#2019SI – Federigo Tozzi

Federigo Tozzi, Bestie, Milano, Treves, 1921.


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69 fra aforismi e frammenti in cui compare un animale. Il primo è dedicato all’allodola, simbolo di elevazione e armonia con la natura. In Bestie, Federigo Tozzi esprime tutta la frammentarietà e l’assurdità della vita.

Giovedì 10 luglio 2014

I. Che punto sarebbe quello dove s’è fermato l’azzurro? Lo sanno le allodole che prima vi si
spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me? Una mi ha proprio rasentato gli  occhi, come se avesse avuto piacere d’impaurirsi così, fuggendo.
Che chiarità tranquille per queste campagne, che si mettono stese per stare più comode! Che  silenzii là dall’orizzonte e dentro di me!
La strada per tornare a Siena è là. Vado.
Le case si facciano un poco a dietro, e quel mendicante non mi cada addosso. Almeno l’altro è seduto per terra! Dio mio, tutte queste case! Più in là, più in là! Arriverò dove trovare un poco di dolcezza!
Dio mio, queste case mi si butteranno addosso! Ma un’allodola è rimasta chiusa dentro
l’anima, e la sento svolazzare per escire. E la sento cantare.
Verso il settentrione; dov’è di notte l’orsa, dove la luna non va mai!
Ora, se anche io t’amo così, o allodoluccia, vuol dire che tu puoi restare dentro la mia anima quanto tu voglia; e che vi troverai tanta libertà quanta non ne hai vista dentro l’azzurro. E tu, certo, non te ne andrai mai più.
Non fai né meno ombra!
Esciamo dalle strette delle case e dei tetti. La città si chiude sempre di più; le case sono
sempre più vuote; e non vi troveremmo niente per noi.
Lasciamola qui, questa gente che metterebbe me al manicomio e te dentro una gabbia!
Sono le tue ali che tremano oppure è il mio cuore? Credo che sia passata la morte, in cerca non si sa di chi. Oh, ma la chiuderemo dietro qualcuno di questi cancelli, in uno di questi vicoli senza sfondo, insieme con la spazzatura! A Siena, ce ne sono di questi cancelli che nessuno apre mai, perché non servono più a niente; dalla parte di dietro a qualche orto che nessuno coltiva; di fianco a qualche palazzo disabitato.


Venerdì 11 luglio 2014

II. Dove vai tu ch’io sento parlare e perciò riconosco? Tu non esisti, ma io vedo lo stesso come sei vestita; ti vedo camminare, ti sento vicina; e scorgo bene il tuo viso. Allora, non mi rimane che mettermi a scrivere, perché ci sentiamo già d’accordo; ed io qualche volta suggerisco e finisco i tuoi pensieri, e qualche volta bisogna che ti ascolti. Tu sparirai come una bolla di sapone; anzi bisogna ch’io mi affretti perché tu mi giri intorno con troppa fretta, rapidamente.
E se m’avvicinasse una persona di casa, ecco tu, o allucinazione, te ne andresti dietro la porta; ed è probabile che tu non tornassi.
Potrei raccontare con precisione come sei pettinata, come tieni le mani.
Ma ecco sento chiacchierare da vero; e un piccione, beccando a un vetro della finestra, ti strappa da me.


Sabato 12 luglio 2014

III. Qualche mattina, anzi giorno, sono entrato nella Basilica di San Francesco; a Siena. I colori delle vetrate erano lividi, come pezzi di diaccio, con i santi e le sante intirizziti, dentro e attraverso.
Cercavo di camminare in punta di piedi per non udire il mio passo, e m’avanzavo fin sotto l’altare maggiore; poi, tanto a destra che a sinistra, andavo da una cappella all’altra, cercando, con superstizione, di fermarmi, dentro ciascuna, più nel mezzo che mi fosse possibile ma senza troppo tempo a mesurare lo spazio con gli occhi, e restandoci finché non avessi contato fino a cinquanta. Dopo ogni cappella la mia esaltazione mistica si faceva sempre più completa; e mi veniva in mente di non escire più dalla Basilica. Tutto il mondo, attorno alle sue alte mura, diveniva sempre più dolce e più religioso. Qualcuno faceva segni di croce che rimandavano indietro le folgori e arrestavano il vento. Gli organi cantavano insieme con la mia anima, che fruttificava come un miracolo fatto sopra una vigna. (Certo il ricordo di qualche leggenda manoscritta, letta alla Biblioteca Comunale). Le campane suonavano, le ore battevano; e tutto era musica. L’azzurro del soffitto di una cappella si moveva e si apriva; gli angioli venivano fuori come se fossero stati sospinti dall’infinito. Gli affreschi del Lorenzetti si animavano; tutto il medio evo era dinanzi a me; io mi sentivo una spada in mano, e dovevo per primo cominciare battaglie che duravano secoli.
Io sorridevo guardando il sagrestano che zoppicando portava la scala da un punto all’altro delle lunghe pareti.
I sacerdoti mi benedicevano, il papa m’invitava a trovarlo.
Scricchiolò in una cappella, da un lato, una cassapanca antica: corse attraverso tutto l’impiantito, sparì, come il brivido dalla testa ai piedi, un topo.


Il gioco di Tw Letteratura per #2019SI continua con Santa Caterina da Siena
Da domenica 13 a martedì 15 luglio leggi, commenta e riscrivi le Lettere.




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