Il cibo è identità

Dal 28 settembre al 1 ottobre parliamo di cibo e identità. Prosegue la lettura su Twitter del Patto della Scienza, curato da Fondazione Feltrinelli e Expo Milano 2015. Partecipa con l’hashtag #LabExpo/foodscape.

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Con l’avvento dell’agroindustria e il cambiamento delle pratiche di produzione, le culture del cibo hanno subito radicali trasformazioni. Si è assistito ad un processo di crescente disconnessione tra coloro che producono cibo e coloro che lo consumano, i territori dove è stato prodotto, l’ambiente e le agri-culture locali.

La cultura del cibo è cambiata radicalmente nel corso dell’ultimo secolo, in quanto nuovi modelli di produzione hanno contribuito a modificare l’idea di località e di autonomie locali, i concetti di natura e di ambiente. Si sono verificati ampi “processi di separazione dell’agricoltura dall’ecologia, della produzione dal consumo e dalla riproduzione e una crescente de-simbolizzazione del terreno agricolo” (Vasavi, 2015).

L’agricoltura sta attraversando una grande crisi dovuta a modelli di sviluppo insostenibili connessi alle crisi alimentari, ai processi di manipolazione del cibo e alle malattie, ma anche al crescente rischio di abbandono dei terreni rurali, soprattutto nelle aree montane e collinari. A questo si aggiunge il fatto che il consumo di suolo in contesti peri-urbani si sta estendendo, e che allo stesso tempo stanno avvenendo intense trasformazioni delle zone rurali in relazione alle dinamiche globali dell’industria agroalimentare. La gestione delle risorse comuni, come la terra o l’acqua, mostra le forti contraddizioni dei paradigmi della modernizzazione, rivelando la sua importanza politica nonché il suo ruolo centrale nel dibattito pubblico e all’interno dei movimenti sociali orientati verso un nuovo concetto di cittadinanza agricola.

Riconnettere cibo, territori e agri-culture

Di fronte alla grande attenzione politica e sociale verso modelli di sviluppo sostenibili, le analisi dei contesti rurali sono spesso confinate in una prospettiva riduzionista, incapace di capire la complessità, l’eterogeneità e le dinamiche che oggi sono in gioco nelle aree agricole, soprattutto per quanto riguarda i piccoli produttori. È dunque fondamentale analizzare i modelli di sviluppo che sono in gioco oggi e dare un’attenzione particolare alle relazioni tra le società e gli ambienti, condensate nelle idee e nelle pratiche legate alla produzione e al consumo di cibo. Mezzi di sussistenza e comprensione verso agricoltori e produttori familiari rappresentano il primo passo per poter fare affidamento sull’”intraprendenza contadina” (Ayeb) e non amplificare le crescenti dipendenze e le politiche che possono diventare ancora più distanti dalle realtà locali.

Il cibo in molti paesi è anche connesso alla sua scarsità e alle carestie, all’accesso non equo a questa risorsa in termini di quantità e di qualità e alle crisi alimentari. Si tratta di contesti in cui si interpongono forti stereotipi tra il “noi” e il “loro”, tra il nord e il sud del mondo, che non consentono di leggere le dinamiche economiche e sociali nello stesso modo in cui vengono percepite dalle popolazioni locali: le strategie di coping, le relazioni tra la crisi alimentare e i problemi economico-strutturali, le migrazioni, le forme di malnutrizione, le dinamiche di povertà e l’incontro con i sistemi di aiuti alimentari, che spesso operano seguendo forti incomprensioni culturali o introducendo nuove realtà politiche nella distribuzione delle risorse.

“Connettere il cibo ai contesti in cui è prodotto e consumato significa anche osservare da vicino come avvengono le disconnessioni” (Rossetti, 2015), come dimostrano i numerosi casi di aiuti cash for food per le donne in Africa in cui, di fronte a queste politiche finanziarie, le donne sono “troppo povere da salvare” e i loro modelli di resistenza rivelano una strada verso nuove forme di agency, “proprietà” e controllo sui processi di esclusione.

