Il dialetto di Barni

Ecco i lemmi del Vocabolario del dialetto di Barni che riscriveremo per giocare a #MappaVAB/VDB con l’Istituto Comprensivo “Segantini” di Asso, la Rete Italiana di Cultura Popolare, la Comunità Montana del Triangolo Lariano e Fondazione Cariplo.

Vista da Barni
 
Da venerdì 5 a domenica 7 giugno 2015 la comunità di TwLetteratura leggerà e commenterà alcuni lemmi del Vocabolario del dialetto di Barni con l’hashtag #MappaVAB/VDB. Scopri come si gioca e segui il calendario di lettura commentando i lemmi su Twitter.
 
Venerdì, 5 giugno 2015 – #MappaVAB/VDB

Alegher – agg [a’leger] 1. Allegro 2. (fig.) ubriaco ׀ gh’è pòch de sta aleghèr: c’è poco da stare allegri; vech de stà aleghèr: avere da stare allegri, avere il proprio bel da fare Alègher! «ciau! »: un salüt de cöör, de confidenza par tütt i amiis, par ti che te vöri ben e spèss insèma a un basin, che’l và e’l vègn, sincer e mai infesciaa de riverenza. Cun gent de bass in sü par gradu e scienza, scambi un bell «salüdi!», che el cunvegn a ingentilì l’edücazion, ma el tegn e’l gira in del rispett la diferenza. I «bundì, bunanocc e bunasira»? disen poch pü che’l vegn ciaar o’l vegn scüri. Ma gh’eva un salüt tant bell, che ugnün rimira, valid in tütt, e par tücc: un augüri. I nost vecc, grezz cume’l pan de segher üsaven un salüt gentil: «alegher!» (L. Fioroni): «Ciao»: un saluto di cuore, di confidenza per tutti gli amici, per te che ti voglio bene e spesso insieme a un bacio, che va e viene, sincero e mai appesantito di riverenza. Con gente di rango superiore per grado e sapienza, scambio un bel «saluti!», che conviene a ingentilire l’educazione, ma mantiene e gira nel rispetto la differenza. I «buondì, buonanotte e buonasera»? dicono poco più che viene chiaro (giorno) o viene scuro (buio) ma c’era un saluto tanto bello, che ognuno rimira, valido in tutto e per tutti: un augurio, i nostri vecchi, grezzi come il pane di segale usavano un saluto gentile: «Allegro!». L’antico saluto barnese. L. Fioroni (classe 1914) ne ricordava l’uso corrente fra gli anziani che hanno preceduto la sua generazione. Ancora negli anni Sessanta, G. Caminada allora ottantenne: «Alegher!» cioè «stai allegro, ti auguro di essere allegro».

Balòss – agg [ba’los] furbo. Significa «furbo» nel senso positivo del termine. Ne derivano “balusara” che sta per «furbata, trovata» | l’è un balos, el maia la carne el lassa indrè i oss: È un furbo, mangia la carne e lascia indietro le ossa; méj tratà cun tri baloss che cunt un lòcch: meglio trattare con tre furbi che con un allocco.

– sf [‘ka] casa | cà assee de stà, terren assee de vardà: case abbastanza da stare, terreni abbastanza da guardare. Questo proverbio non è un monito contro l’egoismo ma bensì consiglia di limitare la proprietà a quanto può essere utilizzato o controllato personalmente ed in questo assomiglia al proverbio che ci dice che “L’occhio del padrone che ingrassa il cavallo”; cà dal frécc: casa del freddo, disabitata; fa sü la cà: costruire la casa; i cà in fa de sass ügnüna la g’a el só frecass: le case sono fatte di sassi e ognuna ha il suo rumore, ogni casa è un piccolo mondo con le sue cose belle e le sue cose brutte; l’è una cà angüstiàda: è una casa troppo piccola in rapporto alla famiglia che ospita; la caa, de dent l’è di padrun de föö, l’è di cujun: la casa, dentro è dei padroni, fuori, è dei coglioni. Ciò che conta di una casa è la validità dell’interno, quale conta per il suo proprietario, l’esterno è pura esteriorità; ogni cà la g’à el so pecà: ogni casa ha il suo peccato, il suo segreto, il suo scheletro nell’armadio; regundés a cà: ritorna a casa, tornare a casa quando ormai l’ora è tarda; stà via de cà: stare via di casa. Stare via molto. Si usa nell’espressione stà minga via de cà non stare via di casa, torna presto, non stare in gito a perdere tempo inutilmente; tirà a cà: tirare a casa, recuperare.

