#CattivaMemoria – Memoria e narrazione

Françoise Kankindi e Daniele Scaglione, Rwanda, la cattiva memoria, Formigine, Infinito edizioni, 2014.


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DOMENICA 24 AGOSTO 2014 – MEMORIA E NARRAZIONE


Rwanda - Cattiva memoriaDANIELE – Le uccisioni del 1994 sono avvenute secondo diverse modalità: casa per casa, oppure alle barriere erette in mezzo alla strada per impedire la fuga delle vittime, o ancora in luoghi dove i tutsi si radunavano credendosi più sicuri, come chiese e scuole. In questi edifici sono avvenuti i massacri più impressionanti e alcuni di quei posti sono poi stati trasformati in luoghi della memoria. Sembrerebbero dei musei come tanti altri, con i classici pannelli composti di testo e foto, se non fosse che vi si trovano anche i resti delle vittime. I rwandesi che ho incontrato a Kigali nel 2004 mi hanno detto che in questi posti ci vanno solo i giornalisti o i turisti stranieri. Mi hanno spiegato che loro avevano troppo da fare, impegnati com’erano nel ricostruire il Paese, per potersi dedicare più di tanto alla memoria.

FRANÇOISE – Condivido quello che ti hanno detto. Stare lontano dai luoghi della memoria per noi è un atteggiamento diffuso e da fuori può sembrare strano. Subito dopo il genocidio bisognava ricostruire tutto da zero e ancora oggi c’è moltissimo da fare. In queste condizioni, piangere è un lusso che non ci si può permettere. Ma c’è anche un’altra motivazione, più difficile da spiegare. In passato, dopo ogni ondata di massacri, i tutsi sopravvissuti assistevano alla promozione sociale di chi s’era distinto nelle violenze contro di loro, considerato un “bravo rwandese” che aveva fatto bene il suo “lavoro”. Anche nel 1994 gli organizzatori del genocidio erano convinti che la storia si sarebbe ripetuta: avrebbero eliminato noi tutsi e poi sarebbero ritornati alla loro vita di sempre, in un Rwanda finalmente ripulito dagli “scarafaggi”. Ma quella volta le cose sono andate diversamente e, alla fine della guerra, abbiamo avuto davanti ai nostri occhi quello che era successo: un disastro senza precedenti. E benché il Fpr avesse vinto, non abbiamo festeggiato. Nessuno ha festeggiato perché quella guerra, ancora oggi, noi la viviamo come una perdita infinita. Noi, che ci identificavamo nel Fpr, che lo sostenevamo da tante parti del mondo, che trepidavamo per la sorte dei nostri fratelli combattenti, non riusciamo a toglierci un dubbio dalla testa: “Se non avessimo attaccato, se non avessimo perseguito il nostro diritto a rientrare in patria con l’uso della forza, tutte quelle persone sarebbero ancora vive?”. Ci diciamo che forse non ci sarebbe stato un massacro di quelle dimensioni, periodicamente però ce ne sarebbero stati tanti altri, esattamente com’era avvenuto in passato. Ma è solo un’ipotesi, non una certezza, e così la domanda resta: cosa dovevamo fare? Rinunciare alla nostra patria e continuare la vita da eterni profughi? Lasciare i tutsi in Rwanda vivere da eterni indesiderati, discriminati nel lavoro, nelle scuole, per poi essere massacrati periodicamente? La risposta nessuno di noi ce l’ha, nessuno. Per cui io stessa, per dieci anni, non ho avuto il coraggio d’entrare in quel pozzo di merda che è stato il genocidio, un puits d’un noirceur inouïe. Non ci sono molte possibilità: in quel pozzo o ci caschi e non ne esci più, oppure cerchi di starne sul bordo. Sai che lì ci sono un milione di morti, ma tu non hai la forza di sporgerti e guardare dentro. Il coraggio di andare a visitare i luoghi della memoria. E chi ce l’ha? Tanto, quell’orrore ognuno di noi se lo porta dentro le viscere, le nostre notti sono spesso e volentieri piene d’incubi della violenza immane subita dalla nostra gente.


DANIELE – I posti in cui sono morti i tuoi parenti, i tuoi zii e cugini, invece, li hai visti?

FRANÇOISE – Nel 1995, quando sono andata a trovare i miei genitori rientrati in Rwanda, ho chiesto timidamente a mia madre: “Andiamo a Butare?”. “Figlia mia, lascia perdere. Non ti ci porto”.


DANIELE – Quindi, a vent’anni di distanza, cosa dobbiamo fare di questi luoghi della memoria?

