#atavolaneisecoli – Il Settecento

Il quarto appuntamento con la mostra Time Table ㄧ A tavola nei secoli è nella cucina di Fratta, dove Carlino Altoviti, il protagonista de Le Confessioni d’un Italiano di Ippolito Nievo, trascorre la sua infanzia alla fine del Settecento.


Il Settecento a tavola
#aTavolaneiSecoli è il gioco di lettura e riscrittura su Twitter che TwLetteratura dedica alla mostra Time Table – A tavola nei secoli, in corso a Torino a Palazzo Madama dal 24 giugno al 18 ottobre. Scopri come si gioca e siedi a tavola con TwLetteratura.
 
Giovedì 2 luglio 2015 – #atavolaneisecoli/04

Ne Le Confessioni d’un Italiano, Ippolito Nievo (1831ㄧ1861) racconta attraverso gli occhi di un ottantenne che ricorda il suo passato i cinquanta anni di storia che vanno dalla campagna di Napoleone in Italia ai moti insurrezionali del 1848. Romanzo storico per antonomasia, Le Confessioni sono anche la biografia di una nazione. Ma dove ha inizio questa storia? Nella cucina di uno sgangherato castello, e alla sua tavola sul finire del Settecento. Buon appetito!*
 
Io vissi i miei primi anni nel castello di Fratta, il quale adesso è nulla più d’un mucchio di rovine donde i contadini traggono a lor grado sassi e rottami per le fonde dei gelsi; ma l’era a quei tempi un gran caseggiato con torri e torricelle, un gran ponte levatoio scassinato dalla vecchiaia e i più bei finestroni gotici che si potessero vedere tra il Lemene e il Tagliamento. In tutti i miei viaggi non mi è mai accaduto di veder fabbrica che disegnasse sul terreno una piú bizzarra figura, né che avesse spigoli, cantoni, rientrature e sporgenze da far meglio contenti tutti i punti cardinali ed intermedi della rosa dei venti. Gli angoli poi erano combinati con sí ardita fantasia, che non n’avea uno che vantasse il suo compagno; sicché ad architettarli o non s’era adoperata la squadra, o vi erano stancate tutte quelle che ingombrano lo studio d’un ingegnere.

Il castello stava sicuro a meraviglia tra profondissimi fossati dove pascevano le pecore quando non vi cantavano le rane; ma l’edera temporeggiatrice era venuta investendolo per le sue strade coperte; e spunta di qua e inerpica di là, avea finito col fargli addosso tali paramenti d’arabeschi e festoni che non si discerneva più il colore rossigno delle muraglie di cotto. Nessuno si sognava di por mano in quel manto venerabile dell’antica dimora signorile, e appena le imposte sbattute dalla tramontana s’arrischiavano talvolta di scompigliarne qualche frangia cadente. Un’altra anomalia di quel fabbricato era la moltitudine dei fumaiuoli; i quali alla lontana gli davano l’aspetto d’una scacchiera a mezza partita e certo se gli antichi signori contavano un solo armigero per camino, quello doveva essere il castello meglio guernito della Cristianità. Del resto i cortili dai grandi porticati pieni di fango e di pollerie rispondevano col loro interno disordine alla promessa delle facciate; e perfino il campanile della cappella portava schiacciata la pigna dai ripetuti saluti del fulmine. Ma la perseveranza va in qualche modo gratificata, e siccome non mugolava mai un temporale senzaché la chioccia campanella del castello non gli desse il benarrivato, così era suo dovere il rendergli cortesia con qualche saetta. Altri davano il merito di queste burlette meteorologiche ai pioppi secolari che ombreggiavano la campagna intorno al castello: i villani dicevano che, siccome lo abitava il diavolo, così di tratto in tratto gli veniva qualche visita de’ suoi buoni compagni; i padroni del sito avvezzi a veder colpito solamente il campanile, s’erano accostumati a crederlo una specie di parafulmine, e così volentieri lo abbandonavano all’ira celeste, purché ne andassero salve le tettoie dei granai e la gran cappa del camino di cucina.