– v [‘da] dare | dà a dré: continuare a fare qualcosa, provvedere a qualcosa per qualcuno; dà cuntra: contrastare; dà dent: incontrarsi nel baratto di una merce, permutare; dà fo, dà fora: arrabbiarsi ma anche distribuire; dà gio: abbassare, diminuire; dà in fo: sporgere; dà adré: restituire, abbassare; dà su: alzare (il volume, la fiamma, la temperatura dei caloriferi); dà via: elargire, dar via; dà sura: mettere sopra, aggiungere in più, in sovrappiù, dò sota: aizzare, provocare; dà a trà: dar retta, prestare ascolto, porre attenzione, detto sopratutto nel senso di dar retta a un consiglio; dà adòss: dargli addosso; dà de mangià: alimentare; dà dél ti: dare del tu; dà fo dané: sborsare, pagare; dà fo de matt: impazzire, ammattire; dà fo i cart: distribuire le carte; dà gio el lacc: lasciare scendere il latte, significa prendere una decisione sofferta o concedere qualche cosa dopo lunga meditazione; dà i numér: dare i numeri, sragionare; dà su la ciaf: chiudere a chiave; dà la vus: dare la voce, sollecitare, chiamare; dà un cichét: fare un rimprovero, sgridare; dà un’ugiàda: dare un’occhiate, sorvegliare, accudire; dà una muvuda: dare una mossa, sollecitare; dac a movés che l’è tardi: sbrigati che è tardi; dac a pénd: deviare, di cose che tendono a prendere una brutta piega; dac adré ch’el végn nocc: continua, prosegui con celerità che viene notte; dac dént: affrettarsi a fare qualcosa; dac sota la bala: prendere in giro, provocare, stuzzicare; dac un occ: dargli un occhio, curare; daghéla d’intend: dargliela a bere; daghéla lunga: dagliela lunga, allontanalo da te; daghén un frach: dagliene (suonagliene) un fracco, picchiare qualcuno; daghén un tai: dagliene un taglio, piantala, falla finita; damén un smizzéghin: dammene un poco; dan una supa: darne una zuppa, stancare; dan una pèll: darne una pelle, scocciare; das sota la bala: darsi sotto la palla, prendersi in giro, provocarsi; la dà gnà a traa: non ascolta neppure; mò la ghe dà: adesso viene il bello, ci mancherebbe che le cose vadano così; turnà a dà: tornare a dare, ridare.

Èrbul – sm [ ‘erbul ] albero. Voce arcaica che ricorre in distinti tipi di applicazione: 1. l’ albero in senso figurato, l’albero per eccellenza, l’albero degli alberi come, ad esempio, l’albero genealogico, “l’erbul de famiglia”. 2. castagno 3. un albero, un esemplare specifico, particolare, esempio ” l’erbul del Lari “.

Féra – sf (fera) 1. fiera 2. In senso figurato descrive una grande confusione tipica della fiera | a la fin de la féra: alla fine della fiera, in conclusione; fa féra: far fiera. Non viene impiegato in senso stretto ma in senso lato facendo riferimento alla inevitabile confusione tipica di una fiera quindi sta per “schiamazzare, rumoreggiare”; gh’è scià un temp de féra: sta arrivando un tempo da fiera,un tempo metereologico tipico dell’ultimo lunedì di ottobre, giorno della fiera tradizionale del paese.

