#Federigo e una figliola

Venerdì 6 marzo 2015 a Siena TwLetteratura leggerà Federigo Tozzi con gli studenti dell’Istituto Professionale Guglielmo Marconi. Ecco il testo per partecipare online al gioco di lettura e riscrittura.

Siena - Piazza del Campo

Cosa può dire a un giovane di oggi un giovane irrequieto di ieri come Federigo Tozzi? Quasi cento anni dopo la pubblicazione della raccolta Giovani: novelle, le righe di un autore che fu sottovalutato sotto l’etichetta del verismo ed è ora riconosciuto fra i grandi del Novecento appaiono in tutta la loro esattezza: profonde, introspettive e disincantate.

Venerdì 6 marzo 2015 i protagonisti di TwLetteratura saranno i ragazzi dell’Istituto Professionale Guglielmo Marconi di Siena, che con l’account Twitter dell’autore @TozziFederigoTw faranno rivivere Fiammetta e la novella “Una figliola” attraverso un laboratorio di twitteratura su carta e in digitale, insieme alle professoresse Luciana Leoncini, Luciana Peruzzi e Gabriella Pozzolini.

Il gioco si svolgerà nell’ambito del progetto “Crea-attività in Città: laboratori e TwLetteratura. Leggendo Federigo Tozzi” promosso dalla Conferenza per l’Istruzione della Zona Senese e dalla Regione Toscana. Il progetto, che ha per obiettivo il contrasto al disagio scolastico, vedrà la partecipazione complessiva di tre istituti professionali: apriranno i lavori la professoressa Valeria Bertusi, dirigente scolastico dei tre istituti coinvolti, e Marzio Cresci, Coordinatore della Conferenza per l’Istruzione della Zona Senese e del Centro Infanzia Adolescenza e Famiglie (CIAF).

Mentre gli studenti di Siena giocheranno con Federigo Tozzi, – dopo il successo di Bestie che leggemmo insieme con #2019SI – tutta la comunità di TwLetteratura potrà partecipare al gioco nella giornata di venerdì 6 marzo commentando su Twitter il testo della novella con l’hashtag #Federigo. Come sempre, è possibile realizzare un Tweetbook sulla novella e georeferenziarne i brani con l’app di Litteratour (disponibile su iOS), che a Federigo Tozzi ha dedicato anche un diario sul suo blog. Ecco il testo per partecipare al gioco.

Federigo Tozzi, “Una figliola” (da Giovani: novelle, Milano, Treves, 1920)

Federigo TozziQuando Fiammetta restava sola in casa, le venivano i nervi. Allora andava in cucina e si faceva, con una macchinetta a spirito, il caffè; ma il più delle volte lo lasciava freddare senza né meno empirsene una tazza. Pigliava più volentieri un boccone di pane; assaggiava, dalla credenza, qualche cosa. Poi voleva cambiarsi, per uscire; ma, cavati i panni dall’armadio, li stendeva sul canapè; incrociava le braccia e andava alla finestra. C’erano soltanto i polli, che raspavano attorno al pagliaio. Ed ella guardava le loro creste rosse ad ore intere, chissà perché. Poi cominciava a girare da una stanza ad un’altra, aprendo e chiudendo gli usci; guardando dentro i cassetti e ripassando dinanzi agli specchi, per vedersi. Ella si preoccupava che, forse, la notte avrebbe sognato male. Allora, sbadigliava dalla noia.

La sua giovinezza trapassava così, da una primavera ad un’altra; senza che ci fosse nella sua vita un desiderio soddisfatto. Ella non credeva né meno che il tempo passasse. Suo padre, il signor Battista Pezzoli, non aveva voluto che sposasse un veterinario, soltanto perché non era stato capace a guarirgli una vacca zoppa; e perciò non lo stimava e gliene era rimasto una specie di risentimento, nel quale entrava anche la sua dignità. Due anni prima, l’aveva schiaffeggiata perché aveva dato retta ad un tenente troppo giovane; ed egli non stimava affatto gli ufficiali. A lui faceva comodo tenerla in casa.

