J.L. Borges, Evaristo Carriego

Palermo, Buenos Aires. I commenti della comunità di TwLetteratura al I capitolo di Evaristo Carriego di Jorge Luis Borges per la III edizione di Ciudad Mínima, festival di micronarrativa organizzato in Ecuador da palabra.lab.

Palermo, Buenos Aires

Prologo

Ho creduto, per anni, di essere cresciuto in un suburbio di Buenos Aires, suburbio di strade avventurose e di tramonti visibili. A dire il vero sono cresciuto in un giardino dietro le lance di un’inferriata, in una biblioteca di innumerevoli volumi inglesi. La Palermo di coltelli e di chitarre era presente agli angoli delle strade, ma chi popolava i miei mattini e dava piacevole orrore alle mie notti erano il bucaniere cieco di Stephenson agonizzante sotto gli zoccoli dei cavalli, e il traditore che abbandonò l’amico sulla luna, e il viandante del tempo che riportò dal futuro un fiore appassito, e il genio per secoli prigioniero nell’anfora salomonica, e il profeta velato del Jorasan, che dietro le gemme e le sete occultava la lebbra.

Cosa c’era intanto dall’altra parte delle lance dell’inferriata? Quali destini elementari e violenti andavano compiendosi a pochi passi da me, nella bottega sordida o nelle spianate turbolente? Com’era in realtà quella Palermo o come sarebbe stato bello che fosse?

A tali domande vuole rispondere questo libro, più immaginativo che documentario.

Buenos Aires, gennaio 1955

Palermo di Buenos Aires

La rivendicazione dell’antichità di Palermo si deve a Paul Groussac. La registrano gli Anales de la Biblioteca, in una nota della pagina 360 del tomo quarto; le carte o strumenti relativi furono pubblicati molto più tardi nel numero 242 di “Nosotros”. Ci ritraggono un siciliano Domínguez (Domenico) di Palermo d’Italia, il quale aggiunse al suo nome anche quello della patria, per conservare forse un appellativo che non fosse spagnolizzabile, “e entrò nei suoi vent’anni ed è sposato con figlia di conquistatore”.


Questo tal Domínguez Palermo, approvvigionatore di carne per la città negli anni dal 1605 al 1614, era proprietario di un recinto nelle vicinanze di Maldonado, destinato a rinchiudere o a macellare bestiame selvatico. È stato sgozzato e dimenticato, questo bestiame, ma ci rimane il sicuro riferimento a “una piccola mula storna che va per la campagna di Palermo, limite ultimo di questa città”. La vedo assolutamente piccola e precisa nel fondo del tempo e non voglio caricarla di dettagli. Ci basti vederla sola: l’intricato stile incessante della realtà, con la sua punteggiatura d’ironia, di sorprese, di presentimenti singolari come le sorprese, è recuperabile solo attraverso il romanzo, intempestivo qui.

Per fortuna il copioso stile della realtà non è il solo: c’è anche quello del ricordo la cui essenza non sta nella ramificazione dei fatti, ma nel perdurare di tratti isolati. Quella poesia è la sola naturale della nostra ignoranza e non ne cercherò altre.

Negli abbozzi di Palermo trovano posto la fattoria decente e il sordido Macello; e non mancava neppure nelle sue notti qualche lancia contrabbandiera olandese che attraccava nelle secche del Bajo davanti alle giuncaglie incurvate. Recuperare quella pressoché immobile preistoria sarebbe come tessere un’insensata cronaca d’infinitesimi processi: le tappe della distratta marcia secolare di Buenos Aires su Palermo, a quei tempi un’inconclusa distesa di terreni pantanosi a ridosso della città. La miglior maniera, secondo i procedimenti cinematografici, sarebbe quella di proporre una serie di immagini che cessano: dei finimenti di muri vignaioli, puledri della testa bendata; un’acqua vasta e completa su cui galleggiano alcune foglie di salice; una vertiginosa anima in pena che, abbarbicata ai suoi trampolini, guarda i turbinosi canali; l’aperta campagna senza niente da fare; le orme dell’ostinato scalpitio di una mandria diretta verso i recinti del Nord; un villano (stagliato contro l’alba) che scende dal cavallo sfinito e gli recide il collo poderoso; un filo di fumo che si disfa nell’aria. Così fino alla fondazione di Don Juan Manuel, padre ormai mitologico di Palermo, non solo storico, come quel Domínguez-Domenico di Groussac. La fondazione si realizzò d’impeto. Una villa dolce di tempo lungo la strada per Barracas era quanto si usava allora. Ma Rosas voleva edificare, voleva una casa fatta sua figlia, non riecheggiante destini estranei, né da questi provata. Migliaia di carrettate di terra nera furono trasportate dalle piantagioni di alfalfa di Rosas (poi Belgrano) per livellare e bonificare il suolo argilloso, finché il fango ribelle di Palermo e la terra ingrata non si furono adattati alla sua volontà.