Ginée – sm [dgin’e:] gennaio. Sinonimo di «genaar» ma usato soprattutto per definire una particolare tradizione basata su di una serie di scherzi tra paesani e praticati in questo mese | ginée l’è bianc cum’è un murnè: gennaio è bianco come un mugnaio, nevica; o in del cü giné, che i mè mérli i o levé: non m’importa di gennaio perché i miei merli ormai li ho allevati. Allora a gennaio faceva molto freddo e la leggenda narra che un tempo i merli erano bianchi e che per scaldarsi sono entrati nei comignoli e così sono diventati neri. Gli ultimi tre giorni di gennaio sono chiamati i « giorni della merla» e di solito – si dice – che siano i tre giorni più freddi dell’anno. I primi dodici giorni di gennaio sono invece chiamati la «curùna», la corona. Ogni giorno rappresenta un mese del nuovo anno. In base al tempo meteorologico del giorno si riteneva che così fosse stato il tempo che avrebbe caratterizzato il corrispondente mese.
 
Sabato, 6 giugno 2015 – #MappaVAB/VDB

Incantà – v [ inkan’ ta] 1. incantare 2. vendere all’incanto 3. inceppare | incantà vìa: imbambolato; s’è incantà: si è incantato, si è fermato a guardare qualcosa oppure si è fermato e continua a ripetersi (ad esempio un disco) . L’incanto è una vendita al miglior offerente. A Barni è tradizione vendere all’incanto il giorno di Sant’Antonio, il 17 gennaio. I prodotti vengono portati in chiesa sotto la statua del santo dei giorni precedenti la festa. L’incantatore, poi, il giorno della festa – sul sagrato della chiesa – procede all’incanto. È tradizione incantare anche animali da cortile. Il ricavato è devoluto alla parrocchia.

Lapa – sf [‘lapa ] chiacchiera, favella, loquacità | vaar püssee la lapa che la sapa: vale di più la lingua che la zappa. Era uno dei proverbi maggiormente considerati e sottolineava l’importanza e la prevalenza del sapere sul mero lavoro materiale. Ancor più ricorrente il suo impiego in chiave sarcastica: «lapa» sta per «lingua sciolta di mente scaltra, favella» cioè «…. chi, la sa raccontare, nella vita, ha miglior riuscita di quanto ottenga chi è dedito a lavori di fatica, per quanto impegno vi profonda».

Més – sm [‘me:s] mese | genàr, genarùn spaza i cantùn: “Gennaio, gennaione spazza i cantoni”, nel senso che la gente non fa campanello sulle strade; febraar, curt, pésc d’ un turch “Febbraio corto è peggio di un turco” cioè è un mese pessimo; marz pulverènt, segher e furmènt “Marzo polveroso, segale e frumento” cioè se marzo sarà poco piovoso sarà una buona annata per segale e frumento; marz, par l’uliva, niàda tampurìva “Marzo per l’ ulivo, nido tempestivo”; april, ogni guta un barìl “Aprile, ogni goccia un barile”; masc, d’ aqua spetasc “ Maggio d’ acqua un disastro”; giugn, marua i brugn “Giugno, maturano le prugne”; lui, la tera la bui “Luglio la terra bolle”; àgost giò ‘l suu l’e fòsch “Agosto giù il sole è fosco” cioè, poco dopo il calar del sole, è già buio; setèmbre, fussel sèmpre, tucc i pai fan usterìa “Settembre, ci fosse sempre, tutti i pali fanno osteria” cioè ogni palo del vigneto ha viti cariche di uva; ùtubre l’ è ‘l mees che marua i rugur “Ottobre è il mese che matura le ghiande della quercia”; nuèmbre, nuvembrin l’è ‘l mees che marua el vin “Novembre novembrino è il mese in cui matura il vino”; dicembre l’è quèl tal che gh’à dènt i fèst de Natal “Dicembre è quel tale che contiene le feste di Natale”.

