L’ombra della giovinezza

Venerdì 20 marzo 2015 a Siena TwLetteratura leggerà Federigo Tozzi con gli studenti dell’Istituto Caselli e dell’Istituto Monna Agnese. Ecco il testo per partecipare online al gioco di lettura e riscrittura.

Federigo Tozzi e l'ombra della giovinezza


Dopo una prima tappa dedicata alla novella “Una figliola“, letta con gli studenti dell’IPSIA Marconi, TwLetteratura prosegue con gli studenti delle scuole senesi un viaggio alla riscoperta di Federigo Tozzi, uno dei più grandi autori della letteratura italiana del Novecento che a Siena nacque e visse e la cui opera – sebbene riscoperta nel tempo, – è a molti ancora non adeguatamente nota.

Venerdì 20 marzo 2015 i protagonisti di TwLetteratura saranno i ragazzi dell’Istituto Caselli e dell’Istituto Monna Agnese di Siena e i loro insegnanti: Beatrice Cappelli, Gabriella Lanzillotti, Francesco Mario, Annamaria Romaldo e Grazia Rossi. Si uniranno a loro anche alcuni studenti dell’IPSIA Marconi, che già hanno lavorato su Tozzi con TwLetteratura, nel ruolo di facilitatori peer-to-peer. Insieme all’account Twitter dell’autore @TozziFederigoTw, leggeranno la novella “L’ombra della giovinezza”, intepretando la storia del giovane Orazio e del suo amore per Marsilia.

Il gioco si svolgerà nell’ambito del progetto Crea-attività in Città: laboratori e TwLetteratura. Leggendo Federigo Tozzi promosso dalla Conferenza per l’Istruzione della Zona Senese e dalla Regione Toscana. Il progetto, che ha per obiettivo il contrasto al disagio scolastico, vede la partecipazione complessiva di tre istituti professionali (insieme al Caselli e al Monna Agnese, l’Istituto Marconi stesso): apriranno i lavori la professoressa Valeria Bertusi, dirigente scolastico dei tre istituti coinvolti, e Marzio Cresci, Coordinatore della Conferenza per l’Istruzione della Zona Senese e del Centro Infanzia Adolescenza e Famiglie (CIAF).

Mentre gli studenti di Siena giocheranno con Federigo Tozzi, tutta la comunità di TwLetteratura potrà partecipare al gioco nella giornata di venerdì 20 marzo commentando su Twitter il testo della novella con l’hashtag #Federigo. Come sempre, è possibile realizzare un Tweetbook sulla novella e georeferenziarne i brani con l’app di Litteratour (disponibile su iOS), che a Federigo Tozzi ha dedicato anche un diario sul suo blog. Ecco il testo per partecipare al gioco.

Federigo Tozzi, “L’ombra della giovinezza” (da Giovani: novelle, Milano, Treves, 1920)

federigo-tozzi-ritrattoOrazio Civillini aveva fatto tardi in città, preso dal bisogno d’incontrare qualche amico a cui avesse potuto raccontare la vita che ora faceva tutti i giorni, da tre anni, alla sua fattoria. Passava tra la folla un poco pensoso, distratto; lasciandosi spingere da un senso di sogno indefinibile, che gli piaceva tanto. Attraversando la strada, alzò gli occhi e vide che una ragazza accompagnata dalla mamma lo guardava. Anch’egli la guardò e gli parve di sorriderle. Poi, senza spiegarsi perché, rallentò il passo, tornò a dietro; e la seguì. La ragazza, prima di salire in casa, lo guardò un’altra volta. Egli, prima di decidersi ad andarsene, stette più d’un quarto d’ora fermo dinanzi all’uscio dove ella era entrata; e il giorno dopo vi tornò. Dopo un poco, egli la vide venire. Era sola, vestita in un altro modo; e lo guardò ancora, come se lo avesse conosciuto. Allora, egli se ne innamorò.

Gli piaceva parlarle, perché ella, anche quando egli stava zitto a posta, capiva tutto quel che aveva pensato; ed egli non sapeva come facesse. Si chiamava Marsilia ed era molto più povera di lui. Ma egli non ci voleva pensare. Era piuttosto magra, alta, con un bel collo; e, quando sorrideva, pareva convinta di qualche sentimento pacato e dolce che teneva sempre per sé. Era molto buona, quasi umile, sempre sottomessa e continuava a guardarlo come la prima volta. Sembrava contenta perché egli l’amava; e quando si lasciavano ella invece di parlare gli stringeva la mano in un modo ch’egli avrebbe voluto restare per sempre con lei. Era una sensazione che lo legava a lei sempre di più. Poi, ella ritirava in fretta la mano e non voleva quasi mai che egli gliela riprendesse per salutarla un’altra volta. Quand’egli si stupiva di questo, ella rideva e se n’andava come per non essere costretta a fare come avrebbe voluto lui. Poi, si voltava, di lontano, seguitando a ridergli.

Qualche volta, egli stava anche una settimana senza tornare in città; e quando andava a ritrovarla, aveva paura ch’ella lo rimproverasse; ma ella gli diceva, come se avesse voluto suggerirgli la risposta: «Hai avuto molto da fare?».

Egli stava per dirle la verità; ma, pensando che fosse inutile, le prometteva soltanto di vederla ormai tutti i giorni. Allora ella si metteva a ridere; ed egli le chiedeva: «Mi avevi aspettato?».