Perfino i contadini ridevano di quella ragazza, che a poco a poco si maturava e si stagionava. Essi glielo facevano capire in mille modi, quando le parlavano; e, alla fine, ella doveva stare lontana da loro perché magari giungevano perfino ad offenderla. Quand’ella passava, la chiamavano: «Padroncina, venga qua!».

Ella, che doveva farsi rispettare, si fermava, con le mani nelle tasche del grembiule; con quei suoi occhi limpidi dove pareva che ci fosse un fioricino di campo, di quelli che pungono. Ma i contadini ridevano lo stesso e qualcuno le chiedeva: «Lo vuole Anselmo per marito?».

Anselmo era un ragazzo scemo, con la saliva che gli bagnava anche la bazza. Ella, con il pianto negli occhi, con la voce che le mancava, rispondeva: «Io, no!».

Lo scemo, tartagliando e scuotendosi tutto, sghignazzava: «O che crede che io non sapessi volerle bene?».

E il primo ripigliava: «Non gli dia retta!».

Ella arrossiva, si soffiava il naso e chiedeva: «Ma perché mi fate sempre questi discorsi?».

I contadini seguitavano a ridere, ed ella se ne andava, scontenta di doversene stare chiusa in casa.

Ma una volta le capita un impiegato del dazio. Questa volta non se lo lascerà scappare, e lo sposerà anche se il padre non vuole. Perché no? Ella non pensa che può maritarsi perché è maggiorenne; no, ella non ha questo proposito, non ci pensa né meno; ma sposerà, perché non c’è nessuna ragione che lei debba sentirsi sola a quel modo. Pare che l’impiegato, il signor Ottorino Minuti, licenziato dall’istituto tecnico, le voglia bene, ed ella è disposta a dargli retta. E’ un magrolino, con le scarpe rotte e il vestito logoro, ma vuole essere elegante e fuma le sigarette. Sembra ancora un ragazzo; e i baffetti biondi bisogna guardarli bene sotto il naso, se no non si vedono. Ella, quando sa che deve passare, va su la strada; con un libro in mano e con una rosa sul petto. Eccolo! Le prime volte Ottorino si vergognava e pareva che scappasse; ma ora è lei che china la testa e si fa rossa come una ciliegia. Doventa così rossa che resta di quel colore più di dieci minuti: pare che il viso non possa tornare più naturale. Alla fine si parlano e s’intendono. Ella parla sottovoce, quantunque non la senta nessuno; ma così le pare più bello. Egli ha in vece la voce dura e cavernosa: non parrebbe a vederlo con quella sua aria di mingherlino che pate! Perciò parla poco: anche perché vuol dire soltanto cose profonde, che non ha mai detto. Da prima è molto impacciato, perché si sente un povero accanto a una ricca. Anzi né meno ora riesce a vincere questa difficoltà; ma ci riesce a poco a poco, soltanto perché si sente anche amato. Tuttavia la differenza resta sempre, ed è per lui un’umiliazione che lo stordisce.

Ma il signor Battista se n’accorge. «Non ci mancava che l’impiegato al dazio!» egli grida. Appunto egli odia gli impiegati del dazio, perché, quando entra in città, lo fanno sempre alzare da sedere, sul suo calesse, per vedere se nasconde niente nella cassetta sotto i cuscini. Ora, proprio uno di loro vuol diventargli genero! Egli, appena che una contadina, sua ganza, gli ha fatto la spia, dice alla figliola: «Se io so che tu gli parli un’altra volta, ti piglio a schiaffi. E pure tu hai già assaggiato le mie mani!».

Fiammetta, che questa volta ama da vero, come non aveva mai fatto le due prime volte, cerca di convincerlo che si tratta di una cosa seria e che ormai non può dirgli di no. «E io ti dico che tu smetterai!»

«Perché, in vece, non gli dài il permesso di venire in casa quando ci sei tu?»

«Io? Se lo vedo quando passo davanti al dazio, gli levo un occhio.»

Ella aveva voglia di piangere, e rideva.

Rideva perché voleva obbedirgli. Il padre allora credette che tutto finisse. Ma la ragazza, con quei suoi capelli biondi su la nuca larga e quadrata, che paiono la fiamma d’una carta che brucia, e la fiamma si vede poco perché c’è la luce del sole, scosse la testa e se n’andò a mettere la fronte ai vetri della finestra.

