#atavolaneisecoli – L’Ottocento

Il quinto appuntamento con la mostra Time Table – A tavola nei secoli è nel palazzo del Principe di Salina, con una delle scene con cui si apre Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.


A tavola nei secoli - L'Ottocento
#aTavolaneiSecoli è il gioco di lettura e riscrittura su Twitter che TwLetteratura dedica alla mostra Time Table – A tavola nei secoli, in corso a Torino a Palazzo Madama dal 24 giugno al 18 ottobre. Scopri come si gioca e siedi a tavola con TwLetteratura.
 
Venerdì 3 luglio 2015 – #atavolaneisecoli/05

1860. Il gattopardo si apre nella Sicilia scossa dall’arrivo di Garibaldi. E, come nelle Confessioni di Nievo, la tavola è il luogo narrativo in cui l’autore tratteggia i primi caratteri del romanzo. Ma come doveva apparire la tavola del Principe di Salina? Dalle pagine di Tomasi di Lampedusa alle immagini di Luchino Visconti, proviamo a ricostruirne l’aspetto concentrandoci sui suoi oggetti e sul loro “fasto sbrecciato” (senza far arrabbiare il Principe).*
 
La cena, a villa Salina, era servita con il fasto sbrecciato che allora era lo stile del Regno delle Due Sicilie. Il numero dei commensali (quattordici erano fra padroni di casa, figli, governanti e precettori) bastava da solo a conferire imponenza alla tavola. Ricoperta da una rattoppata tovaglia finissima, essa splendeva sotto la luce di una potente “carsella” precariamente appesa sotto la “ninfa”, sotto il lampadario di Murano. Dalle finestre entrava ancora luce ma le figure bianche sul fondo scuro delle sovvrapporte, simulanti dei bassorilievi, si perdevano già nell’ombra. Massiccia l’argenteria e splendidi i bicchieri recanti sul medaglione liscio fra i bugnati di Boemia le cifre F. D. (Ferdinandus dedit) in ricordo di una munificienza regale, ma i piatti, ciascuno segnato da una sigla illustre, non erano che dei superstiti delle stragi compiute dagli sguatteri e provenivano da servizi disparati. Quelli di formato piú grande, Capodimonte vaghissimi con la larga bordura verde-mandorla segnata da ancorette dorate, erano riservati al principe cui piaceva avere intorno a sé ogni cosa in scala, eccetto la moglie. Quando entrò in sala da pranzo tutti erano già riuniti, la Principessa soltanto seduta, gli altri in piedi dietro alle loro sedie. Davanti al suo posto, fiancheggiati da una colonna di piatti, si slargavano i fianchi argentei dell’enorme zuppiera col coperchio sormontato dal Gattopardo danzante. Il Principe scodellava lui stesso la minestra, fatica grata simbolo delle mansioni altrici del pater familias. Quella sera però, come non era avvenuto da tempo, si udì minaccioso il tinnire del mescolo contro la parete della zuppiera: segno di collera grande ancor contenuta, uno dei rumori piú spaventevoli che esistessero, come diceva ancora quaranta anni dopo un figlio sopravvissuto: il Principe si era accorto che il sedicenne Francesco Paolo non era al proprio posto. Il ragazzo entrò subito (“scusatemi, papà”) e sedette. Non subí rimprovero, ma padre Pirrone che aveva piú o meno le funzioni di cane da mandria, chinò il capo e si raccomandò a Dio. La bomba non era esplosa ma il vento del suo passaggio aveva raggelato la tavola e la cena era rovinata lo stesso. Mentre si mangiava in silenzio, gli occhi azzurri del Principe, un po’ ristretti fra le palpebre semichiuse, fissavano i figli uno per uno e li ammutolivano di timore.