Intorno agli anni quaranta, Palermo assurse a capintesta autoritaria della Repubblica, corte del dittatore e sinonimo di maledizione per gli unitari. Non riporto la sua storia per non offuscare il resto. Sarà sufficiente elencare “quella casa grande imbiancata chiamata il suo Palazzo” (Hudson, Far away and long ago, pagina 108) e gli aranceti e la piscina dalle pareti di mattoni e ringhiera di ferro, dove veniva sospinta la barca del Restauratore per quella sua navigazione tanto sobria da far commentare a Schiaffino: “La passeggiata acquatica a basso livello doveva essere poco piacevole, e in un percorso così angusto equivaleva a una medicazioni miniatura. Ma Rosas rimaneva tranquillo; alzando lo sguardo vedeva stagliarsi contro il cielo le sagome delle sentinelle che facevano la guardia lungo la ringhiera e che scrutavano l’orizzonte con l’occhio vigile del Teru-Teru”. Quella corte già si sfaldava sui bordi: l’appartata caserma di fango della divisione Hernández e l’accampamento litigioso e passionale delle truppe di colore, i Cuartos di Palermo. Il quartiere, come vedete, è sempre stato carta di due semi, moneta di due facce.

Durò dodici anni quell’ardimentosa Palermo, sempre in allarme per la presenza esigente di un uomo bello e biondo che percorreva le strade ben pulite, nei suoi calzoni azzurro militare con bande rosse e panciotto scarlatto e cappello dall’amplissima falda, e che era solito maneggiare e piegare una lunga canna, scettro come fatto d’aria, leggero. Da Palermo partì un giorno all’imbrunire quell’uomo pauroso a comandare la battaglia di Caseros, persa e già volta in fuga prima ancora di cominciare; in Palermo entrò l’altro Rosas, Justo José, con il suo sussiego di toro selvatico e il nastro amaranto da terrorista intorno alla calotta del cappello e l’uniforme pomposa di generale. Entrò e se i libelli di Ascásubi non ci ingannano:

all’entrata di Palermo
che impiccassero ordinò
due uomini sventurati
che, una volta fucilati,
fece appendere agli ombù
finché di lì a brano a brano
giù non caddero putrefatti…

Ascásubi si sofferma poi sull’accampamento della truppa entrerriana dell’Esercito Grande:

e frattanto nelle fangaie
di Palermo ammonticchiati
quasi tutti scamiciati,
stavano i suoi “Entrerriani”
(ch’egli dice miserabili)
mangiando vitelli magri
e vendendo i loro stracci…

Migliaia di giorni che il ricordo non sa, zone offuscate del tempo, crebbero e si consumarono in seguito, fino ad arrivare, attraverso iniziative individuali – il Penitenziario nell’anno 77, l’Hospital Norte nell’82, l’Hospital Rivadavia nell’87 – alla Palermo della vigilia degli Anni Novanta, quando i Carriego comprarono casa. È di questa Palermo del 1889 che voglio scrivere. Dirò senza riserve quello che so, senza omettere nulla, perché la vita è piena di pudori come un delitto, e noi non sappiamo quali sono per Dio le cose da esaltare. E poi è sempre il dettaglio a essere patetico.

Scriverò tutto, a costo di scrivere verità note, che però andranno perdute domani se trascurate, ed è questa la maniera più povera con cui si forma il mistero e il suo primo volto.

Al di là della linea ferroviaria dell’Ovest, che andava verso il Centroamerica, il quartiere se ne stava in ozio tra le insegne dei venditori all’incanto, non solo sopra gli originari terreni incolti ma anche sopra lo sparpagliato ammasso di case di campagna, brutalmente lottizzate per essere poi avvilite da negozi, carbonaie, retrocortili, chiostri, barbierie e recinti per bestiame. Rimane qualche giardino affogato nel quartiere, di quelli con palme impazzite tra materiali e ferraglie, reliquia degenerata e mutilata di una grande villa.

Palermo era una spensierata miseria. Il fico faceva ombra sulle tettoie: modesti balconcini si affacciavano su giorni eguali, la sperduta trombetta del venditore di noccioline esplorava il cadere della notte. Sopra l’umiltà delle case non era raro vedere una grande anfora in muratura coronata aridamente di fichidindia: pianta sinistra che all’universale letargo di tutte le altre sembra opporre una zona d’incubo, ma che è tanto realmente tenace e vive nei terreni più ingrati e nell’aria deserta, e viene considerata distrattamente come un ornamento. C’erano anche cose felici: l’aiuola del patio, l’andare compassato del compare, la balaustra con riquadri di cielo.

L’ondeggiante cavallo verdastro e il suo Garibaldi non opprimevano gli antichi Portones (il male si è fatto generale: non c’è più piazza che non subisca il suo intruso di bronzo). L’orto botanico, silenzioso arsenale di alberi, patria di tutte le passeggiate della Capitale, faceva angolo con la scomparsa piazza di terra; non così il Giardino Zoologico che si chiamava allora le belve e si trovava più a nord. Adesso (odore di caramella e di tigre) occupa il luogo dove cent’anni or sono si sollevarono i Cuartos di Palermo. Solo alcune vie – Serrano, Canning, Coronel – erano rozzamente lastricate, con carreggiate lisce per i convogli imponenti come una sfilata e per le vittorie strepitanti. La via Godoy Cruz la rimontava fragorosamente il 64, veicolo servizievole che condivide con la potente ombra antecedente di Don Juan Manuel la fondazione di Palermo. La visiera di traverso e la trombetta “milonguera” del vetturino sollevavano l’ammirazione e l’emulazione del quartiere, ma il controllore – dubitatore per professione dell’onestà – era un’istituzione combattuta, e non mancò il compare che s’infilò il biglietto nelle braghe ripetendo con indignazione che se lo volevano non dovevano fare altro che prenderselo.

Cerco realtà più mobili. Al confine con Balvanera, verso est, abbondavano le case imponenti con la loro successione regolare di patios, case giallastre o brune con porte in forma d’arco – arco che specularmente si ripeteva nell’altro successivancello delicato in ferro battuto. Quando le notti irrequiete d’ottobre spingevano sedie e persone sulle soglie e le case spalancate si lasciavano scrutare fino in profondità, e i patios venivano inondati di luce gialla, la strada appariva tenera e confidenziale, le case vuote erano come lanterne messe in fila.

Quell’impressione di serena realtà traspare meglio da una storia o simbolo che sembra avermi sempre accompagnato. È un istante strappato al fluire di un racconto ascoltato in un fondaco, e che era triviale e macchinoso ad un tempo. Lo recupero così senza ulteriori approfondimenti. L’eroe di quella primitiva Odissea era l’eterno criollo perseguitato dalla giustizia, denunciato quella volta da un individuo spregevole e deforme, ma insuperabile alla chitarra. Il racconto, ciò che di questo perdura, dice di come l’eroe poté evadere dal carcere, di come compì la sua vendetta in una notte sola, di come invano cercò il traditore, di come vagando per le strade piene di luna il vento sfinito gli portò l’eco della chitarra, di come seguì quella traccia attraverso i labirinti e le incostanze del vento, di come percorse e ripercorse le vie di Buenos Aires, di come giunse all’angolo appartato in cui il traditore suonava la chitarra, di come facendosi strada tra la gente lo trafisse di coltello, di come se ne andò stordito, lasciandosi dietro senza vita e senza voce il delatore e la sua chitarra cantastorie.

