#PaesiTuoi: un camuno ci vuole

#PaesiTuoi dalle Langhe alla Val Camonica. Iuri Moscardi spiega come il Distretto Culturale Valle Camonica è riuscito a raccontare la valle dell’Oglio attraverso Twitter.

Nel 1987, con il film Tandem, Patrice Lecomte regalò alla cinematografia la splendida avventura degli intrattenitori radiofonici Mortez e Rivetot nella Francia profonda. Perché ha senso cercare di raccontare una valle italiana, come quella dell’Oglio, attraverso un @hiTweetbook: #PaesiTuoi/Camuni? ha vinto il premio Consorzio dell’Asti a Parolario 2013

Ha senso per la modernità del mezzo. La Valle Camonica è la Valle dei camuni, che lasciarono le incisioni rupestri sulle rocce: oggi, dopo millenni, le osserviamo ancora. Ma oggi, dopo millenni, non si scrive più sulle rocce, si usano nuovi strumenti. Il tweetbook e i tweet che lo compongono ci sono sembrati il mezzo migliore per aggregare – a livello locale – più “autori” e fargli raccontare la Valle Camonica in maniera diretta e divertente. Inoltre, tutti i nostri tweet entravano nel flusso più ampio e totale di Twitter e, grazie all’hashtag, entravano in contatto con quelli degli altri utenti partecipanti a #PaesiTuoi, e questo è stato sicuramente il modo più rapido, economico ed efficace per fare parlare della Valle Camonica. Non l’abbiamo pensata come una trovata promozionale, ma sicuramente anche questi aspetti microscopici hanno avuto importanti ricadute sul territorio. Insomma, un modo per uscire dal guscio in cui spesso ci confiniamo e per dire agli altri – potenzialmente, al mondo – che anche noi ci siamo e dialoghiamo con i mezzi della modernità.

Tandem (Patrice Lecomte, 1987)



Puoi spiegarci come ha fatto la Val Camonica a mobilitare decine di persone per realizzare un @hITweetbook che la raccontasse? E’ sufficiente ricordare Pavese, dicendo che “Un paese ci vuole”, oppure c’è dell’altro? E poi, perché mai mettere insieme il Belbo e l’Oglio?

Un camuno ci vuoleIl successo che abbiamo ottenuto (con ben 34 partecipanti) è stato una bellissima sorpresa anche per noi. Tutto è partito dalla giornata del Pavese festival a Santo Stefano Belbo il 4 agosto, quando la Fondazione Cesare Pavese e Twitteratura.it hanno presentato il progetto #PaesiTuoi: quindi, simbolicamente ma anche concretamente, lo zampino di Pavese c’è ed è bello grosso. Naturalmente avrei partecipato raccontando il mio territorio, spesso dimenticato o marginalizzato, ma mi sembrava che impostare il racconto solo sulla mia voce non fosse abbastanza, che sarebbe stato meglio fare raccontare a più voci le varie sfaccettature della Valle (diversissima anche da paese a paese: cambia persino il dialetto, tra alcuni paesi confinanti; senza contare che un paese camuno dell’alta Valle, come può essere Ponte di Legno, è totalmente diverso da uno della bassa Valle come Breno o da uno del Lago come Pisogne). Se l’avessi raccontato solo io, il territorio, che pure lo conosco, sarebbe stata una narrazione parziale, limitata alle mie conoscenze dirette e alla mia ottica. Serviva invece una narrazione corale con un capofila a fare da portavoce. Per questo ho pensato al Distretto Culturale di Valle Camonica, che sta lavorando bene già da alcuni anni per valorizzare il patrimonio culturale della Valle e la sua immagine: l’accoglienza, da parte loro, è stata entusiasta, e insieme ci siamo attivati per coinvolgere il maggior numero di persone. Diciamo che è stato tutto merito del passaparola: abbiamo innanzitutto inviato tweet a utenti che sapevamo essere della Valle, poi contattato le tv e i giornali locali perché promuovessero la cosa e in breve si è formato un buon flusso di partecipanti. Osservandoli nelle tre settimane di svolgimento, ho notato che si è formato uno zoccolo duro molto attivo (con tweet quotidiani) ma hanno partecipato anche utenti conosciuti su Twitter proprio con #PaesiTuoi/Camuni. L’interesse e il richiamo sono andati gradualmente aumentando: al punto che, se avessimo proseguito anche oltre il 25 agosto, probabilmente avremmo avuto molti altri tweet e altri partecipanti.

Perché unire Belbo e Oglio? Perché sono territori dall’identità fortemente marcata, che ti danno un’impronta indelebile. Citi Pavese che dice che “un paese ci vuole”: sicuramente per i camuni ci vuole eccome, come ci vuole una Valle, e non certo per andarsene ma per viverla e parlarne. I camuni sono sinceramente innamorati della loro terra e sono orgogliosi di mostrarla e farla conoscere.