Ma eccoci giunti ad un punto che richiederebbe di per sé un’assai lunga descrizione. Bastivi il dire che per me che non ho veduto né il colosso di Rodi né le piramidi d’Egitto, la cucina di Fratta ed il suo focolare sono i monumenti più solenni che abbiano mai gravato la superficie della terra. Il Duomo di Milano e il tempio di San Pietro son qualche cosa, ma non hanno di gran lunga l’uguale impronta di grandezza e di solidità: un che di simile non mi ricorda averlo veduto altro che nella Mole Adriana; benché mutata in Castel Sant’Angelo la sembri ora di molto impiccolita. La cucina di Fratta era un vasto locale, d’un indefinito numero di lati molto diversi in grandezza, il quale s’alzava verso il cielo come una cupola e si sprofondava dentro terra piú d’una voragine: oscuro anzi nero di una fuliggine secolare, sulla quale splendevano come tanti occhioni diabolici i fondi delle cazzeruole, delle leccarde e delle guastade appese ai loro chiodi; ingombro per tutti i sensi da enormi credenze, da armadi colossali, da tavole sterminate; e solcato in ogni ora del giorno e della notte da una quantità incognita di gatti bigi e neri, che gli davano figura d’un laboratorio di streghe. ㄧ Tuttociò per la cucina. ㄧ Ma nel canto piú buio e profondo di essa apriva le sue fauci un antro acherontico, una caverna ancor più tetra e spaventosa, dove le tenebre erano rotte dal crepitante rosseggiar dei tizzoni, e da due verdastre finestrelle imprigionate da una doppia inferriata. Là un fumo denso e vorticoso, là un eterno gorgoglio di fagiuoli in mostruose pignatte, là sedente in giro sovra panche scricchiolanti e affumicate un sinedrio di figure gravi arcigne e sonnolente. Quello era il focolare e la curia domestica dei castellani di Fratta. Ma non appena sonava l’Avemaria della sera, ed era cessato il brontolio dell’Angelus Domini, la scena cambiava ad un tratto, e cominciavano per quel piccolo mondo tenebroso le ore della luce. La vecchia cuoca accendeva quattro lampade ad un solo lucignolo; due ne appendeva sotto la cappa del focolare, e due ai lati d’una Madonna di Loreto. Percoteva poi ben bene con un enorme attizzatoio i tizzoni che si erano assopiti nella cenere, e vi buttava sopra una bracciata di rovi e di ginepro. Le lampade si rimandavano l’una all’altra il loro chiarore tranquillo e giallognolo; il foco scoppiettava fumigante e s’ergeva a spire vorticose fino alla spranga trasversale di due alari giganteschi borchiati di ottone, e gli abitanti serali della cucina scoprivano alla luce le loro diverse figure.

Il signor Conte di Fratta era un uomo d’oltre a sessant’anni il quale pareva avesse svestito allor allora l’armatura, tanto si teneva rigido e pettoruto sul suo seggiolone. Ma la parrucca colla borsa, la lunga zimarra color cenere gallonata di scarlatto, e la tabacchiera di bosso che aveva sempre tra mano discordavano un poco da quell’attitudine guerriera. Gli è vero che aveva intralciato fra le gambe un filo di spadino, ma il fodero n’era cosí rugginoso che si potea scambiarlo per uno schidione; e del resto non potrei assicurare che dentro a quel fodero vi fosse realmente una lama d’acciaio, ed egli stesso forse non s’avea presa mai la briga di sincerarsene. Il signor Conte era sempre sbarbato con tanto scrupolo, da sembrar appena uscito dalle mani del barbiere; portava da mattina a sera sotto l’ascella una pezzuola turchina e benché poco uscisse a piedi, né mai a cavallo, aveva stivali e speroni da disgradarne un corriere di Federico II. Era questa una tacita dichiarazione di simpatia al partito prussiano, e benché le guerre di Germania fossero da lungo tempo quietate, egli non avea cessato dal minacciare agli imperiali il disfavore de’ suoi stivali. Quando il signor Conte parlava, tacevano anche le mosche; quando avea finito di parlare, tutti dicevano di sí secondo i propri gusti o colla voce o col capo; quando egli rideva, ognuno si affrettava a ridere; quando sternutiva anche per causa del tabacco, otto o nove voci gridavano a gara: ㄧ viva; salute; felicità; Dio conservi il signor Conte! ㄧ quando si alzava, tutti si alzavano, e quando partiva dalla cucina, tutti, perfino i gatti, respiravano con ambidue i polmoni, come si fosse lor tolta dal petto una pietra da mulino.
 

* Nella foto, alcuni degli oggetti che compongono la tavola del Settecento allestita a Palazzo Madama per “Time Table – A tavola nei secoli”. Il brano è tratto dal capitolo I de Le Confessioni d’un Italiano di Ippolito Nievo.

Ti aspettiamo a Palazzo Madama domenica 12 luglio 2015, alle ore 11, per un workshop di twitteratura su carta e in digitale con cui festeggeremo il gioco dal vivo. Per prenotare il workshop, telefona al numero 011.52.11.788 (prenotazioniftm@arteintorino.com): il costo del workshop è di 4 euro e include l’ingresso alla mostra.
 
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