Verso ponente resisteva la miseria del quartiere gringos, la sua nudità. Il termine las orillas si adatta con straordinaria precisione a quei confini desolati dove la terra fa suo l’aspetto indefinito del mare e pare degna di commentare l’immagine che ci propone Shakespeare: “la terra ha il suo gorgogliare, come l’hanno le acque”.

Verso ponente c’erano viottoli di polvere che andavano impoverendosi a mano a mano che si inoltravano e si perdevano nella campagna; c’erano luoghi in cui un capannone della ferrovia o un cespuglio di agavi o una brezza quasi confidenziale davano malamente inizio alla pampa. O se no una di quelle piccole case prive d’intonaco, le basse finestre a inferriata – con talvolta dietro una stuoia gialla istoriata – che la solitudine di Buenos Aires pare generare senza visibile partecipazione umana. Poi: il Maldonado, arido e giallastro infossamento, allungantesi a caso dalla Chacarita, e che per uno spaventoso miracolo passava dal più totale prosciugamento a spropositate piene d’acqua violenta che si portavano via i moribondi aggruppamenti di casupole del litorale. Un cinquant’anni fa, oltre quell’irregolare infossamento o morte, incominciava il cielo: un cielo di nitriti e criniere e di erba tenera, un paradiso equestre, i pigri happy hunting-grounds delle magnifiche cavalcature della polizia. Verso il Maldonado si diradava la feccia indigena e la sostituiva quella calabrese, gente con cui nessuno voleva avere a che fare per la sua pericolosa buona memoria nel serbare rancore, per le sue pugnalate traditrici a lunga scadenza. Lì intristiva Palermo, già che le strade ferrate del Pacifico costeggiavano la scarpata, scaricandovi quella particolare tristezza delle cose assoggettate e grandi, sbarre di passaggi a livello alte come stanghe di carro in riposo, terrapieni e banchine diritte. Una barriera di fumo operoso, una barriera di vagoni malconci in manovra, chiudeva quel lato; dietro, cresceva o si ostinava il torrente. La stanno imprigionando adesso quella quasi infinita distesa di solitudine che si rintanava poco tempo fa appena oltre la pasticceria La Paloma, dove si giocava a truco. Verrà rimpiazzata da un viale banale, con tetti dalle tegole alla moda inglese. Del Maldonado non rimarrà altro che il nostro ricordo, grande e unico, e la migliore operetta argentina e i due tanghi che portano il suo nome – uno primitivo, opera circostanziale e senza pretese, in pura funzione del ballo, occasione per lasciarsi andare completamente nel figurato; l’altro, un sofferto tango-canzone, alla maniera della Boca – e qualche logoro cliché che non renderà giustizia all’essenziale, l’impressione di spazio, e una vita lontana dalla realtà nell’immaginazione di chi non la visse. Pensandoci, non credo che il Maldonado fosse diverso da altre località molto povere, ma l’idea della sua gentaglia, che si sviliva in cadenti bordelli, all’ombra dell’inondazione e della fine, colpiva fortemente l’immaginazione popolare. Così, nella brillante operetta di cui ho parlato, il torrente non è un comodo telone di fondo: è una presenza molto più importante del fosco Nava, o della “bella” Dominga, o del Burattino. (Il ponte Alsina, con il suo non ancora cicatrizzato passato di coltelli e il suo ricordo dell’epopea patriottica dell’Ottanta, lo ha soppiantato nella mitologia di Buenos Aires. Ma a ben guardare, è facile notare che i quartieri più poveri sono di solito i più spenti e che vi fiorisce una sparuta dignità). Dalla parte del rio si sollevavano alte tormente di terra che coprivano la luce del giorno, e l’assalto del pampero che percuoteva tutte le case volte a sud e lasciava nell’atrio un fiore di cardo, e la micidiale nube di cavallette che la gente cercava di spaventare con grida, e la solitudine e la pioggia. Di polvere sapeva quel mondo.

