Daniele Scaglione: "Stavano morendo degli africani"

In Rwanda, la cattiva memoria, Daniele Scaglione e Françoise Kankindi raccontano il genocidio del 1994, facendo luce sulle responsabilità delle Nazioni Unite e dei Paesi occidentali.

Dal 22 al 24 agosto 2014 con l’hashtag #CattivaMemoria leggeremo e riscriveremo insieme su Twitter alcuni brani del libro (Formigine, Infinito Edizioni, 2014). Leggi le istruzioni per partecipare.


Nell’aprile del 1994, mentre in Italia stava per insediarsi il primo governo di Silvio Berlusconi, il genocidio in Rwanda riempiva le pagine dei giornali. Cosa apprendemmo allora e cosa ricordiamo oggi?

Allora ne sapevamo poco, perché quel genocidio non interessò il grosso dei mezzi d’informazione. Peraltro, i pochi che seguirono con una certa regolarità quei fatti, salvo rare eccezioni, presentarono il massacro come un regolamento di conti tra etnie che avevano passato i secoli a odiarsi. Gli hutu, dicevano, stavano massacrando i tutsi perché questi ultimi avevano passato il segno, uccidendo, la sera del 6 aprile, il presidente del paese (che appunto era un hutu). Oggi, invece, è evidente che hutu e tutsi non erano etnie diverse, basti dire che da secoli parlavano la stessa lingua: la loro divisione fu introdotta in modo arbitrario e artificiale dai colonialisti, arrivati nel paese a fine ‘800. Sappiamo anche che il massacro non fu ‘un regolamento di conti’, ma il frutto di un piano organizzato in modo scientifico e accurato da alcuni estremisti in posizione chiave nel paese: ministri, giornalisti, imprenditori, accademici… Ma tutto questo nemmeno oggi ci appassiona molto. Quella sul Rwanda è una cattiva memoria, perché debole e perché tende a rimuovere le responsabilità gravissime che pesano sulle spalle di tanti governi occidentali, nonché sui vertici delle Nazioni Unite.


Perché di fronte a questa violenza le istituzioni internazionali mostrarono tutta la loro impotenza?

Domanda complessa. Però io non parlerei di impotenza, perché le Nazioni Unite e le nazioni più potenti del mondo avevano tutte le possibilità di fermare quel genocidio. Scelsero di non farlo, e le ragioni sono molte: cinismo, interessi economici, incapacità di capire la situazione e di affrontarla. Ma il motivo principale è il razzismo. Stavano morendo degli africani, dei neri considerati sottosviluppati, la loro sorte non era poi così rilevante, non valeva la pena darsi troppo da fare per fermare le violenze. 


Il genocidio del Rwanda fu anche una profonda manifestazione di violenza sulle donne, con stupri di massa che contribuirono a diffondere l’HIV in una regione già compromessa dal virus. Come vivono le donne rwandesi, oggi?

Sono davvero le protagoniste della società e del suo rilancio. In Rwanda le libertà civili e politiche non sono molto rispettate, ma la ricostruzione del paese, che nel ’94 è stato letteralmente raso al suolo, è stata straordinaria. Ed è stata possibile grazie all’impegno delle donne che oggi ricoprono un ruolo importante in tanti posti della politica e dell’economia. Spero davvero che a sostituire l’attuale presidente Paul Kagame, che è all’ultimo mandato, sia una donna.


Nella prefazione a Rwanda, la cattiva memoria, Don Luigi Ciotti sostiene la necessità che “la memoria del passato si trasformi in etica del presente”. Cosa possiamo fare perché la memoria non si cancelli del tutto, e l’oblio ingoi l’etica?

La parola chiave è responsabilità. Dobbiamo sentirci responsabili, chiederci cosa possiamo fare. Non so se ti è mai capitato di imbatterti in quegli articoli di giornali che, ricordando un evento particolarmente importante e improvviso, tipo gli attacchi dell’11 settembre, chiedono “tu, cosa stavi facendo?”. E’ stato fatto anche sul Rwanda ma in questo caso, la domanda cruciale è “che cosa abbiamo fatto dopo?” Come è cambiata la nostra vita, dopo aver capito che un altro genocidio era stato compiuto, sotto i nostri occhi? La risposta è sconfortante, nulla è cambiato. I responsabili del fallimento, a partire da Kofi Annan, hanno pure fatto carriera, anziché scomparire dalla vita politica, come sarebbe stato naturale. Ma abbiamo ancora tempo per cambiare, e davvero dobbiamo farlo, perché se nel mondo avvengono ancora genocidi, nessuno è al sicuro, non importa dove viva.  


Dal 22 al 24 agosto 2014 con l’hashtag #CattivaMemoria leggeremo e riscriveremo insieme su Twitter alcuni brani di Rwanda, la cattiva memoria di Daniele Scaglione e Françoise Kankindi. Leggi le istruzioni per partecipare.


Daniele Scaglione - Tw Letteratura - RwandaDaniele Scaglione (@danigranata) – E’ nato a Torino nel 1967. Laureato in Fisica, è direttore scientifico dell’associazione Certosa 1515, che si occupa di formazione e promozione di giustizia sociale e diritti umani. Ha lavorato per ActionAid ed è stato presidente di Amnesty International dal 1997 al 2001. Ha prima lavorato in Fiat e poi nel mondo della cooperazione sociale. Ha scritto Baghdad, Kabul, Belgrado. La democrazia va alla guerra (AdnKronos, 2003), Diritti in campo. Storie di calcio, libertà e diritti umani (Ega, 2004), il romanzo Centro permanenza temporanea vista stadio (e/o, 2008) e La bicicletta che salverà il mondo (Infinito Edizioni, 2010).

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