Scuola e twitter: Luisanna Ardu

Cosa succede quando, a giocare alla twitteratura, sono gli alunni delle scuole elementari? Sono davvero, questi bambini, i cosiddetti nativi digitali? Luisanna Ardu ci racconta la sua esperienza con le quinte delle scuole “Randaccio” di Cagliari.

Scuola e twitteratura: Luisanna Ardu


Dal 21 febbraio al 1° maggio 2014 abbiamo proposto alla nostra comunità #TwiFavola, la riscrittura su Twitter delle Favole al telefono di Gianni Rodari. Il progetto, iniziato mentre #TwSposi giungeva al termine, ci ha permesso di sperimentare il nostro metodo con i bambini delle scuole elementari e di provarne la validità con un tipo di testo diverso da quelli da noi scelti in precedenza.

All’esperimento ha partecipato anche la maestra Luisanna Ardu con le classi quinte dell’Istituto Comprensivo “Randaccio-Tuveri-Don Milani” di Cagliari (20 alunni di V A e 21 alunni di V B, per un totale di 41 bambini). Le abbiamo chiesto di raccontarci come ha lavorato con i bambini, quali sono state le loro reazioni e i risultati che ha raggiunto, soprattutto a livello didattico.

Iniziamo con le presentazioni: chi sei, cosa fai? E poi, vuoi accennarci brevemente cos’è il Movimento di Cooperazione Educativa di cui fai parte?

Sono Luisanna Ardu e per mestiere, trentacinque anni fa, ho scelto di fare la maestra: non l’ho scelto perché mi piacciono i bambini ma perché è un mestiere che ti mette in gioco tutti i giorni, che ti fa sognare di poter cambiare il mondo e perché i bambini sono delle persone speciali con le quali vale la pena confrontarsi per crescere. Sono approdata alle Magistrali per l’ansia che il mio comportamento ribelle incuteva in mia madre, che mi vedeva troppo coinvolta in lotte sociali: il diploma magistrale per lei significava trovare subito il lavoro adatto a una futura moglie con molto tempo libero per la famiglia, insomma voleva farmi mettere la testa a posto. Feci il concorso magistrale e lo vinsi, così senza neppure un giorno di supplenza mi ritrovai in un’aula dalla parte opposta a quella che avevo lasciato anni prima.

Durante il mio primo anno una zia mi inondò di letture pedagogiche, fra le quali Il paese sbagliato di Mario Lodi mi aiutò a capire che tipo di maestra sarei voluta diventare. C’è una pagina che porto stampata nel cuore: «Ciò che siamo si rivela subito il primo giorno, quando di fronte ai bambini devi decidere come impostare il tuo lavoro: per asservire o per liberare. Da questa scelta discende tutto il resto, anche la tua dimensione umana. Se scegli il metodo della liberazione senti nascere dentro di te una grande forza che è l’amore per i ragazzi, lo stesso amore che non può non trasferirsi sul piano sociale con l’impegno civile. È una forza straordinaria che capirai quando la proverai: sotto i colpi dei persecutori più vili che dalla tua opera si sentono smascherati, resti in piedi sorretto solo dalla coscienza. Più forti sono i colpi più forte diventi. Se non sei per la liberazione dell’uomo, porti a scuola la tecnica del padrone, duro a paterno a seconda dei casi: apparentemente è il sistema più facile e comodo ma alla fine ci trovi un vuoto morale enorme e la noia».