Verso l’acqua scura del torrente, verso la boscaglia, si faceva duro il quartiere. La prima costruzione su questa punta furono i macelli del Nord, che occupavano circa diciotto isolati tra quelle che sarebbero state più tardi via Anchorena, Las Heras, Austria e Beruti, e adesso senz’altra testimonianza verbale che il nome di La Tablada, che ascoltai dalla bocca di un carrettiere, ignaro tuttavia del suo antico significato. Ho spinto il lettore a immaginare quel vasto recinto di molti isolati, e per quanto i recinti per il bestiame scomparissero nel Settanta, la configurazione tipica della località, tuttora cosparsa di grandi costruzioni – il cimitero, l’ospedale Rivadavia, le carceri, il mercato, le scuderie municipali, l’ancor presente lavatoio di lane, la birreria, la villa di Hale – circondata dalla miseria di tanti destini mutilati.

Quella villa era famosa per due ragioni: per i peri che i monelli del quartiere saccheggiavano in scorribande clandestine, e per il fantasma che appariva dal lato della via Agüero, con l’impossibile testa reclinata sul braccio del lampione. Perché alla sicura realtà di arroganze e coltelli bisogna aggiungere i pericoli fantastici di una mitologia da fuorilegge; la vedova e il bizzarro porco di latta, sordidi come i bassi, furono le creature più temute di quella religione da quartiere. Era stato come un incendio quel Nord: è naturale che gravitassero nella sua aria tutta una spazzatura d’anime. Rimangono angoli miseri che se non se ne vengono giù, è solo perché li stanno ancora puntellando i compari morti.

Scendendo per via Chavango (dopo Las Heras) l’ultima taverna sulla strada era La primera luz, nome che, malgrado alludesse alle abitudini mattiniere, lasciava l’impressione – peraltro giusta – di cieche vie impantanate e deserte; e, finalmente, allo sbucare degli angoli stanchi, la luce umana di un negozio. Tra i terreni del cimitero rosso del Barrio Norte e quelli delle carceri, andava prendendo corpo dalla terra un suburbio piatto e disarticolato, senza intonaco: sua notoria denominazione, “La Tierra del Fuego”. Macerie di sempre, angoli di aggressioni o di solitudine, uomini furtivi che si chiamano con un fischio e si disperdono di colpo nella notte delle viuzze laterali, ne definivano lo spirito. Il quartiere era una cantonata finale. Un “bravo” dal suo cavallo, bravo dal floscio cappello calato sugli occhi e larghi pantaloni da paesano, conduceva per inerzia o per istinto una guerriglia di duelli individuali con la polizia. La lama del riottoso “orillero”, senza essere tanto lunga – era vanto da coraggiosi usarla corta – era di tempra migliore del “machete” acquistato dallo Stato, vale a dire con predilezione per il costo più alto e il materiale più scadente. La maneggiava un braccio più pronto a colpire e miglior conoscitore delle svolte improvvise della mischia. Solo grazie alla rima, è sopravvissuto a un logorio di quarant’anni un frammento di questo slancio:

Si faccia a lato, per favore, un poco
che sono della Terra del Gioco.

Quella non era solo terra di violenze, ma anche di chitarre.

Recupero e scrivo di questi fatti, spinto con apparente arbitrarietà dal gradito verso di Home-thoughts: “Here and here did England help me”, che Browning scrisse pensando ad una abnegazione sul mare e all’alto vascello tornito come un alfiere su cui Nelson cadde, e che da me ripetuto – traducendo anche il nome di patria, che per Browning non era meno immediato quello della sua Inghilterra – mi serve come simbolo di notti solitarie, di camminate estasiate ed eterne attraverso l’immensità dei quartieri. Perché Buenos Aires è profonda, e mai, nel disinganno o nella pena, mi sono abbandonato alle sue strade senza riceverne un insperato conforto, ora nell’avvertire l’irrealtà, ora nelle chitarre dal fondo di un patio, ora nello sfiorare altre vite. “Here and here did England help me”, ancora e ancora mi venne in aiuto Buenos Aires. Questo è uno dei motivi per cui mi sono deciso a comporre questo primo capitolo.

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