Néef – sf [‘neg] neve | la neef del mees de Natal per tri mees la tegn in di stall: la neve nel mese di Natale per tre mesi tiene nelle stalle; la nef nuvembrina per sés més la cunfina: la neve novembrina per sei mesi confina. Se inizia a nevicare a novembre per sei mesi avremo neve; nà mett inscì giö de nef: ne mette così giù di neve; sant’Antòn de la barba bianca in rari i ann che la ghe manca: sant’Antonio dalla barba bianca, sono rari gli anni che gli manca (la neve). Sant’Antonio è un mercante di neve; se per sant’Andrea nun ghe saró (30 Novembre), per sant’Ambrogio (7 Dicembre) non mancherò. Se per san’Andrea non ci sarò per sant’Ambrogio non mancherò; sota la nef gh’è pan, sota la prina ghè fàmm: la neve c’è pane sotto la brina c’è fame.

Öf – sm [ø:f] uovo ׀ cent öf: piccolo uovo fatto corrispondere al centesimo uovo deposto dalla gallina nell’anno detto anche öf de la lia: uovo biancastro ricoperto da pellicina ma non dal guscio duro. Una volta ogni tanto – dicono ogni cento- la gallina fa un uovo così; öf galà: uovo fecondato; öf indüri: uovo sodo: ööf in cereghin: classico uovo in camicia. Si consumava abbinandolo a polenta fredda insieme alla quale si poneva a cuocere nel condimento disponibile; fa ün öf föra del cavagnö: fare un uovo fuori dal cesto, fare un’eccezione, fare qualcosa al di fuori delle proprie abitudini ma in senso positivo; l’è pièn cumè un’öf: è pieno come un uovo, ha bevuto troppo, ha mangiato troppo; l’öf al vegn dal bècch: l’uovo viene dal becco; mei ün öf incö che üna gaina duman: meglio un uovo oggi che una gallina domani; öf del dì de Natal: uovo del giorno di Natale. All’uovo fatto il giorno di Natale e veniva attribuito il grande potere di efficacissimo rimedio ai mali e lo si consideravano gelosamente; consumato come una delle cose più preziose, si cercava di farlo mangiare, in particolar modo, ai bambini. A Pasqua era tradizione tingere le uova. Si preparavano le uova sode mettendole a bollire con le foglie di noci. In questo modo il guscio diventava marrone.

– sm [‘pa ] padre | pà grant: nonno; el mè pòòr pà: il mio povero padre, intercalare usato parlando del genitore morto in ricordi di vita. Questo è il Padre Nostro in dialetto barnese cos’ come l’ha ritrascritto Don Battista Rubini, parroco di Barni per tanti ani: Pà de tucc, che te ste su in paradis, che el to nome l sia riverii da tucc. Ch’el vegna tost il to Dominii, o Signor, e che se faga quel che ti te voerett, l’istess che su in paradis, inscì chi in tera. Da, a tucc, o Pà, el pan da mangià tucc i dì, e perdonem i nost peccàà, come num perdonem a tucc i nos debitor, e fa el Ciapìn l’abbia mai a vinc coi so tentazion ma che sempre insci, o Pà del pararadis. “El Ciapìn” è il demonio.

Quàcc – sm [‘kwats] 1. caglio 2.quacc-quacc, quatto quatto, zitto zitto. el quacc una volta la faven cul stomachi del cavrett cun dente l lacc de cavra. Mazaven el cavrett, tiraven fo el stumech e meteven dent la saa. Po la tacaven su sul camin a maruda, diventava negru. Po la meteven dent ne la pirota e el scusciaven fo. Quant che ghe l’even bisogn la tiraven fo Cuma una nus e el meteven dent in un po d’aqua colda e la traven dent nel lacc. L’era cum’è una pasta de lavà i man. Bisugnava to su la man, la misura. Quant i a mazaven de pasqua i sciur mangiaven el cavrett e num tegnevum el quacc: il caglio una volta lo facevano con lo stomaco del capretto con dentro il latte di capra. Uccidevano il capretto. Tiravano fuori lo stomaco e mettevano dentro il sale. Poi lo attaccavano su sul camino a maturare, diventava nero. Poi lo mettevano dentro nel mortaio e lo schiacciavano fuori. Quando che l’avevano bisogno lo tiravano fuori come una noce e lo mettevano dentro all’acqua calda e la buttavano dentro nel latte. Era come una pasta da lavare le mani. Bisognava prendere su la mano, la misura. Quando li uccidevano verso pasqua i signori mangiavano il capretto e noi tenevamo il caglio
 
