Contronarrare contro il terrorismo

Il terrorismo si combatte solo con la paura? Abbiamo intervistato Luca Guglielminetti e Luca Toselli, protagonisti del programma didattico Counternarrative for Counterterrorism (C4C).

Poster Boy - Tearrism 3
 
L’attentato a Charlie Hebdo e l’avanzata dello Stato Islamico in Medio Oriente hanno stimolato sui giornali e in Rete il dibattito sul terrorismo. Abbiamo chiesto a Luca Toselli e Luca Guglieminetti, coordinatori del progetto The Terrorism Survivors Storytelling Platform nell’ambito del progetto europeo Counternarrative for Counterterrorism (C4C), di illustrarci alcuni aspetti controversi della narrazione sul terrorismo a partire dai risultati di questo esperimento didattico.

Una piattaforma tecnologica e un metodo educativo che incoraggiano la cultura democratica a partire dai racconti delle vittime del terrorismo. Cosa è esattamente Counternarrative for Counterterrorism e quali risultati ha prodotto a Torino?

Abbiamo lavorato con le classi per diffondere una cultura di contronarrazione  a quella violenta veicolata sul web dai terroristi. Gli studenti hanno incontrato le vittime del terrorismo storico italiano, analizzato i documenti sul terrorismo, che abbiamo raccolto su un database e reso disponibile in Rete, discusso e seguito lezioni di storia e sociologia con esperti, visto film e telefilm sull’argomento. Una didattica per progetti in cui  gli studenti dovevano essere creativi: pensare un video, una poesia, un rap che raccontasse, senza scene violente, un modo di porsi contro la violenza usata per affermare le proprie idee politiche, religiose, sociali, sportive e personali. All’inizio del progetto, durato l’intero anno scolastico, gli studenti non erano così energicamente contro la violenza, anzi.  Alla fine del progetto non c’era più nessuno disposto a sostenere forme terroristiche di qualsiasi tipo.

In un bellissimo documentario sull’eredità del conflitto algerino (Guerre sans image, 2002), il fotografo svizzero Michael von Graffenried e il regista Mohammed Soudani affrontarono un caso di terrorismo privo di narrazione, in cui le vittime – di fatto – si autocensurarono. Quali storie che ancora non conosciamo dobbiamo cercare?

Il conflitto algerino  ha avuto però il pregio di essere strato all’origine delle prime riflessioni sul terrorismo: quella di Albert Camus che è stato tra i maggiori intellettuali del secolo scorso ad aver riflettuto sull’uso delle violenza politica e del terrore nella storia europea successiva alla rivoluzione francese , che ancora oggi ha molto da insegnare. Inoltre, pur tra molte difficoltà, anche in Algeria ci sono voci di vittime del terrorismo più recente come quelle di Djazairouna.

Quando si parla di terrorismo, la prima immagine che appare nella nostra mente è il crollo delle Torri Gemelle a New York. Poche ore prima del giorno che cambiò la storia, a Khwaja Bahauddin, in Afghanistan, due terroristi travestiti da giornalisti uccidevano il comandante pashtun Ahmad Shah Massoud, che avrebbe potuto cambiare le sorti del conflitto contro i taleban. Come cambiano l’esperienza e la percezione del terrorismo da un paese all’altro?

Il combinato disposto di quei due attentati lontani geograficamente ma vicinissimi nel tempo è quanto di più ha inciso nel definire la situazione in cui siamo oggi. Nel primo caso abbiamo una esperienza planetaria, nel secondo una molto locale: l’area dell’Afghanistan sotto controllo dell’Alleanza del Nord. Sono due tipologie di terrorismo, che in Italia conosciamo bene: quello indiscriminato che compie stragi, da una parte, e quello mirato che colpisce singoli obbiettivi, dall’altra. Le percezioni cambiano forse in relazione più a queste due tipologie dell’agire terroristico che non alle differenze di paese.

Prima e dopo il sanguinario attentato alla redazione di Charlie Hebdo in Francia, la diffusione dei video di propaganda e delle esecuzioni dell’ISIS in Iraq e in Siria ha suscitato un intenso dibattito nella rete: come contemperare il diritto all’informazione con il rischio di favorire l’auto-radicalizzazione dei conflitti? I social network sono strumenti di libertà o armi per manipolare l’opinione pubblica?

I social network possono certamente manipolare la realtà ancora di più di quanto già i media tradizionali non facessero. Per quest’ultimi c’era comunque una barriera tecnica che oggi è infranta: chiunque può fare una foto senza conoscere le regole della luce, chiunque può girare un video senza sapere che cos’è un grandangolo. Quindi la falsificazione, che c’è sempre stata, oggi è alla portata di quasi tutti. Però, anche nel passato si insegnava agli studenti a distinguere tra la notizia e il commento, ad imparare a leggere le notizie tenendo conto dell’ideologia di un quotidiano, a non credere che il telegiornale fosse più “vero” solo perché trasmetteva immagini dal vivo. Oggi noi docenti dobbiamo insegnare ancora di più ad aguzzare la vista, a dubitare, a confrontare le fonti.

Foto: Poster Boy, Tearrism (Creative Commons).

Luca GuglielminettiLuca Guglielminetti – Vive a Torino e gira l’Europa come consulente dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter) e membro della Rete europea (RAN) sui temi della radicalizzazione violenta.

Luca Toselli: docente, regista e saggista. Laureato in Lettere moderne, PhD in pedagogia, si è poi occupato di media digitali come progettista multimediale ed esperto di didattica a distanza.Luca Toselli

In seguito al successo del progetto europeo C4C, Luca Guglielminetti e Luca Toselli, insieme a Gianni Ferrero, hanno costituito l’associazione CONSTRUENS con la finalità di continuare a “costruire” in ambito europeo una formazione contro la radicalizzazione terroristica utilizzando didattiche innovative.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *