#2019SI – Alberto Prunetti

Alberto Prunetti, Amianto, Roma, Edizioni Alegre, 2014, pp. 84-89 (I ed. Milano, Agenzia X, 2012).


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In Amianto. Una storia operaia, Alberto Prunetti racconta la vita di suo padre. Renato, operaio trasfertista specializzato nella manutenzione di grandi impianti, accompagna sulla sua pelle l’Italia industriale del Novecento, fino ad essere consumato e ucciso dalla totale mancanza di sicurezza nei luoghi in cui lavora. Qui inizia la guerra di Alberto, nei tribunali e sulla carta, per ristabilire la verità e per restituire dignità ad un’intera generazione di lavoratori. I brani che leggeremo sono tratti dal capitolo “Pioggia d’estate”. Leggi la nostra intervista ad Alberto Prunetti.


Sabato 19 luglio 2014

Alberto Prunetti - AmiantoMentre Renato partecipava alla rappresentanza sindacale di base, io mi preparavo a uscire dalle scuole superiori. Il giorno prima degli esami mi disse a mo’ d’incoraggiamento: “Ora ti fanno il tassello”, quasi fossi un cocomero di cui bisognasse valutare la maturità. Ebbi una buona dose di culo e ottenni il massimo dei voti. Quell’anno in tutto il liceo ci furono tre 60/60. Va detto che gli altri due voti erano meritati, ma il mio sessanta era un atto di rapina di un pirata, frutto di una faccia a culo tremenda e di uno sfrenato velleitarismo culturale: impressionai la commissione e funzionò. Ne parlo solo perché la cosa ha un risvolto con il ruolo della fabbrica nel circondario in cui sono cresciuto. Lo stabilimento industriale della Tioxide metteva a disposizione dei pargoli promettenti delle borse di studio. Quell’anno, presa visione dei fogli, emisero per gli studenti che avevano conseguito il massimo dei voti due borse di un milione e mezzo e una di sole cinquecentomila lire. Per far capire quanto la fabbrica fosse parte integrante della vita del posto, dei tre sessanta uno andò alla figlia di un dirigente della fabbrica (credo fosse un ingegnere), l’altro alla figlia di un altro quadro di rilievo (forse dell’amministrazione, adesso non ricordo). Poi c’ero io, il figlio di un operaio che in quello stabilimento aveva impastato il titanio col sudore. Ovviamente la borsa più piccola, quella di cinquecentomila lire, la dettero a me. Non mi lamentai, a caval donato, però mi aspettavo più gratitudine da una industria a cui avevo fatto vincere vincere pochi anni prima il Torneo di calcetto di Gavorrano con un calcio di rigore ineccepibile. Mi resi anche conto che da quel giorno sarei sempre stato “il primo degli esclusi tra gli idonei”, una formula che ho ritrovato ogni volta che ho provato a cercare un lavoro meno precario. La buona notizia è che almeno con quel voto avevo diritto all’esenzione delle tasse universitarie al momento dell’iscrizione. Per la cronaca, avrei potuto farmi un viaggio in inter rail e scoprire qualche posto al di fuori delle province di Grosseto e Livorno, da cui non mi ero mai allontanato negli anni dell’adolescenza con l’eccezione di qualche rara gita scolastica. Invece i soldi della borsa della Tioxide li finii tutti in birre, a dimostrazione di quello che il Lombroso definirebbe “il pernicioso atavismo delle classi popolari”. Vuoi vedere che se i padroni ci tolgono i soldi lo fanno a fin di bene, per evitare che ci roviniamo il fegato con le birre?


Domenica 20 luglio 2014

Inizio degli anni novanta. Renato ha un figlio all’università. Ormai è quasi fatta, pensa. Studiare sarà un modo per non finire in un cantiere. Negli anni ottanta i figli degli operai possono accedere a un’università che ha ancora un sistema di borse di studio: con il nostro reddito familiare, io non pago le tasse universitarie, ottengo la mensa gratuita e il soggiorno alla casa dello studente. Chi si è laureato negli anni settanta, provenendo dai ceti popolari, può ancora prendere la strada dell’insegnamento o delle professioni. Ma dagli anni novanta la società si chiude a riccio, le opportunità si riducono, i ricchi accedono ai posti chiave della società attraverso costosissimi master postuniversitari da fare all’estero. I figli degli operai devono comunque frequentare l’università di fretta, evitando di finire fuori corso, senza partecipare a costosi programmi di scambio con le università europee. La società aperta semplicemente non esiste e i lavori culturali saranno i primi a essere esposti al precariato e al taglio delle garanzie sindacali. “Perché non mi sono messo a fare l’idraulico?” è il mantra che ho ripetuto, interrogando me stesso, tante volte.