FRANÇOISE – Io, alla fine, ci sono andata. Nel 2007 sono stata al memoriale sulla collina di Gisozi, nella capitale. Poi, nel 2013, mi sono recata a Nyamata, la piccola chiesa a circa 35 chilometri da Kigali, dove il 10 aprile 1994 sono state ammazzate 2.500 persone e dove nel 1992 Antonia Locatelli era stata uccisa perché aveva denunciato alla Radio France Inter i massacri in atto e i preparativi del genocidio che si svolgevano sotto i suoi occhi. Ogni volta che torno in Rwanda vado a visitare un luogo della memoria, un solo posto alla volta è un ritmo che posso sopportare. Ora, vent’anni dopo, con il senno di poi posso dire questo: guai a chi tocca i luoghi della memoria. Perché funzionano da monito, perché possono impedire che questi genocidi accadano ancora. Gli estremisti sanno che per riprendersi il potere devono di nuovo dividere hutu e tutsi, e farlo non sarebbe troppo difficile: pensa a quegli hutu cresciuti all’estero, le cui famiglie sono scappate con i grandi esodi del 1994; pensa a quanto sarebbe facile rinfocolare in loro l’odio verso i tutsi. Quindi è fondamentale che esistano dei luoghi dove tutti possano vedere che già siamo stati divisi, in passato, e il risultato sono stati tutti quei morti.


DANIELE – Tu pensi che l’esposizione di così tanti corpi possa servire davvero? In fondo, il memoriale di Kigali, che io considero straordinario, svolge molto bene la sua funzione senza esporre cadaveri, anche se nello stesso luogo sono sepolte 250.000 persone.

FRANÇOISE – Credo che il memoriale di Kigali e luoghi come Nyamata siano complementari. Quello della capitale è un vero e proprio museo con finalità didattiche, costruito anche grazie all’esperienza di Aegis Trust, un’organizzazione non governativa britannica nata nel Duemila con lo scopo di prevenire i genocidi. I luoghi della memoria, invece, è dove sono avvenuti i massacri. Il memoriale di Kigali racconta la storia, mentre Nyamata, Murambi, Nyanza, Bisesero sono la storia. E così com’è importante che si possa ancora andare a vedere con i propri occhi le camere a gas di Auschwitz, altrettanto importante è che si possano vedere i luoghi dei massacri in Rwanda.


DANIELE – Murambi è – in assoluto e non solo riferito al Rwanda – il luogo più sconvolgente dove mi sia capitato di andare. È una collina su cui nel 1994 si stava costruendo una scuola. Decine di migliaia di tutsi in cerca di protezione vi si radunarono, spinti dalle autorità locali civili e religiose. Era una trappola: le milizie arrivarono e sterminarono almeno 27.000 persone, che furono buttate in una fossa comune. Qualche settimana dopo vi si stabilirono dei soldati francesi dell’operazione Turquoise e coprirono la fossa con un po’ di terra argillosa, che fermò la decomposizione dei corpi. Alla fine della guerra, i resti di quelle povere persone vennero recuperati, e ancora oggi ne sono esposti migliaia su bancali di legno dentro le aule. Il contrasto tra la bellezza di quel posto e il massacro che vi è avvenuto è fortissimo. Quella collina dovrebbe essere dichiarata ground zero dell’umanità, perché nessun altro luogo mette così in luce la distanza siderale tra i diritti dichiarati dalla comunità internazionale e il cinismo dei suoi massimi leader. Dovrebbero venirci persone da tutto il mondo, a partire dai giovani.

FRANÇOISE – Tutto quello che si fa in favore della memoria deve avere come primo obiettivo i giovani. Questo è importante anche per i ragazzi rwandesi. È difficile per noi ricostruire una memoria comune, in cui potranno identificarsi le generazioni future. Pensa a coloro che sono nati dopo il 1994 o che comunque erano allora piccoli, pensa ai diversi contesti in cui siamo cresciuti. Tra i tutsi oggi in Rwanda ci sono i sopravvissuti e quelli rientrati da decenni di esilio. Noi all’estero siamo cresciuti con addosso il risentimento di chi si vede sbattuto fuori dal proprio Paese. Coloro che erano in Rwanda all’epoca del genocidio, invece, erano stati risparmiati dalle violenze e magari confidavano di riuscire a vivere tranquillamente, seppur discriminati e costantemente minacciati. Possiamo escludere, come dicevo prima, che i sopravvissuti considerino i tutsi della diaspora responsabili di aver scatenato il massacro, con l’attacco armato del 1990? E i giovani hutu? La banale statistica ci porta a dire che praticamente ognuno di loro è cresciuto avendo tra i famigliari più o meno stretti qualcuno che ha partecipato, come carnefice, al genocidio. Che idea avranno, questi ragazzi, di quello che è successo vent’anni fa? Io non so se i luoghi della memoria serviranno a costruire una storia in cui tutti ci riconosceremo. Ognuno ne farà quello che crede, ma per il momento quei luoghi sono lì a raccontare un fatto reale e non discutibile, e dicono a tutti quelli che oggi vivono in Rwanda “non dividiamoci più tra hutu e tutsi, perché sennò finiremo di nuovo così”.


#CattivaMemoria non si conclude oggi. A breve, un’intervista a Françoise Kankindi.




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