I modelli agricoli sono interconnessi alle culture e alle “agri/culture”: sistemi di valori, di identità, sistemi di esperti locali e modelli di conoscenza legati al “savoir faire” e conoscenza incorporata, sono tutti elementi alla base della produzione di “diversità” (culturale, economica ed ecologica). La prospettiva etnografica, che focalizza l’attenzione su modelli sociali e culturali attuali, permette di rivelare le dinamiche sociali, i modelli di gestione delle risorse locali e le strategie culturali nell’affrontare i grandi cambiamenti e i processi di esclusione nella produzione di cibo e nelle relazioni ambientali. In questo scenario, i modelli di produzione, distribuzione e consumo emergenti e innovativi stanno ridefinendo la dimensione simbolica e collettiva del cibo. Sostenere i network alternativi di produzione, distribuzione e consumo del cibo (come i Gruppi di Acquisto Solidale e i Distretti di Economia Solidale in Italia, le banche dei semi, i network locali e rurali per la sicurezza alimentare) e le nuove idee di cibo come critica sociale e politica oggi rappresenta una sfida per una reale partecipazione ad un cambiamento sostenibile e verso una forma di cittadinanza attiva.

Cibo e corpo

Non meno importante è la centralità del corpo come mezzo attraverso cui si riflette la relazione tra la produzione e il consumo di cibo. La pervasività del cibo è ben visibile nell’atto nell’incorporazione, che è fondamentale nella costruzione dell’identità individuale e sociale: c’è un forte legame tra il corpo e il cibo (Lupton, 1996) ed entrambi i concetti hanno subito negli ultimi anni cambiamenti significativi dal punto di vista storico, sociale e culturale. La scuola socio-antropologica ha documentato lo slittamento da una concezione del corpo “aperto”, tipica delle società pre-moderne, in cui il singolo individuo e il corpo erano assimilati alla società attraverso rituali, a una concezione del corpo come intrinsecamente “chiuso”, tipica delle società moderne, in cui l’individuo afferma il controllo sui confini del proprio corpo e sceglie cosa assimilare. L’enfasi sulla responsabilità individuale e la distinzione dicotomica tra alimenti buoni e cattivi, salutari o non salutari, abitudini alimentari giuste o sbagliate, distingue il consumo di cibo da altre forme di consumo. Gli individui sono sempre meno consapevoli dell’origine dei loro alimenti; il cibo è diventato un oggetto opaco, sempre meno investito di connotazioni simboliche e di appartenenza. Questo processo è simile all’attuale individualizzazione del corpo, che separa l’individuo dalla società nel suo complesso (Le Breton, 1990). Allo stesso tempo, comunque, si sta manifestando un diffuso sentimento di rimpianto per il “cibo come simbolo di condivisione e intimità” (Favole, 2015).

Un crescente numero di persone è diventato, nel tempo, consapevole della natura sovradeterminata delle proprie scelte alimentari, ha espresso in modo critico le proprie preoccupazioni riguardo l’assunzione di alimenti privi di carattere identitario, e ha ritrovato interesse nell’idea di cibo come mezzo per affermare l’identità (Manceron, 2014). Il sociologo Guido Nicolosi (2007) ha elaborato il concetto di ortoressia per definire metaforicamente una caratteristica evidente della società contemporanea, caratterizzata da un alto grado di riflessività nelle pratiche alimentari. Questa iper-riflessività si presenta con vari significati: alimentari (fitness), etici (consumo critico), estetici (food design), simbolici (slow food), psico-patologici (disturbi dell’alimentazione) e si traduce in una moderna gastro-anomia (Fishler, 1992). Scoprire il significato identitario del cibo significa anche pensare al cibo come prodotto culturale, come veicolo di identità individuali e collettive. Le pratiche e i modelli di consumo di cibo biologico – una categoria intrinsecamente eterogenea che include una varietà di alimenti, modalità di produzione, distribuzione, consumo e vari attori sociali più o meno coinvolti attivamente nella ricerca di alternative valide alla catena alimentare industriale – rappresentano una strada percorribile per superare i limiti del cibo come sostentamento. Questo approccio alternativo suggerisce una visione olistica del cibo, non più considerato come un mero oggetto ma come un costrutto relazionale, da un punto di vista ecologico (la relazione con l’ambiente, gli animali e le piante) e sociale (le relazioni con i produttori). Secondo questa prospettiva, mangiare diventa un atto economico e politico e gli attori sociali non sono consumatori passivi: sono co- produttori, co-partecipanti alla catena alimentare, responsabili delle proprie scelte alimentari e delle conseguenze sociali ed ecologiche che esse comportano. Il cibo riacquista il suo valore simbolico, come segno di appartenenza a un mondo integrato dove natura, cultura, consumatori e produttori, individui e società sono riuniti.

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