Ella gli rispondeva: «Ti aspetto sempre».

«Ora, che sono con te, non andrei più via.»

«Basta che tu mi voglia bene. Come ci si sta in campagna?»

«Io starei più volentieri in città.»

«Ed io, invece, verrei volentieri con te in campagna.»

«Non ci sei stata mai?»

«Una volta, andavamo in villeggiatura; ma non lontano.»

«Te ne ricordi sempre?»

«Sempre.»

«Ti divertivi?»

«Mi faceva bene.»

«E io invece avrei bisogno di stare in città. Per cambiare, forse.»

«Sceglieremo dove vuoi tu.»

«Ma non sarà possibile: non posso lasciare la fattoria.»

E s’egli si metteva a raccontarle come viveva insieme con il fratello, ella stava attenta come per capire bene e per far piacere a lui; ma da sé non gli chiedeva mai niente e né meno voleva sapere quand’egli l’avrebbe sposata. Pareva che non gliene importasse, rimettendosi del tutto alla volontà di lui.

Ma, una domenica, Orazio trovò il fratello ad aspettarlo un cento metri dalla fattoria. Il fratello era fuori di sé e gli gridò: «Io non so, perché tu lasci in abbandono i nostri affari! Se non ci fossi io, a quest’ora saremmo due mendicanti. Hai capito che anche tu devi metter la testa a posto? Sei un vigliacco, verso di me».

Orazio gli chiese: «Che ti prende così all’improvviso?».

«Mi prende la ragione che io ho di farla finita in qualunque modo ti piaccia.»

Orazio seguitò a camminare ed entrò in casa. Ed allora ci fu tra loro una di quelle liti che nascono da una parola ad un’altra, e sembrano senza nessuna causa. Ma Orazio voleva ancora sentire nell’animo la dolcezza di amare; e dopo aver bestemmiato a voce alta, si chiuse in un’altra stanza.

«Hai avuto molto da fare?».

Egli sentiva come un vento impetuoso contro la sua anima. Perché invece di tenere testa al fratello, era quasi scappato per sentire meglio, in silenzio, la sua ira quasi allegra?

Riescì subito di camera, come se avesse commesso una viltà, che poteva essere intesa male, e andò dove lo aveva lasciato. Si sentiva non soltanto forte, ma anche capace di picchiarlo come avrebbe dovuto fare subito. Si fermò a qualche passo da lui; e, prima che si voltasse, gli disse: «Perché tu pensi che io non ti conosca abbastanza? Nostro padre non ha mai fatto niente, quand’era il tempo, perché non crescessimo l’uno contro l’altro per una diffidenza che ormai è più forte di noi».

Poi tacque, domandandosi se non aveva parlato troppo; ma gli accadeva sempre così, e anche i suoi affari non andavano bene perché era fatto a quel modo: una specie di sognatore, che si lasciava esaltare dai suoi sentimenti, quand’era eccitato. Egli avrebbe voluto non amare il fratello, e non gli riesciva.

Ma il fratello era calmo, e gli rispose: «Perché sei tornato così in fretta? Se tu credi ch’io voglia consigliarti male, perché allora mi costringi ad ascoltarti? Vuoi comprare il podere del Roggio; e tu compralo. Ma, prima, bisogna fare la divisione del nostro patrimonio. Io lascio a te tutta la responsabilità».

Egli abbassò la testa e disse con dolore: «Non capisco perché tu voglia dividerti da me!».

L’altro, smise di picchiare con le dita i vetri e di sbirciare giù nel campo, dietro gli olivi, dove erano i contadini a lavorare. Era più alto di lui, ma ricciolo e biondo lo stesso; con la pelle del viso e delle mani sempre rossa.

«Ti dirò tutta la verità.»

C’era nella sua voce un risentimento senza velature, quasi sicuro; e nello stesso tempo si capiva ch’egli forse aveva pensato a molte altre cose, che soltanto in seguito avrebbe detto.

«La verità piace a me quanto a te.»

«Tu vuoi sposare quella signorina povera, che ha almeno sei anni più di te.»

Egli non ebbe il coraggio di ammettere che aveva desiderato di sposarla, e mentì con la speranza di sentirsi sicuro anche dentro di sé.

«Chi te lo ha inventato?»

«Tu fai, dunque, per divertirtici e basta? Non credo. Tu le vuoi bene. Tu conservi anche le sue lettere. Se tu non facessi sul serio, le avresti buttate via subito o me le avresti fatte leggere per riderne con me.»

«E tu, ora, pretendi, perché mi sei fratello, di ridere con me di tutte le ragazze che amo?»

Ma, siccome non poteva mentire troppo, disse: «E se io la volessi sposare, debbo chiedere il permesso a te?».

«Ce ne sono cento meglio di lei e più ricche di lei, che sarebbero disposte a farsi sposare o da me o da te. Ricordati che nostro padre non avrebbe voluto una povera in casa. E, forse, né meno nostra madre. Ma tu, ai nostri genitori, non ci pensi. Tu vuoi fare l’imbecille. Perché vuoi sposare quella disgraziata? Lasciala stare, e mettiti con qualcuna che tu non debba rivestire, per farle la dote.»