Mario Lodi fu uno dei fondatori del Movimento di Cooperazione Educativa (M.C.E.) in Italia: gli scrissi e iniziò la mia frequentazione con il Movimento al quale devo tutta la mia formazione professionale e personale. Il Movimento nasce in Italia nel 1951, sulla scia del pensiero pedagogico e sociale di Célestin ed Elise Freinet, ad opera di alcuni maestri quali Giuseppe Tamagnini, Anna Fantini, Aldo Pettini, Ernesto Codignola, Bruno Ciari, Mario Lodi e tanti altri, che al momento di ricostruire l’Italia appena uscita dalla guerra si unirono intorno all’idea della promozione di una crescita sociale attraverso un movimento di ricerca che ponga al centro del processo educativo i soggetti, per costruire un’educazione popolare a garanzia di rinnovamento civile e democratico. Come basi, il MCE pone il metodo naturale di apprendimento, che garantisce la liberazione di energia creatrice e il rispetto del patrimonio culturale degli alunni e degli insegnanti; l’organizzazione del lavoro pianificata, che aiuta il bambino a sviluppare le proprie attitudini per la ricerca scientifica; la valorizzazione della libera espressione; l’organizzazione cooperativa della classe; il testo libero, la corrispondenza, la stampa, il giornale scolastico, l’esposizione, i mezzi audiovisivi e l’impiego critico delle nuove tecnologie di comunicazione e produzione , che permettono al bambino di essere a contatto con la realtà del mondo del XXI secolo.

Per quanto mi riguarda, attualmente nel Movimento il mio campo privilegiato di ricerca è educare ed educar-si al piacere della scrittura attraverso percorsi e pratiche creative: la scrittura, se praticata con passione nei suoi terreni più vitali, consente a ciascuno di superare i propri blocchi, le resistenze, le difficoltà per aprirsi a una comunicazione più profonda.

Cosa ti ha spinta a partecipare a #TwiFavola con i tuoi alunni? Con quante classi hai partecipato e per un totale di quanti alunni?

Ho partecipato a #TwiFavola con due classi quinte per un totale di quarantuno bambini. Si è trattato di un modo di avvicinarsi alla scrittura, leggero e nel contempo molto serio, attraverso un mezzo affascinante e moderno come Twitter. Il testo di Rodari è un testo “maneggevole” ma profondo: ti porta a conversare e riflettere su argomenti di vita vera. Rodari è un maestro di parole, è un grande scrittore.

Sono davvero “nativi digitali” questi bambini o è soltanto un’etichetta? Mi spiego: davvero sono più portati a comprendere e utilizzare le nuove tecnologie o sono ancora “bambini di una volta”, più analogici che digitali?

Mi chiedi se sono davvero nativi digitali. Ti rispondo che penso proprio di sì, se considero che sono rapidi e veloci nell’usare le nuove tecnologie: hanno una notevole capacità di rapportarsi con il computer, il telefono cellulare, l’iPpod. Mi viene in mente il notissimo libro di Raffaele Simone, La terza fase, che elenca le diverse fasi di trasmissione della cultura occidentale: la prima iniziò con l’invenzione dell’alfabeto e della scrittura, la seconda con l’invenzione della stampa e la terza è caratterizzata dalle nuove tecnologie, computer e Internet in primis, che hanno radicalmente modificato il modo di intendere e di conservare la cultura. Ciascuna fase è caratterizzata dal diverso rapporto tra due forme di intelligenza – quella sequenziale e quella simultanea –, passando da uno stato in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura a uno in cui si acquisisce anche attraverso l’ascolto o la visione; per cui siamo passati da una modalità di conoscenza in cui prevaleva la linearità a una in cui prevale la simultaneità degli stimoli e dell’elaborazione.
Non posso nascondermi che gli studenti, quindi anche i miei bambini, privilegiano questa via multimediale di comprensione dell’informazione che sollecita questo nuovo tipo di intelligenza. La scuola ha la responsabilità di educare ai media attraverso piste metodologiche più efficaci e preziose per la diffusione del sapere e dei contenuti letterari, avvicinando gli alunni al testo prima attraverso un processo analogico e lineare per poi convergere in una simultaneità che, con l’ausilio della lavagna interattiva e la proposta di scrivere un tweet sulla favola del giorno, hanno trovato un equilibrio tra le due fasi (e una grande motivazione alla lettura perché la soddisfazione di rintracciare in rete il proprio tweet era altissima).