Domenica, 7 giugno 2015 – #MappaVAB/VDB

Regöi – sm [ re’gø:j ] 1. Raccolto, insieme dalla produzione agricola 2. racconta, 3. offerte, adesioni ad una iniziativa | Raccolta e trasporto dei prodotti della terra avvenivano con l’impiego di svariati contenitori e manufatti tutti rigorosamente confezionati dal contadino stesso. L’elencazione che segue è organizzata per gruppi di funzioni. 1) contenitori per il trasporto di carichi. Quando i carichi da trasportare sulla persona, pratica diffusa su tutto il versante alpino italiano, erano sfusi, ciò avveniva per mezzo di spallacci e più precisamente tramite «el gerlu» quando si trattava di prodotti incoerenti o di piccola dimensione ma di peso relativamente maggiore a quelli che invece si trasportavano con «la berla o capia». Mentre il gerlo era sostanzialmente un cestone tronco-conico realizzato con «félur» cioè fustelle di legno di nocciolo intrecciate e dotate di due spallacci di legno ritorto, «i palenn», entro le quali infilare le braccia per portare a spalla, «la berla» o «càpia» era costituita solo da una elementare scheletratura in legno nella quale i montanti verticali, del diametro massimo di 2 centimetri, si raccordavano mediante due anelli intrecciati, uno superiore, uno mediano ed un fondo in legno massello la cui robustezza era necessaria per l’appoggio durante il carico e le eventuali soste di riposo sugli appositi parapetti. Se gli spallacci avevano la prerogativa di lasciare libere le mani, ciò nonostante essi non hanno mai soppiantato del tutto il trasporto con altri metodi come quello sul capo con l’ausilio di una imbottitura a ciambella per i carichi più pesanti, o le spalle con l’impiego di una apposita pertica a curvatura ergonomica, «l’aquadu», con carichi bilanciati appesi alle estremità, generalmente secchi per il trasporto di liquidi (acqua, latte, ma anche liquami). Se il trasporto sulla nuca costituisce retaggio di un uso introdotto dai Romani, quello a bilanciare sulle spalle sembra sia stato diffuso dai Longobardi. 2) contenitori per la raccolta di prodotti agricoli. Venivano realizzati intrecciando vari tipi di giunco, rigetti di salice conseguenti alla capitozza tura e, per la maggior parte, con «i félur» cioè lunghe fustelle flessibili ricavate dai polloni di nocciolo. Solo in tempi recenti si sono poi diffusi i vari tipi di vimini che non essendo un prodotto disponibile localmente non rientravo nella logica pressoché autarchica dell’economia contadina. – La cavagna, el cavagnö: era uno dei cesti, a manico unico, più grossi e robusti e oltre alla raccolta di patate, cipolle ecc. era classicamente impiegato per trasportare i panni da bucato dalla casa ai lavatoi o ai corsi d’acqua. –La spòrta: era una robusta borsa a due maniglie, generalmente usata per riporvi i generi alimentari, di un certo pregio, acquistati o da vendere. – El cestin, la mutìna: Erano i classici canestri di varie fogge e dimensioni, con o senza manici, utilizzati prevalentemente come contenitori di uso corrente. 