Egli aveva voglia di piangere, tanto si sentiva offeso, e invece rideva. E disse: «In quanto alla ragazza, anch’io credo che tra qualche settimana la lascerò anche se tu non me lo dici. Ma non capisco la tua diffidenza con me! E’ vero che anch’io… Ma io scherzo; io sono certo di volerti bene. E ti avrei parlato con un altro tono. Tu mi costringi… Stai a cuccia!».

E dette una cinghiata alla cagna, che tremando, e chiudendo gli occhi senza guaire, si rincantucciò sotto il tavolino.

«E ora perché picchi la cagna?»

Egli sorrise, ma impacciato; e con il desiderio di leticare. Perciò chiese: «Hai letto quelle lettere?».

Anche l’altro sorrise, ma ironicamente; con quel sorriso che faceva stizzire il fratello e gli faceva perdere la testa. E riprese: «Ti domando se hai letto quelle lettere».

«Ti pare che io legga le lettere di una donna? Io? Non mi conosci, forse?»

«Ma tra donna e donna ci può essere differenza. Lei non è mica come la nostra serva che invece di essere gelosi, siamo contenti che sia tanto mia quanto tua! Perché non vuoi ammettere che quella signorina non possa capire…»

L’altro era, ormai, di buon’umore; e non si sentiva più di portare al fratello né meno un poco di rispetto. E gli disse: «Ma tu credi di parlare con me o con il nostro stalliere? Lascia andare coteste sciocchezze! Falla finita! Non te n’accorgi che ti fai più ridicolo di quel che non sei stato? La vorresti portare in campagna, a cogliere i fiori? Già, tu sei stato troppo tempo in collegio; e non sei più della nostra razza. Ma sai quante volte è meglio la nostra serva? Cento volte. Te lo garantisco io. Capirei di più che tu volessi sposare lei. Almeno, si sa chi è. E il podere del Roggio perché lo vuoi comprare? Non capisci che è tutta terra troppo magra per il grano e per i fiori?
«Ma tu non sai per quanto sono disposti a venderlo!»

«Per quanto?»

«Ventimila lire.»

L’altro si discostò subito dal davanzale e gli dette la mano: «Se è vero, compriamolo pure».

Il fratello gliela strinse volentieri e disse: «Dunque, vedi che io non sono tanto stupido?».

«Quando sei intelligente e cerchi d’imitare me, no».

Essi uscirono insieme; ma giù a pianterreno l’altro entrò in cucina dov’era la serva; e disse al fratello: «Bada tu che stendano bene le mele e le pere su la paglia!».

Orazio escì fuori volentieri, perché ora era restato solo. Egli non poteva parlare a lungo con il fratello, anche perché era difficile che non dovesse cedere a quel che voleva lui.

Fuori, anche, respirava meglio: in casa l’aria della stanza rinchiusa gli aumentava il malessere. Benché alla fine di settembre, era ancora caldo come fosse estate; e, verso il tramonto, i nuvoloni bianchi e colore del fuoco si schiacciavano l’uno addosso all’altro giù nell’orizzonte; dietro le cime dei cipressi quasi neri. Ma egli si chiedeva se il fratello non avesse ragione a ridere di lui e di quella signorina con i guanti rotti e le sottane rivoltate. Gli piaceva perché era delicata e vestiva, benché male, meglio di lui. Egli si sentiva attratto a lei appunto perché non era una ragazza di campagna, somigliante a qualche figliola di fattore o alla nipote di un curato. Gli piaceva appunto perché aveva il collo esile e i capelli così soffici che avrebbe dovuto far piano a metterci una mano dentro. Che importava se era povera? Era, lo stesso, una signorina istruita; e chi sa come avrebbe fatto piacere anche ai contadini con quella sua aria sempre educata e graziosa! Dinanzi a lei, in casa non avrebbe bestemmiato più nessuno; e, alla fine, avrebbe mangiato con una tovaglia di lino; come quando era andato a qualche trattoria. Ella avrebbe tenuto in casa (che male c’era?) i vasi pieni di fiori; e invece di andare giù nel campo si sarebbe messa a ricamare. Avrebbe fatto per sé e per lui un bel laccio, a fiori, per la salvietta, e anche il fratello sarebbe stato contento, quando l’avesse conosciuta. Temeva, però, che il fratello non avrebbe avuto voglia di apprezzarla e non avrebbe acconsentito a mandare via quella serva. In vece, era tempo che tutti e due vivessero in un altro modo! Però non poteva fare a meno di ridere, pensando alle parole di Livio. Anch’egli trovava un poco ridicola quella ragazza che capitava nella fattoria, e chi sa che effetto ella ne avrebbe provato! Pensando ch’ella sarebbe stata in grado di disprezzare certe grossolanità sue e del fratello, gli veniva voglia di farle sapere ch’egli non ci si sarebbe prestato e non sarebbe stato zitto. Perché, in fondo, era lei che doveva cambiarsi; e non lui! E, andando dentro lo stanzone dove tre contadini stavano in ginocchio a stendere le mele e le pere, capiva ch’era inutile, e forse sciocco, portare in campagna una ragazza a quel modo. Ma poteva egli lasciarla? Come avrebbe potuto fare a non scriverle più o a non farsi né meno vedere? Egli capiva che quella parte non era da lui; e, allora, quel senso di debolezza ch’ella gli inspirava, gli metteva il desiderio di mettersi dalla parte di lei, difendendola magari, contro il fratello. Ma c’era il caso ch’ella si fosse perfino vergognata, per esempio, a entrare come faceva lui in quello stanzone; ed egli stesso, del resto, si era vergognato a parlarle delle faccende di campagna. Con lei si era mostrato sempre come il fratello, forse, non se l’immaginava né meno; perché il fratello certe cose, ch’egli poteva confidare a lei, non le avrebbe né meno ascoltate. C’era in lui come un rimpianto della vita in collegio e dei suoi insegnanti; e, benché ora fosse libero e ricco, gli pareva di sacrificare una parte di se stesso. Egli non aveva più dimenticato quel suo compagno di scuola, un nobile, che si faceva fare i compiti da lui; regalandogli i pezzi di cioccolata e le caramelle; che, dopo, egli da sé non aveva né meno più pensato a comprare. Egli sentiva che anche molti altri erano più fini di lui; e pareva che potessero vivere in un modo ch’egli non capiva né meno!

