#AlfabetoPrivato è su Amazon

In occasione del lancio di Alfabeto privato su Amazon, previsto per il 17 settembre 2014, Antonio Prenna ci racconta i primi mesi di vita della sua opera prima, dalla presentazione al Salone del libro di Torino, nel maggio scorso, all’approdo sulla più grande libreria online. Ineluttabile modalità è invece un inedito che l’inventore delle recensioni mute ci presenta in anteprima.

 

Alfabeto privato

Alfabeto privato

Alfabeto privato ancora prima di uscire vantava innumerevoli tentativi di imitazione come La Settimana Enigmistica. O meglio, in un singolare gioco mimetico, è stato Alfabeto privato a imitare copertine di libri famosi. Di tanti editori, Adelphi Einaudi Mondadori Feltrinelli Minimum Fax, ma anche di antiche edizioni che trasformavano il titolo in “Alphabeto Priuato”, appresso Aldo Manutio, in Venetia MDLXIX. O di riviste come Urania e Alfabeta (inevitabile). Ha omaggiato poi scrittori, Jennifer Egan Nietzsche Eliot Pier Sandro Pallavicini. Qualcuno, vedendo la vera copertina di Alfabeto privato mi ha chiesto se fosse un altro fake. Potenza della coazione a ripetere. Potenza del verosimile che diviene reale.

Io mi ricordo i momenti più intensi della mia vita sono por exemplo (questo spagnolismo lo rubo al genio di Aldo Busi) prima di un temporale, con tutta quella elettricità nell’aria. Momenti in cui sento che potrebbe iniziare un’avventura. Eccolo adesso il temporale che arriva. Lo vedo all’orizzonte. Corre veloce dalla mia skyline descritta fotografata evocata e cantata mille volte su Twitter. La tempesta si compone nella forma del mio libricino. Un temporale personale e minuscolissimo. Una scheggia di memoria raccolta e consegnata alla carta stampata.

Alfabeto privato

Alfabeto privato

Tutto è cominciato con un gallo che urlava all’alba. Da pochi giorni ero collegato con il resto del mondo in ogni dove, in ogni quando, intutti gli altrove possibili. Il gallo entrava nel mio storytelling con una certa prepotenza. Dalle urla del gallo ai ricordi ai rimandi a Castelporziano al mio amico Pischedda alla definizione di un racconto che si forma nel suo dirsi. Decostruzione frammento financo poesia: la costruzione del mio alfabeto è cominciata così. Cercando di sottrarre all’oblio momenti cosmici che si sarebbero perduti, raccogliendo voci, epifanie di una realtà descritta con poche battute e affidata alla Grande Rete Elettronica. Dove non necessariamente le A o le C o le T combinate in parole avevano lo stesso peso specifico di tutti.

I ragazzi della Twitteratura (che non esiste, come loro stessi dicono) hanno fatto il resto. L’estate successiva a quegli urli galleschi all’alba, ogni domenica, il blog pubblicava un capitolo di quello che è diventato il mio librino. Sessantotto pagine appena, ma così dense di esperienze e ricordi e sperimentazioni e tutto quello è possibile trovarci. L’editore – Dakota Press – l’ho trovato per quegli strambi giochi della sorte che ti portano a dire – lo cito sempre Mallarmè in questi casi – che un colpo di dadi non abolirà mai l’azzardo. E’ un editore immerso nella campagna marchigiana, quella che porta al mare. Di solito – con la linea principale che si chiama Gwynplaine, il personaggio di Victor Hugo dal sorriso terribile – ripubblica libri cattivissimi che parlano di lotte operaie, di proletariato vintage, ma non disdegna incursioni nella letteratura francese e non solo (sono in catalogo addirittura con Anatole France).

Strano destino poi quello di diventare scrittore solo dopo una pubblicazione: sarà per l’ISBN o per la forma-libro ma adesso posso dirmi scrittore. Strano. L’intro l’ha scritto Giordano Bruno Guerri, la trimurti della Twitteratura (Costa, Montenegro, Vaccaneo detti come elencando la formazione di una squadra di calcio) hanno curato l’edizione.

Alfabeto privato, su Amazon, è qui.

INELUTTABILE MODALITA’

Una folgorazione quando arriva … ebbene … bisogna lasciarsi sedurre da tutta quella luce, che t’avvolge spudorata Le folgorazioni sono sempre impetuose. Una folgore che m’ha attraversato… vediamo… risale a molti anni fa.