3) Utensili ed attrezzi di lavoro. Tralasciando i più comuni o quelli già trattati nei capitoli dedicati alle attività specifiche che li impiegano, troviamo anche tutta una serie di termini e definizioni che li distinguono nella loro particolarità: -«El rastell» : questo termine, nella lingua locale, definisce oggetti funzionalmente diversissimi fra di loro. a) Nel suo significato più aderente al termine italiano identifica anche nella lingua locale il rastello, rigorosamente in legno, che aveva dimensioni e funzioni assai diverse. Quello più comune era impiegato per la fienagione e per la raccolta delle foglie destinate alla lettiera del bestiame; uno molto più piccolo, un manico di circa 40cm ed una larghezza di 25-30 cm denominato «rasparö» da manovrare con una sola mano per rivoltare ricci e foglie ed avere libera l’altra per raccogliere le castagne. Un grosso rastrello a tre denti «el rigun» serviva, praticamente da regolo, per tracciare sul terreno arato o vangato, solchi equidistanti nei quali seminare le colture da sarchiare quali le patate ed il granoturco. b) Localmente «rastrell» e «rastelett» identificavano anche, in derivazione dal termine «rastrelliera», un cancello o cancelletto in legno di fattura più o meno accurata, più spesso precaria e generalmente usato per chiudere l’accesso ai recinti del bestiame. – «El furchett» : forca leggera in ferro a due rebbi o denti, usato prevalentemente per rivoltare il fieno, ma anche per caricarlo sui carri e abbicarlo. – «La furca» : forca a quattro rebbi o denti, talvolta usata anche per il fieno ma, generalmente per «starnì» o «spazzà la stala» cioè rifare la lettiera alle poste del bestiame per movimentare il letame. – «El furcun» o anche « El rast»: forca pesante a quattro rebbi o denti rinforzati, essendo realizzati a sezione quadra decrescente usata come la vanga per vangare e soprattutto per la raccolta delle patate. -«La sapa» : usata per piantare e per sarchiare «rebinà» e realizzata nei due tipi, a lama grande e larga e con lama a forma di cuore. – «La spina» : a lama piccola e a forma di cuore, usata per piantare. -«La sapa di còrni» : con lama piccola, a cuore, da una parte, e due denti dall’altra ch servono per dipanare e eliminare i cespi delle erbe infestanti. -«El picun» : il piccone, per scavare, con una penna a punta ed una a lama.-«La gaja»: per scavare e tagliare eventuali radici, con una penna a lama e una da taglio come un’accetta. -«La vanga» : per vangare, con la lama verticale allineata col manico, a punta e spesso dotata di un pedale o di un risvolto superiore alla lama per favorire l’azione del piede nell’affondarla nel terreno 4) Utensili ed oggetti di uso quotidiano. In ogni cortile se non in ogni casa, comunque dove c’era un pozzo, non poteva mancare «el sgranfignun» o «graffio» uno strumento a più branche uncinate (quattro o cinque) assicurato mediante un anello ad una fune sottile, ma flessibile e resistente, in genere usato per afferrare e specificamente per recuperare il secchio, o altro oggetto, rimasti in fondo al pozzo.