Ma un contadino gli disse: «Signor Orazio, quando le venderà queste frutta?».

No: egli non doveva vergognarsi d’andare a vendere le frutta e né meno i porci e i bovi. Magari avessero potuto fare altrettanto i suoi compagni di collegio, ch’erano poveri! Egli, allora, fu contento di sentire che le tasche dei suoi calzoni erano larghe, da entrarci anche il portafogli; e fu contento anche di guardarsi le punte delle scarpe di cuoio grosso, ma forte e solido. E rispose, vincendo il turbamento che lo infastidiva: «Bisogna aspettare che capiti un’occasione buona».

Un altro contadino gli chiese: «Le darebbe per duemila lire?».

Egli rispose: «Mi sembri pazzo!».

E pensò al fratello, che certamente era sempre in cucina con la serva. Allora, si promise di piantare in asso la signorina e di non pensarci né meno più.

Ma, il giorno dopo, ricominciò ad annoiarsi. Era male, ma che colpa ci aveva lui? Il fratello, escendo di camera, andò a trovarlo con il colletto in mano; e gli disse: «Mi s’è rotto il bottone della camicia! Meglio! Con queste giornate afose così, il colletto è un impiccio. Ma tu, vedo, ti vesti per andare in città. A quest’ora? Non sai che bisogna stare in cantina a vedere come pigiano i tini? Quegli sbuccioni hanno paura di farsi male ai piedi. Ma c’entrerò da me. Già il mosto mette forza!».

Orazio gli chiese: «Non vuoi che io vada in città?».

«Fa’ quel che vuoi, se credi!»

«Stamani mi aspettava quella signorina.»

E sorrise; poi seguitò: «Sono in un bell’impiccio! Se riescissi a convincerla che farebbe meglio a voler bene a un altro!».

«Ma tu dici così per far piacere a me?»

«Voglio andare d’accordo con te; a tutti i costi.»

«A me non importa.»

«Vedi come sei fatto? A me dispiace quando tra noi facciamo discorsi come quelli di ieri sera.»

«E tu non li fare!»

«Mi ritolgo i calzoni che mi son messo, e mi metto quelli eguali ai tuoi.»

Il fratello accese mezzo sigaro, e gli disse: «Sei contento che le parli io per te?».

«Che le dici?»

«Tu non lo devi sapere. Non te ne deve importare niente. Sei contento che le parli io? Hai paura che me n’innamori?»

«Bisognerebbe che tu le parlassi non come fai con me, ma…»

«Ma… Finisci di parlare. Credi tu che io sia meno di lei? O hai paura che ti faccia fare cattiva figura? Badiamo se hai il coraggio di dire quel che pensi.»

«Basta che tu non dica che ti ci ho mandato io.»

«Dammi la mano!»

Orazio gliela dette. Allora Livio gli disse: «Consegnami tutte le sue lettere».

«Gliele voi riportare?»

«Le vuoi tenere, per tapparci i fiaschi del vino?»

«Gliele posso rendere io.»

«Tu non le parlerai più. Quando si è fatto un proposito…»

«Ma io non ho fatto nessun proposito!»

«L’ho fatto io per te.»

Orazio aprì il cassetto del suo tavolino, e prese in mano le lettere. Livio avvicinandosi con il viso, disse: «Che calligrafia ha! Dammele».

E gliele tolse. Se le mise in tasca, ed escì fischiettando.

Poi si fece attaccare il cavallo, e andò in città. Orazio stette a vederlo dalla finestra e non gli disse più niente. Aveva paura che gli venisse da piangere; e chiamò la serva perché stesse a discorrere con lui; per distrarsi. Ma tuttavia, gli pareva di commettere una cosa troppo cattiva, quasi abbominevole; e gli pareva che dopo qualche giorno avrebbe saputo che Marsilia si sarebbe ammalata dal dispiacere. Perché averla ingannata a quel modo? Ella sola aveva dimostrato di saperlo capire; e anche se lo sposava perché era più ricco di lei, non ci vedeva nulla di male. Livio era cattivo e prepotente. Ma provava quasi piacere a subire quella cattiveria, che quasi lo affascinava. In fondo, s’egli da sé non era capace di spiccicarsi quella ragazza, si divertiva a sapere che per lui c’era suo fratello.
Andò nel tinaio, a veder pigiare i tini; e fu così allegro da mettersi a scherzare. Era una di quelle giornate quando sembra che la luce riesca ad essere quel che sono i campi e tutte le cose; anche il nostro viso e le nostre mani; con una dolcezza profonda e tiepida. Quando tutti i campi e tutte le cose hanno un silenzio, di cui ci si ricorda per lungo tempo.

