Byron davanti al mare

Straordinario nuotatore e grande amante del mare, Byron ci ha lasciato nel Pellegrinaggio di Aroldo una riflessione sul nucleo dello spirito vitale dell’essere umano, solo davanti al mistero della natura e alla seduzione dell’avventura.

Frederick Judd Waugh

Lord Byron è un eccezionale “pittore” di paesaggi naturali. Anche se in lui prevale l’interesse per la bellezza creata dall’uomo, tanto da definire l’Italia “The garden of the world, the home / Of all Art yields, and Nature can decree”, nel canto IV del Childe Harold’s Pilgrimage non mancano le descrizioni nella natura: il Lago Trasimeno, le Fonti del Clitunno, le Cascate di Terni, il Ninfeo di Egeria. Sono queste le parti del poema in cui Byron risulta meno retorico alla sensibilità del lettore di oggi, laddove invece le riflessioni storico-politiche del poema non mancano di luoghi comuni. Per un approfondimento della figura e dell’opera di Byron, vale la pena di leggere il profilo che Mario Praz ne scrisse nel 1930 per l’Enciclopedia Treccani (è disponibile qui).

Il mare, in particolare, è l’elemento di Byron. I versi che seguono (strofe CLXXVIII, CLXXIX e CLXXX) sembrano ispirati alla visione del Tirreno e sono forse stati composti proprio a San Fruttuoso, nei pressi di Camogli. Di seguito ne proponiamo il testo in italiano e nell’originale inglese. La traduzione è basata sull’edizione a cura di Aldo Ricci (Firenze, Sansoni, 1923), la cui grafia è stata rispettata fedelmente a parte la normalizzazione degli accenti rispetto all’uso contemporaneo. La forma metrica del Childe Harold’s Pilgrimage è la strofa spenseriana. Ricci opera tuttavia, nel passaggio dall’inglese all’italiano, una prosificazione del metro. Per questo sono stati eliminati gli a capo fra un verso e l’altro.

Come partecipare

Per giocare a #festivalcom14/Byron nella giornata di domenica 14 settembre leggi qui di seguito e commenta su Twitter la traduzione italiana oppure il testo inglese. Puoi condividere i tuoi commenti sotto forma di tweet, associandoli a #festivalcom14/Byron. Per partecipare al gioco nelle giornate di venerdì 12 e sabato 13, consulta il calendario di lettura.


Traduzione italiana

[…]

CLXXVIII

V’è [una fonte di] piacere nei boschi senza sentiero, v’è un rapimento sulla solitaria spiaggia, v’è una compagnia, da nessuno disturbata, presso il mare profondo, e v’è musica nel boato di questo: io non amo di meno l’Uomo, ma di più la Natura in seguito a questi nostri incontri, nei quali io mi allontano furtivamente da tutto ciò che posso essere ora o essere stato prima, per unirmi all’Universo e sentire quel che non posso mai esprimere – eppure nemmeno interamente celare.

CLXXIX

Ondeggia, ondeggia, oceano profondo e cupamente azzurro – ondeggia! Una miriade di flotte ti solcano veloci in vano; l’Uomo segna la terra di rovine – il suo dominio cessa alla costa; sulla tua liquida distesa I naufragi sono tutti opera tua, né resta traccia della distruzione dell’uomo, se non la propria, allorché per un istante, quale goccia di pioggia, egli sprofonda nei tuoi abissi con gorgogliante gemito, – senza tomba, – senza suono di campana, senza bara – ignoto.

CLXXX

I suoi passi non calcano i tuoi sentieri – i tuoi campi non sono preda per lui – tu ti sollevi, e lo scuoti lontano da te; questa abietta forza di cui egli si serve per le devastazioni della terra, tu la disprezzi appieno, facendolo balzare dal tuo seno fino al cielo, – e lo mandi urlante e tremante tra la tua spuma gioiosa, ai suoi Dei, presso ai quali forse è riposta la sua meschina speranza di qualche prossimo porto o golfo e poscia tu lo risbatti sulla terra: – che giaccia là.


Testo originale inglese

[…]

CLXXVIII

There is a pleasure in the pathless woods,
There is a rapture on the lonely shore,
There is society, where none intrudes,
By the deep Sea, and music in its roar:
I love not Man the less, but Nature more,
From these our interviews, in which I steal
From all I may be, or have been before,
To mingle with the Universe, and feel
What I can ne’er express, yet cannot all conceal.

CLXXIX

Roll on, thou deep and dark blue Ocean — roll!
Ten thousand fleets sweep over thee in vain;
Man marks the earth with ruin — his control
Stops with the shore; — upon the watery plain
The wrecks are all thy deed, nor doth remain
A shadow of man’s ravage, save his own,
When, for a moment, like a drop of rain,
He sinks into thy depths with bubbling groan,
Without a grave, unknell’d, uncoffin’d, and unknown.

CLXXX

His steps are not upon thy paths, — thy fields
Are not a spoil for him, — thou dost arise
And shake him from thee; the vile strength he wields
For earth’s destruction thou dost all despise,
Spurning him from thy bosom to the skies,
And send’st him, shivering in thy playful spray
And howling, to his Gods, where haply lies
His petty hope in some near port or bay,
And dashest him again to earth: — there let him lay.

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