Il signor Battista, la sera dopo, si nascose in un campo; e quando il giovine apparve nella strada, più pauroso del solito, come se avesse presentito il pericolo, saltò dalla siepe e lo prese per il petto: «Bada che qui non sei al dazio!».

Ottorino cercava di liberarsi ma con delicatezza, guardando Fiammetta che non s’arrischiava a muoversi.

«Se ti rivedo passare, ti faccio buttare un secchio della broda che dò ai miei porci!»

«Ma scusi, signor Battista… Tra gentiluomini… accetti che io mi spieghi… Mi tenga pure per lo stomaco… io mi lascerò fare quel che vuole… Da lei subisco qualunque cosa!»

«E perché?»

«Perché io e la sua figliola… ».

Ed ella disse: «Babbo, lascialo parlare».

«Ci voleva uno stupido come lui, perché s’innamorasse di te. Ma ve lo metto io giudizio a tutti e due. Me ne avete fatto venire la voglia!»

«Io stupido? Ma guardi che lei mi offende. Mi offenda pure, però; purché non faccia del male a lei. Mi fa quasi piacere che lei adopri con me certe parole, che da altri non sopporterei di certo.»

Egli si vantava di questa sua debolezza. E allora il padre gli rispose: «Lei vuol bene alla mia figliola, perché crede che io le dia la dote!».

Gli guardò le scarpe rotte e il vestito stirato e accomodato, ma sempre più logoro. Il giovine inghiottì e chinò gli occhi; mentre le sue mani linde quasi accarezzavano quelle di lui, callose e secche, che lo stringevano. Poi il signor Battista gli dette una stratta quasi da farlo cadere, e con una risata lo lasciò. Ottorino smosse il collo, perché sentiva il solino storto e la cravatta salita su. Ma la ragazza, con il fazzoletto in mano per il caso che le fosse venuto da piangere, si raccomandò: «Babbo, ora basta!».

Il giovane non osò dir nulla, e continuò la sua strada; facendo capire che non aveva nessun risentimento. Poi il padre prese la ragazza per un braccio e la strascicò fino all’uscio di casa. E le disse: «Ricuci, dove è rotta, la testiera del cavallo; perché tra mezz’ora voglio attaccare il calesse».

Ella obbedì. E il giovine, per non ripassare di lì, tornò a dietro da una scorciatoia. Ma da quel giorno, benché non potessero parlarsi più, tutti e due pensavano a sposarsi. Forse si amavano meno; ma volevano sposarsi per non darla vinta. Ottorino ne parlò con i colleghi, che presero subito le sue parti; e avrebbero volentieri fatto qualche sgarbo al signor Battista se il giovine non li avesse pregati, per il rispetto che aveva a Fiammetta, di non fargli niente. Però quando arrivava al dazio, lo facevano fermare; e, a due o tre insieme, gli guardavano dentro la cassetta del calesse, gli tastavano le tasche della giubba e pareva che volessero frucare anche dentro le ruote. Allora il signor Battista, per togliersi questa seccatura e perché oramai non poteva portare niente senza pagarne il dazio, cominciò a sentirsi disposto a lasciar fare a Fiammetta quel che avesse voluto.

I due innamorati, però, non gli dissero più niente, e continuarono a vedersi; fin quasi al giorno delle nozze, quando avevano già preparato tutti i fogli che ci volevano per la chiesa e per il municipio.

Allora Fiammetta, benché Ottorino non volesse, lo disse al padre, che, istantaneamente, mutò d’animo gridandole: «E tu hai fatto tutto senza dirmi niente?».

Ella trasecolò e volle rimediare. Ma egli ripeté: «Io non volevo e non voglio».

Fiammetta non pianse né meno e non si afflisse; ma non ebbe il coraggio di imporsi; e non si fece più vedere dal giovine.