Livio era impaziente di parlare alla fidanzata di Orazio. Egli provava piacere a sferzare il cavallo perché corresse anche su per le salite; e la sua ira contro di lei cresceva come la schiuma e il sudore del cavallo. Voltò dritto alla stalla, buttò le redini da una parte; e, saltando giù dal legno, gridò allo stalliere: «Staccalo, dagli la biada. Tra mezz’ora rivado via».

Andando a piedi fin dove ella stava, parlava da sé quasi a voce alta dicendo: «Guarda questo cretino dove mi fa venire a perdere tempo! Ancora, non m’è riescito né meno a fumare! O dove sta questa stupida? In che casa! E che uscio! Se era chiuso, le facevo vedere che con una spallata lo avrei tirato giù da me, senza ch’ella venisse ad aprirmi!». La casa dove stava la signorina Marsilia Brunacci era proprio sul rigonfio sporgente d’una salita a voltata; piccola e bassa, come una zeppa tra due altre case. Nell’atrio lercio, quasi buio, con i mattoni scalzati, tutti uno più alto e uno più basso, non più in piano, c’era l’odore che viene da quei pozzi antichi che una volta facevano dentro i cortili; chiudendoli sopra con una grata di ferro; odore di muffa umida e di erba putrida: Livio, cercando a tentoni, con la punta del piede, il primo scalino, disse forte perché magari lo sentisse qualcuno:

«Par d’entrare in una chiavica».

Gli scalini erano viscidi, quasi attaccaticci; ed egli, per non inciampare, messe le mani, con le braccia aperte, da tutte e due le parti su per i due muri della scala, sentì che la calcina veniva via a pezzi. Ritrasse le mani e se le mise in tasca. Al primo pianerottolo, dove c’era un poco di luce che veniva da una lanterna, che egli non riescì a capire dove fosse, vide un usciolo da cui pareva escisse, da sotto la fessura della soglia, un colaticcio grigio e scuro. Tastando con una mano trovò prima una ragnatela che gliela bagnò e poi una corda annodata. Egli tirò e udì, stando attento, che suonava un campanelluccio chi sa in fondo a quante stanze; forse in giardino. Mentre aspettava che rispondessero, gli venne voglia di scrivere sul muro, con la punta del coltello, qualche parolaccia; ma, come quando dentro le chiese si sentiva prendere da un senso religioso, così lì al buio cominciava a sentire una sofferenza che pareva quella stessa dei muri e dell’usciolo. Egli sentiva che lì dentro non era più libero e a suo agio come fuori e alla fattoria; e quasi ebbe paura di tutte quelle cose da cui era stato sempre lontano; e ora le presentiva a due passi, e più forti di lui. E, pensando al fratello, che certo era stato lì più d’una volta, se ne maravigliò; come se a un tratto un occhio che dentro di lui non si era ancora aperto, ora fosse addirittura abbacinato. Egli voleva andarsene prima che venissero ad aprirgli; ma pareva che fosse tenuto fermo da un passo strascicante, di ciabatte, che non finiva mai di arrivare dietro l’usciolo. Doveva esserci un corridoio molto lungo, forse! Egli non sapeva che fare e come contenersi. Teneva la testa bassa, ascoltando quel passo; e la rialzò di scatto, ma troppo tardi, accorgendosi ch’era stato richiuso un foro nel mezzo dell’uscio dal quale dovevano aver guardato. Egli, allora, stizzito, fece l’atto di spingere l’usciolo con il gomito; ma in quel mentre fu aperto ed egli vide, di contro alla luce di una finestra proprio in fondo a un corridoio stretto e lungo, una signora piuttosto vecchia, vestita di rosso. Aveva gli occhiali, e il suo viso pareva disossato. Era pallida, con un’aria stanca e di malata da tanti anni. Ella guardò a lungo, come se avesse voluto fare con tutto il suo comodo; e i suoi occhi chiari, di quel grigio che fa pensare alle pietre dei fiumi, sembravano attaccati, come fossero la stessa cosa, al vetro degli occhiali. Mentre stava per domandare a Livio chi fosse, cominciò a starnutire; e, allora, egli, ripreso dalla sua impazienza, le disse gridando perché sentisse anche starnutendo: «Io sono il fratello del signor Orazio Civillini».

La donna, tappandosi con la sinistra la bocca, gli tese la destra; ma egli fece un passo innanzi e si discostò quasi dietro l’uscio. Allora ella, a pena poté parlare, gli disse: «Si accomodi».

