#Leucò

Paolo Costa >

Lunedì 14 gennaio parte il progetto #Leucò, nuova tappa di un percorso avviato l’estate scorsa con #LunaFalò.

L’esercizio si fonda su due presupposti. Da un lato c’è il vincolo formale dei 140 caratteri, che non va inteso come limitazione delle possibilità elaborative, ma come spinta alla concentrazione ermeneutica e alla focalizzazione nei confronti del testo originale di Pavese. Ogni tweet è – parafrasando Roland Barthes – una lessia critica, ovvero il risultato della scomposizione del lavoro di lettura (che è anche riscrittura). Dall’altro lato c’è l’incrocio dei percorsi di lettura/riscrittura generati dal flusso di tweets, i quali vengono variamente organizzati dalla comunità attraverso associazioni, retweets, “storificazioni” e rimandi. Ne deriva un ipertesto, anche qui inteso alla maniera di Barthes, ossia nel senso di “testo costellato” e non continuo.

Le regole del gioco, ideato da Pierluigi Vaccaneo (@PaveseCesare), Hassan Bogdan Pautàs (@TorinoAnni10) e dal sottoscritto (@paolocosta), sono disponibili sul sito della Fondazione Cesare Pavese, qui. Una novità importante, rispetto a #LunaFalò, è la proposta di incrociare due strumenti di lettura dell’opera pavesiana: Twitter (testo) e Pinterest (immagini). L’altra è la scelta di identificare, per ciascuno dei ventisette Dialoghi, un Titano. Ai Titani il compito di avviare – uno ogni tre giorni – il lavoro di rilettura mediante uno starting-tweet.

Resta da dire perché abbiamo selezionato, per il nostro esercizio, un testo così impegnativo come i Dialoghi con Leucò. Dico impegnativo poiché in esso Pavese utilizza – come chiave di lettura delle angosce umane – la tradizione mitopoietica greca. Ed è una scelta che si riflette fedelmente nella scrittura, così diversa da quella della Luna e i falò. I Dialoghi parlano un linguaggio distante tanto dai toni realistici di altre opere, come ci avvisa lo stesso Pavese con soddisfatta ironia, quanto dall’antistilismo di molta, forse troppa produzione di oggi (la simil-lingua deprecata da Gabriele Pedullà poco più di un anno fa in una sua tirata sul domenicale del “Sole 24 Ore”). Perché dunque scegliere un libro che rimanda al substrato culturale del mito? Che contributo può offrirci, oggi, il Panteon greco visto attraverso gli occhiali di Pavese?

La tentazione è di considerare la natura del mito (mythos) in quanto contrapposta al discorso razionale (logos). Messa in questi termini, la questione sarebbe poco interessante, anche se negli ultimi anni ha trovato autorevoli interpreti (si pensi al neoplatonismo di uno psicologo del profondo con James Hillman). A noi interessa il mito in quanto risorsa della memoria. E intendiamo non solo la memoria individuale, ma anche e soprattutto quella collettiva. Sì: anche la memoria di un paese, come l’Italia, che in questo momento appare smarrito e sofferente. Oggi la prospettiva di riscatto dell’Italia sembra affidata per intero alla speranza di rinnovamento della politica. Secondo noi questo non basta: ciò che, più di ogni altra cosa, manca è il rinnovamento della memoria del nostro paese. Pensiamo che, da questo punto di vista, i Dialoghi di Pavese forniscano un contributo formidabile. I suoi discorsi mitopoietici sulla terra, la vite e il vino, il mare, la montagna, la spiga, la collina, l’ebrezza, la donna selvaggia, lo sperma e il sangue sono nuclei attorno ai quali si coagulano campi semantici articolati e fortissimi. Sono le tappe di un’iconografia della nostra anima ferita, che non si contrappone al logos e dice la verità. In fondo tale modo di intendere il ruolo del mito appare anche coerente con le interpretazioni più attente della rilettura della mitologia tradizionale da parte di Platone, come ci ricorda Franco Ferrari (Filosofia e mitologia in Platone, 2006, p. 21):

Esiste anche un mito rammemorativo e non produttivo, ossia un mito che non imita poieticamente il dato (sensibile e degradato) che ha di fronte, bensì si propone di tornare alla fonte di un sapere lontano e inaccessibile ai sensi: un sapere non produttivo, bensì anamnestico, rammemorante.

Dunque il mito come memoria. Nel racconto di Antonio Tabucchi Esperidi. Sogno in forma di lettera (in Donna di Porto Pim e altre storie, 1983) l’io narrante ci parla di un Panteon abitato da “dèi dell’animo, del sentimento e delle passioni”. Essi dimorano nel “mare ignoto che sta oltre le Colonne”, in “piccole creste di isole”. Fra questi il dio del Rimpianto e della Nostalgia:

La sua deità si estende in una zona dell’animo che ospita il rimorso, la pena per ciò che fu e che non dà più pena ma solo la memoria della pena, e la pena per ciò che non fu e che avrebbe potuto essere, che è la pena più struggente.

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