ma anche amministrativo. I libri non sono in prestito ma in vendita. L’unico modo con cui ci sosteniamo è la vendita dei libri, non abbiamo altri introiti. Ci piace pensare che l’uso del denaro, da parte di chi ne possiede, per l’acquisto di un manufatto culturale sia parte stessa della formazione della cultura: dal cartaio allo scrittore, dal grafico editoriale al libraio, c’è un’economia che si basa sul libro, che ancora non è un oggetto superato o immateriale, anzi. Del resto per il prestito dei libri ci sono le biblioteche, presenti davvero in ogni Comune ma spesso inattive o vuote.

Del tuo viaggio con Leggiu esiste un precedente illustre: Luciano Bianciardi. Lui fece il suo viaggio negli anni Cinquanta, quando l’analfabetismo poteva essere giustificato dalla miseria. Eppure, le cose anche oggi non sembrano molto diverse se non che a giustificarlo è la rincorsa alla ricchezza materiale: sul sito parli di «paesi piccoli ma non abbastanza piccoli perché ci siano molte chiese, pasticcerie sontuose, bar e tabacchi in cui vecchine coriacee e immigrati sfreghino gratta e vinci e compulsino ai video poker». Qualcosa di molto simile lo scriveva Giorgio Bocca nel 1962 parlando di una città molto più a nord, Vigevano: «Di abitanti, cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una». Sembra che leggere, che la cultura, non sia più un bisogno, in Italia: è così?

La cosa che più mi fa arrabbiare è che non solo non è un bisogno, ma non lo è mai stato. Lo confermano Bianciardi e Bocca e ultimamente anche Tullio De Mauro: siamo un Paese di emergenze permanenti. Il libro, la cultura, l’istruzione sono sempre stati in crisi, però ci piace ripetere che è un momento, una contingenza, una congiuntura. Il motivo per cui faccio Pianissimo è che trovo questi discorsi più grandi di me e un furgone con i libri una cosa concreta. Quello che provo a fare è trasmettere tutta la bellezza che trovo dentro i libri, attraverso la pratica del leggere, capire e provare empatia.

Pianissimo è una pratica sociale ed economica che fa scaturire incontro e bellezza. Questo può valere come stimolo, come esempio, ma non può e deve sostituirsi a iniziative concertate, istituzionali, che facciano in modo di stimolare e alimentare la lettura, la visione, l’intelligenza e la ricerca nel nostro Paese.

Sei penetrato tra la gente, dal basso, in un modo che Maria Ilenia Crifò Ceraolo ha definito «interattivo» perché «chiunque può prendervi parte». Questo tentativo di rivalutare la cultura come strumento è lo stesso che ci proponiamo anche noi con i progetti di twitteratura. Pensi che oggi, vista la diffusione dei social e delle tecnologie digitali, abbia senso parlare di élitarismo della cultura? E i social e il digitale, quando diffondono cultura, la diffondono nella sua totalità o in un modo che per qualcuno può essere solo un orpello superficiale di cui fregiarsi per darsi un tono?

Questa domanda mi fa molto piacere. Credo che la cultura sia sempre inclusiva e che mai debba escludere.
Non mi piacciono le élite, i saperi chiusi, non tramandati; mi piacciono, al contrario, le avanguardie e le minoranze che con le loro battaglie hanno saputo cambiare il corso della Storia. Oggi i lettori sono una minoranza in questo Paese: dobbiamo lavorare, se crediamo nella lettura, per fare in modo che non sia più così.

Penso che la cultura e chi vi lavora debbano fare lo sforzo di rendersi accessibili e di non ignorare le innovazioni tecnologiche da cui derivano un gran numero di cambiamenti sociali, antropologici, politici. Pianissimo deve molto alla rete e ai social network, la strada d’asfalto e di persone è stata anche una strada virtuale di contatti, tweet e bacheche Facebook. Non c’è nessuna contrapposizione tra reale e virtuale, chi lavora sui media digitali ha la stessa forza di penetrazione e importanza di chi sta sulla strada. La contemporaneità è complessa e merita di essere gestita e sfruttata in tutta la sua complessità.

 

PianissimoFilippo Nicosia – È nato a Messina trent’anni fa e ha studiato e vissuto a Roma per oltre dieci anni. Dai diciotto anni ha sempre scritto e cercato di essere uno scrittore con scarsi risultati, così ha iniziato a lavorare in editoria come ufficio stampa e editor. Dopo sette anni, il passaggio al settore commerciale ha cambiato il suo rapporto con i libri: resosi conto di come venissero promossi e distribuiti, e dopo aver letto le statistiche sulla vendita di libri in Italia, ha pensato a una libreria itinerante. Perché «ad oggi, seppure si cerchi in tutti i modi di infossare i libri, di farne troppi e di pessima qualità, di venderli senza conoscerli, di svilirli a cominciare dalla scuola e dall’università, dagli editori ai distributori, i libri esistono e resistono loro malgrado».

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