Nella sua voce c’era già quel tono di chi si sente ferito, un poco cupo, di cosa che fa sentire sempre uno strappo, come un bicchiere quando è stato spaccato; ma nello stesso tempo, un tono di chi è avvezzo a starsene nella sua tristezza senza osare mai niente. Egli sentì in quella voce un rimprovero che lo fece avvedere di quella sua fatuità troppo orgogliosa. Ma fu contento di capire che non avrebbe trovato un contrasto abbastanza forte. Lungo le pareti del corridoio, il cui scialbo era sparso di rigonfiature, tutte polverose dalla parte di sopra, e la polvere, contro luce, si vedeva bene, c’erano attaccati chissà quali quadri a colori, tutti macchiati di giallo e di rossiccio dall’umidità e dal vecchiume; con le cornici dorate: qualcuna osava per fino luccicare un poco. Egli vi si soffermò con gli occhi; quasi per simpatia. Intanto la signora aveva richiuso l’uscio; e in una stanza di fondo si capiva che c’erano due ragazze che si parlavano in fretta e sottovoce, già inquiete di non sapere ancora chi avesse suonato il campanello. Egli tenne gli occhi da quella parte aspettando che si facesse avanti la fidanzata. Quasi s’era dimenticato della signora che certo era la madre. Ma egli, voltandosi a lei, e cercando di capire se ascoltavano, le disse: «Vorrei parlare alla signorina Marsilia. Ma da solo.».

La signora non rispose: chinò la testa come avesse atteso prima qualche spiegazione. Egli, allora, guardandola, arrossì; ma si sentiva lo stesso la voglia di non far caso di niente e di comportarsi a modo suo, senza lasciarsi impacciare; tutto contento di sentirsi pieno di vita e capace di stare un giorno intero in mezzo al campo senza stancarsi mai.

“Ora faccio vedere a costoro che io son capace, per fare più presto, a saltare giù dalla finestra.”

Ma che voleva da lui quella vecchia che pareva una pelle di coniglio rovesciata e seccata al sole? Lo faceva ridere! Che si fosse provata a piangere o a dirgli qualche parola come dicono i poveri quando vogliono levare di rispetto! Se non era una rimbambita, doveva capire ch’egli era buono e che ad essere entrato in casa sua non gli aveva fatto tanto piacere. Ma, rapidamente, pensò che la calligrafia di quelle lettere che aveva in tasca aveva un non so che di somigliante a quella casa e a quel che c’era dentro. Non potevano essere state scritte altro che in quelle stanze, sopra un tavolino da donna, con una zeppa di carta sotto una delle gambe perché non traballasse. Egli, facendosi sempre più animo e mostrando di avere molta fretta, chiese: «Non c’è in casa la signorina Marsilia?».

Allora, la signora, che si chiamava Pierina, vincendo la vergogna che la faceva quasi sempre tremare, gli rispose: «Non può dirlo prima a me quel che ha da dire a lei?».

La voce somigliava agli occhi e aveva, ora, lo stesso accento di chi racconta per la centesima volta una storia che lo ha raccapricciato; una voce che vuole evitare, e non ci riesce, di avere quella sensazione che una volta fu straziante fino alla crudeltà. Egli cercò di non badare all’effetto che gli faceva quella voce; ma non riescì a sorridere alla signora, perché gli parve più facile dirle quel che aveva in mente. Allora, le rispose, come un uomo che bada soltanto a calcolare per il meglio delle cose e crede lecito che non ci si debba curare dei nostri sentimenti che ne derivano, anche se impongono uno sforzo di volontà per sopportarli: «Volevo parlare alla signorina, perché Orazio non verrà più qui da lei. E’ necessario che la convinca io; giacché sono venuto in casa sua. Altrimenti, sarebbe inutile che io fossi venuto».

La signora gli chiese: «E perché è venuto?».

Egli intese male, e rispose: «Gliel’ho detto il perché».

La signora Pierina abbassò un’altra volta la testa quanto da tempo non l’abbassava più. Sembrava che una delle forcelle dei capelli gliel’avessero ficcata nel cervello. Ella si prese le mani insieme; passandosi le unghie sopra i dorsi; dove la pelle sottile faceva distinguere la carne livida dai tendini bianchi e pieghevoli. Poi, si fermò con le unghie quasi per ficcarsele in quelle mani che lei sola sapeva come erano fatte. Egli la guardava, stando ritto anche lui; con una mano a mezza tasca, stringendo il pacco delle lettere che aveva fretta di consegnare; perché non fosse più possibile tornare a dietro. Certamente, là dentro la stanza avevano sentito quel ch’egli aveva detto; ed egli ascoltava con una curiosità che gli richiedeva uno sforzo insolito. Com’era la fidanzata di suo fratello? Gli sarebbe dispiaciuto non vederla bene, perché la conosceva soltanto di sfuggita e non ci aveva fatto mai caso. Perché non veniva nel corridoio? Chi c’era con lei? Forse, anzi senza forse, la sorella minore. Egli, allora, cominciò a dire: «Non è venuto da sé Orazio, perché…».

Ma la signora Pierina, invece di badare a lui, non riesciva più a tenersi lì ferma; e lasciava capire che voleva andare dov’erano tutte e due le figliole. Egli aspettava quel momento, per svignarsela; e pareva che ce la volesse spingere con gli occhi. Ma ella gli disse: «Venga con me».

Egli rispose: «Ora, non è più necessario che io parli anche alla signorina. Ho già detto una volta quel che dovevo dire».

«E’ vero: non è più necessario. Ma venga lo stesso. Parlerà con mio marito, con Luigi. Deve tornare tra un minuto o due.»

Egli, allora, credette che fosse giunto il momento di restituire le lettere: le tirò di tasca e disse:
«Queste sono della signorina».