Almeno questo se non altro, il pensiero attraverso i miei occhi. Questa la folgore sfolgorante, guizzante lassù verso l’infinito, e se solo alzi lo sguardo, gli occhi ti si riempiono di faville. Ineluttabile modalità del visibile. Guarda … ora in realtà quei lampi sono solo nella tua memoria quasiremota … ma in quell’ adesso che è inverno, quando a notte fonda vuoi leggere il terzo capitolo dell’Ulisse, ti ricordano un’estate precedente, quando sulle colline di Firenze dormire nel sacco a pelo era così camp (letterale). Svegliarsi poi per dei tuoni –sempre in quella notte d’estate- che sembra un temporale in arrivo, mentre sopra la testa vedi luci che volano in verticale, verso il cielo e gli occhi ancora ti si riempiono di meraviglia, meraviglia in forma di saette. Fuochi artificiali inaspettati li ho visti anni dopo anche in caserma, dalle parti di Roma.

[Salto temporale in un futuro che è già passato da molto]

Si faceva ancora il militare in quei miei tempi bui, la notte era un concetto continuamente interrotto, dormivamo tutti così poco. In braccio un fucile automatico carico. C’era da sorvegliare riservette, perimetri, zone sensibili. Notti insonni con gli scarponi sempre calzati. Sigarette succhiate come il cioccolato fondente, poche ore prima dell’alba, la radio che rimandava “cuccurucu paloooomaaa” in continuazione. Perfido periodo di limbo. Fortunati quando il luogo di guardia era la cassa. Ci si portava allora una coperta o meglio era già in un angolo e ci si acciambellava vicino alle sbarre. Volendo si dormiva tranquilli, perché dal capo-posto era solerte a chiamarti per una breve comunicazione cifrata, che ti dava l’allerta di un’ispezione. Avresti riposto la coperta e seguito le regole di ingaggio imparate all’addestramento reclute di Viterbo.

Più di tutto però mi piaceva riempire le notti di letteratura. La notte sottratta veniva riconquistata con le storie scritte. Rare volte mi sono disteso per dormire, leggevo di tutto, pulp, romanzi rosa, poesie armene, fantascienza, i nuovi autori italiani e quello era il periodo dell’Ulisse di Joyce.

Cambiamo registro. Eccolo allora il valore supremo del flash-back che si coniuga nella forma verbale del presente storico, per indicare l’azione.

Nelle tasche della mimetica m’ingombra il Meridiano Mondadori dell’Ulisse. Ballonzola lui tranquillo quando inquadrato nella muta (non sono ancora capomuta, appena finito di leggere Joyce lo diventerò) percorro i viali della caserma di notte. Schiocchiamo le dita a volte noi nonni e quelle stupide burbe vanno sul bloc che è una meraviglia (difficile spiegare qui modalità di comportamento legate a un bloc, si è molto proteiformi, malleabili, quasi fatti di elastico quando si è militari). Le burbe devono immobilizzarsi anche se sono in mezzo al piazzale per via di quello schiocco di dita, un segnale di azione, cioè di esecuzione dell’ordine. Inglobati giù giù fino a arrivare nel gorgo del gergo, azione è una parola chiave, presa pari pari dal linguaggio del cinema. Indica il momento in cui inizia la pantomima degli ordini assurdi del nonno, ordini spesso contradditori e la relativa messa in opera della scena da parte della burba che non deve muoversi, per esempio nel caso del bloc, ma ci sono milioni di varianti che iniziano sempre con uno schiocco di dita).

Nel cuore della notte è buffo vedere persone impalate là in mezzo al piazzale… Ma sto sviando, cercando per vie tortuose di rendere la situazione in modo realistico. Limite invalicabile della parola scritta, puoi sforzarti quanto vuoi ma rendere le situazioni in immagini che son racconto, senza perdere di vista l’ineluttabilità del visibile, è impresa assai ardua.

La muta si ricompone “Dai, vieni, scemo, non restare lì impalato”. Io e l’altro compagno – il capomuta – abbiamo fatto una decina di metri. Siamo davanti alla cassa. Fra poco Proteo prenderà forma tra le “ uova di pesce e marame, la marea avanzante, quella scarpa rugginosa”, trasformandosi in Stephen Dedalus, che schiaccia conchiglie sulla spiaggia di Sandymount in Irlanda, uno dei primi anni del 1900, la giornata cade di giugno, il 16. La burba riprende a camminare, solo dopo lo sbloc, con un altro schiocco di dita. Li lascio al loro destino notturno. Per due ore vivrò la quotidianità di quel giorno particolare dei personaggi di Joyce. Cammino pesantemente, con gli scarponi chiodati che anch’io sembro schiacciar conchiglie, lungo il corridoio che finisce sule grate laggiù in fondo, dove dall’altra parte c’è la cassaforte e i libri paga e le scartoffie importanti della caserma. Prendo la coperta al solito posto ben nascosta.