Fra i diversi @hiTweetbook in concorso a Parolario 2013 per #PaesiTuoi, quello realizzato dagli abitanti della Val Camonica – i Camuni, appunto – è costellato di fotografie. Cosa rende questa esperienza più interessante di un repertorio fotografico, o di una collezione di cartoline?

Un-camuno-ci-vuoleSicuramente il senso di quelle fotografie, il significato che vi associa chi le ha scattate: che è poi il motivo per cui chi le ha inserite le ha scattate e le ha scelte. Non esagero se dico che ognuna di quelle foto è come un pezzo del cuore di chi l’ha scattata e scelta: perché quella precisa foto rappresenta un’esperienza, una storia, un passato legato strettamente al suo autore, che condividendola sceglie di condividere un pezzo di quello che è.

Non sono foto scelte a caso, a semplice corredo di parole o racconti: chi le ha scelte, ha deciso di raccontare con la foto prima ancora che con le parole. La foto prima di tutto, perché è l’esperienza da condividere; solo dopo le parole, per descriverla o spiegarla.


Tweet dopo tweet, #PaesiTuoi/Camuni rievoca anche le sofferenze della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, oltre a richiamare le Guerre d’Indipendenza. Non è che l’Italia si ricorda della Val Camonica solo quando si tratta di strappare i suoi figli per la guerra? O meglio, così significa vivere nei #PaesiTuoi della Val Camonica?

Un camuno ci vuolePer quanto riguarda il passato, con le sue guerre, sicuramente sì. Lo testimoniano le esperienze belliche dei miei nonni, quello materno (Stefano) “ragazzo del 99” e Cavaliere di Vittorio Veneto e quello paterno (Giuseppe) soldato in Grecia e Jugoslavia e quasi ammazzato in un lager nazista. Cito loro perché sicuramente non sapevano nulla o quasi, del loro Paese, prima di essere strappati dalle quattro case di Mezzarro e spediti in posti che non riuscivano nemmeno a immaginare per fare cose che li segnarono tutta la vita. Quindi sì, allora l’Italia si ricordava della Valle Camonica solo per le guerre, quando i “funzionari” salivano fin quassù col loro trombettare di retorica a prendere per il naso contadini mantenuti nell’analfabetismo.

Per quanto riguarda l’oggi, il discorso è diverso. Oggi le guerre non ci sono più (o, perlomeno, non sono più combattute come una volta) e il contesto va aggiornato, perché le comunicazioni sono molto più rapide ed efficaci. Eppure, un certo isolamento ancora rimane: siamo un territorio conosciuto ma che non fa notizia, con molte presenze turistiche senza però essere nella top ten delle località, occupiamo poche volte le prime pagine se non per notizie di cronaca. Brescia è a 60 km, eppure è lontana: non fisicamente, ma mentalmente. E’ quasi, paradossalmente, un altro pianeta. E Brescia è un po’ il simbolo di questa lontananza che l’Italia sembra voler mantenere da noi. Non che ai camuni dispiaccia governarsi da sé, e infatti non mancano le iniziative per costruirsi quello che ci manca: eppure, un po’ più di vicinanza non dispiacerebbe. Lo dimostrano le proteste dei lavoratori degli stabilimenti Riva di Sellero, Malegno e Cerveno di questi giorni, la cui mobilitazione sta coinvolgendo soprattutto la Valle mentre servirebbero interventi soprattutto da fuori. E’ come se le istituzioni che governano il Paese pensassero: “Massì, la Valle Camonica può farcela anche da sola” e quindi a meno di catastrofi non intervengono e ci lasciano fare.

La sensazione che hai nascendo e crescendo in Valle Camonica è che devi arrangiarti perché quello che chiedi non lo ottieni: una sfiducia pazzesca, che poi magari non si traduce in forme di protesta più concrete o di peso (per dire, non è che poi a votare non ci va nessuno: anzi), verso il nostro Paese. Paese che diventa quasi la caricatura dell’inaffidabilità, dei pasticcioni ai quali invece contrapporsi come gente seria, che ragiona e che soprattutto fa in prima persona (questo intendevo, prima, con “costruirsi quello che ci manca”). Magari è una sensazione che vivono tutti i territori di provincia: però, qui la si respira e ci si crede in maniera molto concreta e forte. Riassumendo e concludendo, perciò: sì, ci sentiamo un po’ tralasciati ma non ne facciamo un dramma così grosso né una paranoia.


Iuri MoscardiIuri Moscardi (@iurimoscardi) – E’ nato nel 1986 a Breno, in Valle Camonica. A 19 anni ha dato il suo “addio ai monti” per trasferirsi nella pianura e nello smog di Milano, dove si è laureato (due volte) su Pavese. Ha partecipato a tutti i progetti proposti da twitteratura.it. A Milano lavora e cerca di allargare le radici. Gli piace leggere (Pavese, ma anche altro) e scrivere. Infatti, è tra i fondatori di generAzione rivista, dove cura anche una rubrica di poesia, e ha scritto un libro in dialetto su Mezzarro, la frazione di Breno da dove proviene. Lo twitteratura lo affascina, e vorrebbe studiarla in maniera approfondita.

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