Schìrpa – sf [‘∫kirpa] corredo, insieme dei beni dotali. | Parlare della sua composizione equivale ad una rassegna dell’abbigliamento a cavallo di qualche secolo. Nel1700 risulta che, nella nostra zona , l’abbigliamento maschile e femminile, feriale e festivo, non differiva molto da quello seicentesco che l’iconografia collegata al romanzo de I Promessi Sposi ci ha descritto e tramandato. Un corpetto guarnito di trine, ornato e assicurato alle spalle da nastri di raso variopinti, gli stessi posti ad allacciare le maniche a tre quarti su di un busto di velluto o altro tessuto. La gonna era a grandi pieghe con sovrapposto, sul davanti, un grembiule di tonalità più chiara. I piedi calzavano delle pianelle di panno su calze bianche assicurate da nastri di vario colore ricadenti, mentre se il tempo era inclemente calzavano dagli zoccoletti più o meno aggraziati, talvolta con guarnizioni variopinte. L’abbigliamento femminile dei giorni lavorativi prevedeva una larga camiciola senza busto, le spalle coperte da uno scialle, a seconda della stagione, più o meno pesante ed una gonna lunga, abbondante e al quanto grezza, con lunghe tasche interne a sacco, coperta esteriormente da un grembiule. Le calzature erano, sia per l’interno che per l’esterno, gli zoccoli, più o meno raffinati a seconda delle disponibilità, con qualche vezzo o ornamento per le giovani e comunque, generalmente più ingentiliti di quelli rozzi e grossolani degli uomini o delle anziane. Le calze erano un indumento prevalentemente invernale ed erano uguali a quelle maschili in maglia di lana. Il vestiario maschile dei giorni festivi era costituito da ampi pantaloni raccolti a mezza gamba su calze lunghe un giubbetto aperto sul davanti come le maniche a sbuffo che lasciavano intravedere una camicia abbondante con qualche abbellimento e, sul capo, un cappello a larghe tese. Negli altri giorni gli abiti erano soprattutto meno vaporosi, più grossolani e a seconda della stagione erano di panno di lana o di canapa. El nucc era il farsetto da uomo, un giubbetto indossato anche come tenuta da lavoro. Le calzature, come oggi intendiamo, erano appannaggio solo dei più abbienti o, tutt’al più, si portavano solo per le grandi occasioni perché ordinariamente si usavano gli zoccoli di legno talvolta chiodati per l’inverno o per muoversi sui pendii montani. Nel corso dell’ottocento caratteristiche e foggia degli abiti vennero via assomigliando a quelli odierni con al posto della cravatta un fazzoletto di seta fermato da un anello d’oro o di ottone. Comparve, per il giorno festivo, el gilè o el sgichè sbracciato, a corpetto, spesso riccamente decorato da motivi ornamentali in ricamo da filo dorato, con taschino per la scigùla, l’orologio da tasca e con voluta drappeggio in bella evidenza, della relativa catenella d’argento. Nonostante le migliorate condizioni di vita, ancora intorno al 1960, ho avuto modo di vedere un anziano contadino, nella stagione della fienagione, camminare abitualmente a piedi scalzi anche sui terreni accidentati e con carichi sulle spalle, forse per abitudine ma anche per la ormai connaturata abitudine a risparmiare tutto quanto possibile. Fra i capi di vestiario che facevan parte dell’abbigliamento femminile quotidiano troviamo el cutìn una sottogonna, con o senza corpetto, più o meno equivalente all’odierna sottoveste, e el panet una sorta di fazzolettone variopinto da tenere sulle spalle e, all’occorrenza sul capo. Fra i beni dotali della sposa non potevano mai mancare la rocca, il fuso, e l’aspo el bicuchìn, i simboli di una fra le principali delle occupazioni muliebri.

Tavanà – v [tava’na] comportarsi come il tafano che volteggia all’intorno quando già si è affannati e sudati, attendendo il momento più opportuno per pungere e succhiare sangue.

Undàna – sf [an’dana] [u’ndana] ambito del progressivo avanzamento di taglio della falce fienaia e corrispondente a una larga bracciata secondo l’estensione dell’attrezzo. Métt l’erba in andàna: mettere l’erba appena tagliata in strisce; spàànt l’andàna: spargere l’erba raccolta nei mucchi al sole per farla asciugare.

Vùus – sf [v’u:s] voce ׀ a vuus basa: sommesso; cun la vuus in cantina: rauco; dà la vus: dare una voce, chiamare qualcuno; fa cuur vuus: far correr voce, divulgare, rendere noto, mettere in giro delle voci; l’è pùsè la vus che la nus: è più la voce che la noce. Detto di persona piccola; sotvuus: sommesso, senza vuus, afono.

Zicch – sm [‘tsik] poco ׀un grizz, un zicch, un grizzinin, un zichinin: un poco, un nonnulla, un pochino; un zicch: un tantino, un pochino.

 
Foto: Gabriele Barni – Vista da Barni (Creative Commons).
 
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