La signora cominciava a non essere più eguale a prima: il suo pallore si animava, luccicava come una madreperla. Ella non stava mai ferma; e pareva che le sue braccia e le sue gambe si potessero muovere in tutti i sensi; con un’angoscia involontaria. Ella aveva un tremito che faceva sentire quando le si staccavano e si riattacavano le labbra e la lingua insieme, con una saliva come la gomma. Anche i suoi capelli arruffati pareva che si potessero muovere da sé, allentandosi e sciogliendosi. Poi, ella chiese: «Marsilia, che fai?».

Le rispose l’altra figlia, Anita: «Vieni di qua, se tu puoi venire».

Ella sembrava folle e rispose: «Subito».

Ma non si mosse da dove era, e faceva di tutto per non guardare il giovane; che ora cercava di prepararsi a qualunque cosa fosse per accadere. Allora Anita si fece su la soglia e chiamò la madre un’altra volta. Il giovane si aspettava ch’ella lo avrebbe guardato; e invece parve ch’ella non avesse nessuna ragione per guardarlo. La signora disse: «Venga anche lei».

Ma Anita disse, con una dolcezza pacata e stranamente gradevole: «Entra tu sola».

Poi la giovinetta chiuse l’uscio. Egli, restando lì solo, non poté fare a meno di sporgere il capo dalla finestra; per respirare meglio. Sotto la casa c’era un giardino di pochi metri quadrati. Ed egli si pentì di non essere alla sua fattoria; là in mezzo alle colline che da lì si vedevano limpide e cerule. Una vite a tralcio passava da una buca tra i mattoni di un muro; e, sorretta con il filo di ferro, arrivava con la punta fino alle finestre del secondo piano. Ma l’uva non maturava mai; e restava tra verde e vaia. Egli scosse forte il filo di ferro; perché, per fare un dispetto, avrebbe strappato tutta la vite. Ma che gente era quella? E, poi, non aveva ragione lui di dare dell’imbecille al suo fratello? Egli voleva sapere quel che facevano tutte e tre le donne là chiuse. Piangere, non si sentiva. Egli guardò dal buco della chiave; ma non vide nulla. Gli faceva rabbia anche un gatto che dal muricciolo del giardino non smetteva di guardarlo; con quegli occhi come l’agro di limone; con uno spacco nel mezzo che si allargava e si stringeva. Gli avrebbe tirato una pietra! Egli non sapeva spiegarsi perché l’avessero lasciato lì solo; ma pensava che se era riescito a far piangere tutte e tre le donne si era comportato da uomo che non capisce le debolezze e gongolava; sicuro, ormai, che con lui non ce l’avrebbero potuta.

Marsilia s’era sentita male; con un attacco di nervi, che l’aveva rovesciata sopra il letto. Ella era gracile e s’ammalava tutte le volte che s’era strapazzata magari per spazzare la casa. La mamma e la sorella l’avevano accomodata sul letto; con due guanciali sotto la testa. Ella, ora, piangeva; le lacrime escivano dai suoi occhi che avevano già inzuppato tre fazzoletti, che la madre aveva preso dal cassettone perché fossero puliti. Ella aveva fatto un grido solo come se avesse tentato di dire qualche parola e non vi fosse riescita: il grido di una donna che si sente assalire in un modo inaudito e non si può difendere. Ora, piangendo, pareva che non avesse niente da dire; con gli occhi un poco raggrinzati come se non avessero potuto chiudersi o aprirsi più. La sorella pareva che fosse avvezza ad assisterla, quasi rassegnata e calma; tenendosi con i denti il labbro di sotto.

Ella e la madre si guardavano negli occhi; l’una a destra del letto e l’altra a sinistra. Esse, tutte e tre, erano infatti avvezze ad assistersi ed a soffrire anche di ciò che fa piacere agli altri. E non pensavano a incolpare nessuno.

Marsilia non si rendeva conto perché quella mattina le dovesse capitare di sentirsi male, per avere creduto che un giovine si fosse innamorato di lei. Ora egli non la voleva più? Ella non se la pigliava contro di lui. Forse, egli aveva ragione a lasciarla! Ella aveva fatto male a dargli retta! La colpa era sua e non di lui. Doveva prima consigliarsi con se stessa e con Dio. Ma, rinunciarvi, ora, il sacrificio era troppo grosso; e piangere non le bastava. Ella capiva che avrebbe seguitato a soffrire, per mesi e mesi; forse, per sempre: senza saperne la ragione e senza ch’ella avesse fatto mai nulla per richiamarlo a se stessa. Ora si pentiva di aver creduto subito a quel bisogno istintivo di amare e di essere amata! Ma ella poteva amare Orazio? Non sentiva da se stessa ch’ella era nata perché non l’amasse nessuno? Ormai aveva quasi venticinque anni. S’era sempre innamorata lei, e gli altri no. Era questa la terza volta. Ma le lacrime che le bruciavano gli occhi, raffittivano tutte a un tratto; e ci voleva un altro fazzoletto, che pigliava un odore un poco amaro e acro. Ella trovò il modo di sorridere, forse perché era quasi fuori di sé, e disse alla mamma: «Pensate a mandare via il fratello. Che ci fa di là? Non gli dite niente di me. Sto troppo male. Il Signore mi punisce».

La signora Pierina disse ad Anita: «Va’ tu. Io sono vestita troppo male. E, quando egli mi guarda, vorrei entrare sotto terra».

Anita rispose: «Perché devo andare io? Per me è un sacrificio, perché io non c’entro e chi sa che mi dirà. Ma io non gli lascerò dire niente».