Federigo TozziPassò un’altra annata, ed ella continuava a ingrassare. Ma Ottorino, che da prima aveva sperato, si vendicò; e a tutti diceva che egli era stato per sposare Fiammetta e che aveva fatto con lei quel che aveva voluto. Ella non ci pensava né meno più, e aspettava un’altra occasione che ormai sperava buona; ma tutti ne ridevano ripetendo le calunnie di Ottorino, con quelle aggiunte che possono essere inventate in certi pettegolezzi. Ella, è vero, nel suo animo sentiva una specie di vergogna; ma, per il suo carattere, non ne teneva gran conto. Ella sperava ancora di rifarsi e non poco. Il signor Battista era restato contento, e non gli importava nulla di quel che dicessero di lui e della figliola. A lui bastava che la figliola fosse sempre in casa, sotto di sé, a lavorare per il podere. Egli, invecchiando, aveva sempre di più bisogno di esserne il padrone, e, quand’ella era escita fuori, magari per qualche faccenda, era impaziente che tornasse; pestava i piedi e la maltrattava. Non le chiedeva dov’era stata; ma la fissava con quei suoi occhi, che parevano pezzi di vetro luccicanti; finché ella, da sé, non glielo avesse detto. Ormai era vecchio, con una faccia scheletrica e gialla; con la barba che imbiancava da un mese all’altro. L’inverno portava i guanti di lana, e non se li levava né meno per andare a letto. Ella, invece, ingrassava sempre di più, con un nido di nèi in una guancia: certi nèi cicciolosi e rossi come ciliege mature. E di sposi non gliene capitò più. Quando si accorse che ormai gli anni erano passati, ella conobbe in quale inganno era stata tenuta: fu una rivelazione così brutale, che si ammalò e perse per sempre la salute.

Il padre pestava i piedi, perché ella stava in letto; e andava sempre fino alla soglia della sua camera, perché non poteva lasciarla in pace e non si persuadeva che non poteva dirle di alzarsi e di riprendere le faccende. Quando entrava a trovarla, le parlava per qualche ora su quello che doveva fare quando sarebbe guarita: tutti i giorni riesciva a inventare un progetto nuovo, che gli metteva nella voce un tono febbrile. Gli pareva di vedere tutto quel che diceva, e alla fine l’immaginazione lo stancava.

E si doleva d’avere dovuto pensare, anche per lei, a tutte quelle cose. Ella gli diceva: «Babbo, esci nel podere. Vai a prendere il sole: mettiti contro il muro della capanna».

Egli la guardava come un pezzo di carne andata a male o come una bestia che non è più buona a lavorare. E rispondeva:
«Il sole! Il sole! Sarebbe meglio che ci andassi tu a scaldarti! Soffrirei meno: tu non sai quanto soffro, perché sei a letto».

«Lasciatemi fare: guarirò. Abbiate pazienza!»

Egli gridava: «Tu ne hai di pazienza, ma io no!».

E fissava gli occhi sul Cristo di latta colorata: allora la pelle del suo viso si assottigliava anche di più, le buche delle guance si empivano di ombra; e la barba pareva finta.

Fiammetta non sapeva che dire; e, se le veniva sete, pigliava da sé il bicchiere d’acqua panata. Poi gli diceva con quella sua dolcezza grassa, restata sempre eguale (nella sua voce ci si potevano riconoscere certi suoni di quando imparava l’abbaco dal curato): «Babbo, se tu sei contento, io mi assopisco un poco».

«Ne hai proprio bisogno?»

«Sì: mi duole la testa: ho come un cerchio attorno alle tempie.»

E pensava, come sotto un incubo della malattia, che quando sarebbe morta, il padre, preso forse dall’ira, avrebbe picchiato con il bastone lei e la bara. Ormai la testa non le reggeva più e vagellava. Egli le guardava le tempie; come per capire che cosa c’era dentro; taceva un poco e poi rispondeva, storcendo la bocca e andandosene:
«Bisognerebbe che non ti dolessero. E perché ti dolgono?».

«Io non lo so, babbo!»

Egli batteva i piedi in terra e gridava: «A me non sono mai dolte».

Ella gli sorrideva, ed ogni giorno peggiorava.



Leggi il tweetbook con alcuni fra i più bei tweet degli studenti e dei lettori che hanno partecipato al progetto.

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