Invece! “Bella famiglia”, pensava. Le femmine grassocce, fiorenti di salute, con le loro fossette maliziose e, fra la fronte e il naso, quel tale cipiglio, quel marchio atavico dei Salina. I maschi sottili ma forti maneggiavano le posate con sorvegliata violenza. Uno di essi mancava da due anni, quel Giovanni, il secondogenito, il piú amato, il piú scontroso. Un bel giorno era scomparso da casa e di lui non si erano avute notizie per due mesi. Finché non giunse una rispettosa e fredda lettera da Londra nella quale si chiedeva scusa per le ansie causate, si rassicurava sulla propria salute, e si affermava, stranamente, di preferire la modesta vita di commesso in un deposito di carboni anziché l’esistenza “troppo curata” (leggi: incatenata) fra gli agi palermitani. Il ricordo, l’ansietà per il giovinetto errante nella nebbia fumosa di quella città eretica, pizzicarono malvagiamente il cuore del Principe che soffrí molto. S’incupí ancora di piú.

S’incupí tanto che la Principessa, seduta accanto a lui, tese la mano infantile e carezzò la potente zampaccia che riposava sulla tovaglia. Gesto improvvido che scatenò una serie di sensazioni: irritazione per esser compianto, sensualità risvegliata ma non piú diretta verso chi l’aveva ridestata. In un lampo al Principe apparí l’immagine di Mariannina con la testa affondata nel guanciale. Alzò seccamente la voce: “Domenico” disse a un servitore “vai a dire a don Antonio di attaccare i bai al coupé; scendo a Palermo subito dopo cena.” Guardando gli occhi della moglie che si erano fatti vitrei si pentí di quanto aveva ordinato, ma poiché era impensabile il ritiro di una disposizione già data, insistette, unendo anzi la beffa alla crudeltà: “Padre Pirrone, venga con me; saremo di ritorno alle undici; potrà passare due ore a Casa Professa con i suoi amici.”

Andare a Palermo la sera, ed in quei tempi di disordini, appariva manifestamente senza scopo, se si eccettuasse quello di una avventura galante di basso rango; il prendere poi come compagno l’ecclesiastico di casa era offensiva prepotenza. Almeno padre Pirrone lo sentí cosí, e se ne offese; ma naturalmente, cedette.

L’ultima nespola era stata appena ingoiata che già si sentiva il rotolare della vettura sotto l’androne; mentre in sala un cameriere porgeva la tuba a don Fabrizio e il tricorno al gesuita, la Principessa ormai con le lacrime agli occhi, fece un ultimo tentativo, quanto mai vano: “Ma, Fabrizio, di questi tempi… con le strade piene di soldati, piene di malandrini… può succedere un guaio.” Lui ridacchiò. “Sciocchezze, Stella, sciocchezze; cosa vuoi che succeda; mi conoscono tutti: uomini alti una canna ce ne sono pochi a Palermo. Addio.” E baciò frettolosamente la fronte ancor liscia della principessa che era al livello del suo mento. Però, sia che l’odore della pelle della Principessa avesse richiamato teneri ricordi, sia che dietro di lui il passo penitenziale di padre Pirrone avesse evocato ammonimenti pii, quando giunse dinanzi al coupé si trovò di nuovo sul punto di disdire la gita. In quel momento, mentre apriva la bocca per dire di rientrare in scuderia, un grido subitaneo: “Fabrizio, Fabrizio mio!” giunse dalla finestra di sopra, seguito da strida acutissime. La principessa aveva una delle sue crisi isteriche. “Avanti” disse al cocchiere, che se ne stava a cassetta con la frusta diagonale sul ventre. “Avanti, andiamo a Palermo a lasciare il Reverendo a Casa Professa.” E sbatté lo sportello prima che il cameriere potesse chiuderlo.
 

* Nella foto, zuppiera da un servizio da tavola con animali e fascia lilla (Napoli, Real Fabbrica Ferdinandea, inizio XIX secolo; porcellana dipinta e dorata). Il brano è tratto dal capitolo I de Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Ti aspettiamo a Palazzo Madama domenica 12 luglio 2015, alle ore 11, per un workshop di twitteratura su carta e in digitale con cui festeggeremo il gioco dal vivo. Per prenotare il workshop, telefona al numero 011.52.11.788 (prenotazioniftm@arteintorino.com): il costo del workshop è di 4 euro e include l’ingresso alla mostra.
 
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