Si ravversò, alla lesta, senza guardarsi allo specchio, i capelli; ed escì dalla stanza. Era più bionda di Marsilia, e aveva gli occhi celesti. Il suo viso era roseo e grazioso. Aveva i fianchi esili e le sottane ancora corte. Richiuse l’uscio; e senza avvicinarsi a Livio, restò lì un poco in disparte, imbronciata; mandando al posto i capelli di su la nuca ch’era vuota. Il giovane la salutò e sorrise. Ma ella lo guardò negli occhi, sempre seria; facendogli capire quanto gli era antipatico. Egli le chiese: «Perché non è venuta sua sorella invece di lei?».

Ella gli rispose: «Ha ancora da dirci qualche altra cosa?».

Quella giovinetta lo intimidiva; e, per vendicarsi di essere andato in quella casa, avrebbe voluto farla innamorare per lasciarla come il fratello aveva lasciata la sorella. Egli sentiva che l’antipatia, invece, cresceva sempre di più; e ch’egli doveva andarsene.

Ma in quel mentre fu aperto l’uscio, da fuori, ed entrò il signor Luigi. Egli lo salutò, inchinandosi un poco. Il signor Luigi non capì subito chi fosse; si tolse il cappello e guardò la figlia, perché gli dicesse qualche cosa. Era magro, con il viso schiacciato dalle parti; con la testa lunga. Era stato proprietario di un negozio di mercerie; ma aveva dovuto chiudere, dopo aver fallito. Ora, per vivere, faceva il commesso al negozio di un ebreo ricchissimo.

La figlia gli disse: «Questo signore è il fratello del signor Orazio».

Il signor Luigi si rinfrancò e lo salutò un’altra volta con più disinvoltura. Ma la figlia, accorgendosi ch’egli non aveva ancora capito, seguitò: «Vieni prima di là, dalla mamma».

Egli allora cercò di passare senza che Livio dovesse scansarsi, dicendogli: «Torno subito; se permette».

Il giovane aveva voglia di ridere; e guardò, ridendo, la giovinetta, che andò vicino alla finestra guardandolo con la coda degli occhi. Il padre era proprio ridicolo! Egli lo avrebbe messo a far da spauracchio agli uccelli! E si prometteva che, se avesse alzato la voce, gli avrebbe detto qualche parola da convincerlo che non era il caso. Il signor Luigi tornò quasi subito. Cercava di essere dignitoso e tranquillo. Ma era pallido e in preda a un gran dispiacere. Disse: «Giacché le cose sono andate così, come non credevo, io non ho niente da aggiungere a quel che le ha detto mia moglie! Se né lei né il signor Orazio vogliono tornare in casa mia, io le chiedo scusa ch’ella s’è degnato di venire da sé a dirmelo. La ringrazio di avere riportato le lettere, senza che mia figlia le dovesse richiedere».

Il giovine si stupiva di quei complimenti. Ma il signor Luigi esprimeva il dispiacere e la delusione a quel modo; e desiderava di restare solo con la famiglia, perché egli si vergognava d’avere le scarpe vecchie e il vestito sparso di patacche a forza di portarlo. Si rimandava in dentro i polsini della camicia, con i gemelli d’oro falso, che invece volevano stare di fuori; e lì in quel corridoio troppo stretto non ci stava volentieri. Livio gli disse: «Non è stato possibile fare altrimenti. Ma, ormai, ci siamo intesi; ed è bene che non nascano più equivoci».

«Dice giusto! Dice giusto!»

«Io me ne vado subito, perché alla fattoria c’è molto da fare.»

«Ah, mi dispiacerebbe trattenerla qui più di quanto vuole starci lei!»

Anita aprì l’usciolo, ed egli escì. Scese le scale più lesto di come le aveva salite; andò alla stalla, fece riattaccare il cavallo e tornò, senza fermarsi, alla fattoria. Era contento d’essersela sbrigata a quel modo; ed ora si trattava soltanto di assicurarsi che il fratello non si fosse pentito.

Il signor Luigi cercò di non far vedere come era restato male; e cominciò a parlare subito d’altre cose, raccontando com’era riescito ad avere, senza pagare, un palco al teatro per la rappresentazione della sera dopo. Egli si raccomandava che Marsilia e Anita si vestissero bene; ma, ogni tanto, taceva vedendo che Marsilia seguitava a piangere e le altre due non potevano dargli retta. Egli era nato disgraziato; e così doveva essere!

Livio trovò il fratello nel tinaio. Gli mise una mano su una spalla e gli disse, benché si sentisse una tristezza che non sapeva spiegare: «Rallegrati con me: la tua fidanzata ha pianto, ma non m’ha detto nulla».

«Ha pianto?»

Il fratello gli chiese: «Volevi che ridesse?».

«Ma se ha pianto, vuol dire che mi voleva bene! E io mi sono comportato come non dovevo! Se tu fossi stato contento, credi ch’ella sarebbe stata una ragazza come mi ci voleva.»

Ma il fratello non sopportava di essere rimproverato, e gli disse: «Le brutte parti tocca sempre a me farle! Quando imparerai a farle da te?».

Orazio, per parecchi anni, non poté mai dimenticare quella che doveva essere la sua moglie. Quando si sentiva triste, si ricordava subito di lei; e molte volte piangeva. Perché, dunque, non l’aveva sposata?


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