Il folle volo di Ulisse

Venerdì 3 ottobre, al Festival delle Generazioni di Firenze, leggeremo e commenteremo il canto XXVI dell’Inferno di Dante Alighieri con il pubblico della sezione “Il Futuro è già ieri”, a cura di Marco Stancati. Partecipa al gioco live su Twitter dalle 10:30 alle 12:30 con l’hashtag #FFdG14.

Dante Alighieri - Ulisse

Dante Aligheri non è soltanto il simbolo della nostra lingua, ma anche uno straordinario punto di riferimento transgenerazionale. Attraverso un laboratorio di lettura e riscrittura secondo il Metodo TwLetteratura, coinvolgeremo direttamente il pubblico per discutere del concetto di conoscenza.

Lo faremo leggendo insieme la ‘orazion pìcciola’ di Ulisse ai suoi compagni, a partire dall’esperienza che abbiamo già condotto leggendo e riscrivendo il canto V del Purgatorio – dedicato a Pia de’ Tolomei – nell’ambito della candidatura di Siena a Capitale Europea della Cultura 2019.

Durante il gioco metteremo a confronto il testo di Dante con una riscrittura contemporanea, ovvero la lettura di Roberto Benigni: un ottimo esempio di come un testo di registro aulico possa tornare ad appartenere a tutti, attraverso un processo di divulgazione virtuoso e popolare.

Per partecipare al gioco su Twitter in diretta con il pubblico del Festival delle Generazioni commenta questo brano venerdì 3 ottobre dalle 10:30 alle 12:30 utilizzando l’hashtag #FFdG14.

Dante Alighieri, Inferno, canto XXVI (85-142)

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: «Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,

acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».

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