Andare all’università: un rito di passaggio che si può illustrare con un aneddoto bizzarro. Renato si imbarazzava quand’era fuori dal suo ambiente. Prima dell’inizio dei corsi universitari mi accompagnò a Siena per cercare una camera in affitto. Siena per noi era una città lussuosa e ci metteva a disagio. Entravamo nelle agenzie immobiliari e lui di fronte all’area condizionata, le travi a vista e le segretarie in tiro quasi si metteva a tartagliare. Una volta cominciò un discorso: “Si cercava una camera per questo…” e mi sbatteva la mano sulla spalla… “per questo…” …altra botta sulla mia spalla… “per questo…” … e intanto fissava sconcertato la gonna dell’agente immobiliare… “per questo ragazzo!” … e ci piantò una “Maremma schifosa” che venne giù di schianto assieme al maglio di ferro che si abbatté sulla mia articolazione ormai lussata. Ce ne tornammo in Maremma certi che la città ci fosse nemica e riprendemmo a respirare solo dopo esserci fermati al bar di Frosini, dove il tempo e i prezzi erano rimasti quelli del dopoguerra. Due enormi fette di pane con il buristo bastarono a consolarci degli insulsi tramezzini senesi e ci dettero il tempo di ascoltare una conversazione paradossale. Un gruppo di fiorentini si accostarono alla cassa e dichiararono quattro panini, otto bicchieri di vino e quattro grappe. Si sentirono dire dal Papero, il vecchio gestore del bar: “Cinquemila lire”. “Come cinquemila lire?” replicarono i fiorentini, allibiti per un prezzo tanto economico. “Maremma cane, se vi sembra troppo facciamo tremila e chiudiamo la faccenda qui!” rispose il vecchio, che non cedeva alle regole dell’economia. Insomma, la città era già lontana.


Lunedì 21 luglio 2014

Non ci rimasi molto in provincia. Mi ritrovai a ottobre “spiaggiato” a Siena, con l’ansia di risparmiare sui costi del soggiorno universitario e con la necessità di guadagnare qualche lira per le piccole spese. Così mi inventai un piccolo business in cui coinvolsi Renato a sua insaputa. Tra una lezione e l’altra cominciai a frequentare il reparto di archeologia della biblioteca di Lettere e scoprii presto che gli aspiranti archeologi spendevano un casino di soldi, qualcosa come cinquanta, settantamila delle vecchie lire, per comprarsi un attrezzo che non era altro che una cazzuola da muratore molto piccola, che si ordinava in Germania e si chiamava trawl. Gli archeologi avevano un amore feticista per questo utensile di lusso e anche se non scavavano quasi mai se lo portavano in biblioteca, facendolo uscire ammiccante dai jeans, simulando chissà quali campagne di scavo in Numidia. In teoria dovevo comprarlo anch’io e la cosa mi scappò di dirla a mio padre. Gli feci vedere una foto e lui mi disse in livornese: “O brodo, dé, questa te la cao in due minuti, di volata”. Poi andò in garage, attaccò il flessibile, tagliò col disco una cazzuola seguendo il modello del manuale di archeologia universitario, rifilò inclinando la mola di quarantacinque gradi, rifinì il tutto passando di piatto e mi consegnò l’arnese. “Ovvai,” disse.

L’attrezzo era una trawl perfetta. La portai due giorni dopo a Siena e gli archeologi si complimentarono per l’acquisto del neofita convertito, senza capire che non era altro che una cazzuola della ferramenta all’angolo rifilata e che le storie della terra – come loro chiamavano le attività di scavo – me l’ero già fatte raccontà dai mi’ amici tombaroli che bucavano i boschi con lo spillone. Boia, st’archeologi, immaginati se c’avevano da riconosce un bucchero etrusco da uno contraffatto, che pali e che padelle! I complimenti per la trawl continuavano ad arrivare e a un certo punto vidi l’occasione del business. All’ennesima ragazza che si complimentava per la mia trawl, dissi con un aria da pusher consumato: se vuoi, te la posso ordinare attraverso un amico che vive in Germania. Trentamila lire, sconto del cinquanta per cento. Cominciai a prendere un po’ di ordinazioni, solo che mi pa’ si ruppe le palle presto di ritagliarmi cazzuole, anche perché l’avevo tenuto fuori dall’affare (progettatto per il finanziamento delle spese al bar) e non capiva come facessi a romperne una dopo l’altra. “Che cazzo vi fanno scavà all’università, il granito?” si lamentava. “Tanto valeva che ti mandavo al professionale.” Magari! L’Ipsia di Follonica, ovvero l’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato, era il mio sogno proibito, il mondo che mi era sfuggito perché mi avevano mandato al liceo. Al professionale quando facevano sciopero smontavano le ruote delle automobili ai professori. Alla professoressa di religione incollavano nel registro dei santini tratti da riviste come “Le ore liete”, “Blitz”, “Lando”, e “Gin Fizz”. E poi era pieno di metallari. “Io ascolto il metallo”, dichiaravano durante le interrogazioni gli adolescenti del professionale prima di proclamarsi detenuti politici e i babbi operai non si preoccupavano di capelli lunghi e unti e magliette con gli scheletri, certi della vocazione metallurgica che andavano maturando. Era un gran posto, altro che il liceo, che tentai di mobilitare sotto lo slogan “sementa bandoni” suscitando reazioni allibite (i bandoni erano le lamierone semilavorate delle acciaierie piombinesi, che volevo utilizzare per colpire al cuore l’autoritarismo scolastico). Al professionale la rivolta metallica era già in corso: un mio amico – al monito di un professore che voleva mettergli una nota – corse in aula, prese il registro, lo portò in officina, lo mise sotto il trapano a colonna, ci fece un buco, ci fece passare il bullone, la rondella e il dado, tirò tutto bene stretto e per sicurezza ci piantò un punto di saldatura. Poi tornò a cercare il professore e gli disse, mettendogli il registro in mano: “Ovvai, mettimela ora, la nota sul registro”. Sementa bandoni!




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