Antonio Prenna

Antonio Prenna

La stendo sul pavimento. Sto leggendo Ulisse da poco, sono arrivato a leggere appena a una cinquantina di pagine. Già ho fatto mie tutte le lettere (in una descrive Ancona -che conosco benissimo- come una lurida città tal quale Dublino, percorrendo in carrozza il tragitto dalla stazione al porto), gli Scritti Italiani e soprattutto la biografia di Richard Elmann, edita da Feltrinelli in un’elegante volume di carta spessa, passando intanto per una miriade di gialli d’azione, quelli dove a ogni pagina c’è un morto altrimenti non ci si diverte mica tanto. L’estate è stata lunga in un’altra caserma alle porte di Roma. Al deposito di Monterotondo Scalo siamo stati costantemente in allarme per via di un attacco delle Brigate Rosse a Santa Maria Capua Vetere, quando un commando brigatista assalta prima dell’alba il deposito d’armi della caserma Pica. I terroristi sono in sei: immobilizzano e lasciano incatenati i 18 militari di guardia presenti nell’edificio, portano via due mortai, due bazooka, mitragliatori e una ventina di fucili eccetera. Quindi dobbiamo essere sempre pronti all’azione, dormiamo vestiti, mangiamo a rotta di collo, sentendoci un po’ pistoleri con quelle Beretta calibro 7,65 che sapevo smontare e rimontare così bene.

Ho passato l’estate sulla branda a leggere e fumare, fumare e leggere, le cicche facevano alla fine un semicerchio tutto intorno, mi impegnavo nel lanciarle nella giusta direzione. Invece in quest’altra caserma tutto tranquillo. Routine. Alto là, chi va là (detto tre volte), fermo o sparo (eventuale sparo in aria), fermo o sparo (ripetuto a voce più alta), eventuale sparo ad altezza d’uomo. Turni di ventiquattro ore, quattro di riposo più due con le armi sul posto di guardia e ancora riposo più guardia.

Ora mi abbandono al Proteo di Joyce, accovacciato con la coperta sulle gambe a coprire il freddo del pavimento. Ineluttabile modalità del visibile. Folgorazioni.

Quell’espressione mi torna in mente guardando le immagini di Consonno che un’amica mi ha spedito tempo fa. Sono io quello che scatta le immagini per mano di lei? Quando Deborah si concentra nello scatto e trattiene il respiro e dopo l’espirazione che segue il click su che cosa si concentra davvero perché sia io poi a poter godere di quelle immagini di desolazione? perché mette sempre a fuoco tutto così prepotentemente? La desolazione è un artificio? L’abbandono una sottile arte visionaria? Perché non si abbandona all’accidia dell’immagine casuale e non scatta senza guardare nel mirino?

Domande senza risposta… il mio corpo astrale (la nostra materia fatta spesso solo di sogni) si aggrappa ancora a quella notte in caserma. Stephen Dedalus dice ancora con il suo sguardo altero “Sì, l’occaso si troverà in me, fuor di me. Ogni giorno ha la sua fine”.

Avevo vent’anni, poco più d’accordo. A nessuno permetterò di dire che questa è l’età più bella della vita. Sentirsi ancora dentro e fuori di me come Ulisse.

 

Antonio Prenna

Antonio Prenna

Antonio Prenna – (1956) Giornalista e blogger, di formazione antropologica, lavora alla televisione di stato della Repubblica di San Marino, dove si occupa di inchieste  e servizi, soprattutto di tipo culturale. In venti anni e più di attività professionale si è imbattuto in incontri e amicizie singolari, fra cui ama citare Dario Fo, Mario Luzi, Mary De Rachewiltz, Tonino Guerra, Carlo Bo, David Grossman, Carolyn Carlson, Giordano Bruno Guerri. Ha lavorato in Rai realizzando documentari e programmi di intrattenimento, collabora con riviste web letterarie e vive nelle Marche. Partecipa con entusiasmo al progetto #twitteratura dall’estate 2012. [@antonioprenna]

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