Come hai lavorato con loro a livello pratico?
Tutte le mattine avevamo la nostra lettura collettiva della favola, la discussione e infine la decisione su come e cosa scrivere. È stato bellissimo imparare a scrivere una frase con il limite dei 140 caratteri, ci ha costretto a fare una scelta delle parole da utilizzare, a ricercare sinonimi con un notevole arricchimento del lessico personale: scoprire che si poteva dire in diversi modi e che era necessario farlo per poterlo scrivere ha costretto il gruppo al confronto, alla discussione collettiva e a gioire quando qualcuno trovava proprio quella parola che si stava cercando perché il tutto potesse funzionare. Dopo le prime favole ho proposto loro di esprimersi con un altro registro linguistico e così sono nate le poesie in rima, gli ottonari, gli acrostici ed è stata un’ulteriore fase di ricchezza ed elaborazione. Per alcune favole invece abbiamo selezionato una sola parola, la parola portante della storia, e l’abbiamo illustrata con diverse tecniche: pastello, colori a cera, collage; altre le abbiamo disegnate al computer con Paint.

Dopo alcuni giorni è nato l’interesse e la curiosità di contare quante stelline ci erano state messe per ogni tweet inviato, quanti seguaci avevamo e quante volte venivamo retwittati. Ho lasciato controllare perché mi è parso facesse parte della comunicazione messa in essere dal gioco: scrivevano per qualcuno, si sentivano dentro questa esperienza e li metteva in contatto anche coi bambini delle altre scuole partecipanti. Leggevano i tweet degli altri e li commentavano confrontandoli coi loro. Credo che si sarebbe potuto fare di più per entrare in contatto con altre classi, ma avrebbe necessitato di un impegno più ampio da parte mia che non potevo assumermi in quel momento.

Come hai risolto il problema dell’utilizzo di Twitter da parte di studenti di età minore di tredici anni?

Il problema dell’uso di Twitter da parte dei bambini all’inizio era limitato al lavoro d’aula. Ho illustrato ai genitori il progetto, ho costruito l’account e ho fornito la password per sentirsi più tranquilli; ho vigilato sulle persone che ci seguivano controllando continuamente i contatti e le interazioni, e devo dire non ci sono stati problemi; ho messo in guardia i bambini sulla possibilità di essere esposti in un mondo di sconosciuti e sulla prudenza che questo ci doveva suggerire. È inutile nascondersi i rischi ai quali ci si apre, ma d’altra parte esistono anche nel reale, quindi imparare a conoscere i pericoli della Rete è, a mio modo di vedere, necessario.

Come hanno accolto genitori e scuola la tua proposta? Hanno capito il messaggio innovativo di fondo oppure hanno reagito con diffidenza e paura, amplificate magari dalla giovane età degli alunni?

Dopo qualche tempo alcuni genitori hanno aperto un loro account e hanno iniziato a interagire coi propri figli in Rete sollecitandoli a rispondere: questo è stato molto interessante per i bambini, che hanno provato grande soddisfazione a insegnare ai genitori una cosa che loro non sapevano. C’è stata molta collaborazione e sostegno sia da parte delle famiglie che del capo d’istituto, che ha apprezzato il nostro lavoro inserendolo nel
sito della nostra scuola.

Cosa ha aggiunto Twitter a delle favole e cosa hanno aggiunto i tuoi alunni alle favole?

È stata un’esperienza coinvolgente e motivante, si è ben inserita nella mia idea di scuola che si basa, come ti ho detto prima, sulla cooperazione e sul mettere al centro di ogni attività il bambino. Grazie a voi di TwLetteratura che mi avete fatto appassionare a Twitter e vederne le sue potenzialità anche in campo didattico.

Scuola e twitteratura, Luisanna ArduLuisanna Ardu (@luisanna_ardu) – Di mestiere faccio la maestra e come un artigiano mi piace costruire contesti dove i bambini e le bambine stiano bene e si sentano accolti. Mi appassionano le scritture e tutto il mio fare è orientato a nutrire questo bisogno per educar-si al piacere che ne consegue. Sono attiva nel M.C.E. (Movimento di Cooperazione Educativa) e faccio parte del gruppo di redazione della rivista Cooperazione Educativa.

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