La fuga di Rosso

Ecco i brani tratti dal romanzo La fuga per giocare a #Nisseni con TwLetteratura e Pier Maria Rosso di San Secondo.

Caltanissetta - Il vallone
 
Dal 9 al 12 aprile TwLetteratura e il Comune di Caltanissetta dedicheranno quattro giorni di lettura su Twitter allo scrittore Pier Maria Rosso di San Secondo, un modo per riscoprire il drammaturgo nisseno e riflettere con lui sulle dimensioni psicologiche e geografiche di «nord» e «sud». Leggi le regole del gioco e il calendario degli incontri.

Il romanzo
Pubblicato dalla casa editrice Treves di Milano nel 1917, La fuga racconta il pellegrinaggio di un uomo che dall’Italia muove verso il nord dell’Europa per curare il proprio tormento esistenziale. In questa breve lettura antologica – un invito a leggere l’intero romanzo – vedremo Rosso di San Secondo alle prese con le ragioni di un’inquietudine che spinge il protagonista a lasciare il sud e l’Italia (#Nisseni/01); lo ascolteremo irridere sarcastico contro i pregiudizi del nord nei confronti del sud (#Nisseni/02); lo vedremo spiegare a giovani discepoli il senso del suo viaggio (#Nisseni/03); e infine scopriremo come ritroverà se stesso negli occhi di una zingara (#Nisseni/04).

Giovedì 09.04.2015 – “Io e Iocherli” – #Nisseni/01
Richiudevo l’uscio, non senza avvertire la mia inferiorità rispetto a Iocherli [il gatto, ndr]; e, scendendo la scala con le pareti piene di salnitro per l’umidità, ogni sera mi domandavo: – Dove vado? Perché esco? Ma sono proprio così debole da non poter durare tre giorni senza sfiorare il gomito all’umanità che passa? E se ogni uomo singolarmente mi dà noia, se non posso avvicinarmi ad una donna senza staccarmene subito, perché devo essere ogni sera ripreso da quella tormentosa ansietà che mi trascina come un sonnanbulo qua e là senza meta, facendomi sussultare ad ogni viso florido di donna che incontro, al pianto di un bimbo che pesta i piedi sulla via, al brillar vivido delle gemme in una vetrina splendente, allo scherzare della luce delle lampade tra le foglie del viale alberato, al soffio primaverile che scorrendo sul fiume viene dalla campagna lontana ad allargarmi il petto? Perché devo immalinconirmi e sentirmi le lacrime agli occhi nell’ascoltare l’orchestrina del caffé mentre seduto sto a centellinare un bicchierino di rosolio?

Mi giunge dai tavoli intorno sparsi per la banchina della piazza il pispiglio confidenziale delle donne, le risatine in sordina dietro i ventagli, i profumi varî dei loro corpi, il suono delle catenelle sussultanti sul moto dei seni, sento le vocine dei bimbi che tirano da un braccio la mamma interrompendone la conversazione con l’altra signora, ascolto la voce grave dei mariti che discorron fra loro, le risate di una comitiva di eleganti scapestrati che hanno fatto un gran circolo intorno ad una tavola e brillano nei denti bianchi e nello sparato inamidato e sono pieni di desideri, pieni di gioia; le sciabole degli ufficiali che picchiano sul selciato: cucchiaini che cadono, o il tinnulo suono di un bicchiere percosso ripetutamente che invoca il cameriere, e l’orchestrina che continua a gemere malinconica e dolce come un rimpianto e armonizza tutti gli altri suoni, se li conduce appresso in un’onda di sconsolata tristezza, e diventa la mia anima che sorvola tutti quei luccichii d’occhi e di denti, quelle gioie, quelle speranze, quegli affetti, quei tranquilli riposi, quelle risatine maliziose, quelle parole vane, quei moti subitanei che nascono e muoiono, tutto quel brillìo ingannevole di vita sotto la luce accecante delle lampade elettriche, nato alle otto di sera già agonizzante verso la mezzanotte.

Ma dunque c’è qualcosa di vero nel mondo, se nel contatto con gli uomini io ricevo tali brividi, sia pur fuggevoli e dubbii; non è dunque tutto un gran vuoto che si debba riempire a fatica, con incosciente o volontaria menzogna! La vita non è dunque per tutti come un motivo che ronzi perennemente all’orecchio e che pure non si riesce mai a cogliere, a definire, a cantare con la bocca. La maggioranza, dunque, va cantando questo suo motivo piccolo sia pure, tenue, che non potrebbe soddisfarmi, ma che pur viene ad ingannar la gioia dei suoi giorni e la fa procedere innanzi, or triste or gaia, fino alla morte. E ognuno in generale dunque possiede la sua piccola verità chiusa nel gorguzzole come il pomo di Adamo, senonché il giorno se la fa saltare sulla bocca per cantarellarla piacevolmente, la notte se la ringozza addormentandosi lieto di sentirsela con sé.

Beato ognuno. Io, dopo l’increscioso e vuoto sopore del giorno, avverto il mio sangue solo con i brividi che gli comunicano i primi voli dei pipistrelli, e, affacciandomi sulla tana, ancora torpido, attendo che la brezza vespertina mi svegli; come l’uccello notturno, dal covo saltato sul ciglio dell’anfratto, ascolta stupito il silenzio della campagna, il vicino frusciare delle ramaglie e giù nella valle che si addormenta gli ultimi gridi delle allodole: invocazioni disperate al sordo sole.
Poi batte l’ala sulla morte del mondo.

Venerdì 10.04.2015 – “Un convito al Walhalla” – #Nisseni/02
Brunilde Trymer mi ascoltava con certi smaniosi sussulti del petto simili agli istintivi moti con cui irragionevolmente ci si schermisce dai brividi della schiena. Mi danzava dinanzi, frizzante come un aereo fermento di scintille, la stizza proiettata dai suoi occhi contro di me, collaborata dallo sguardo della giovane Betta. Brunilde infine disse, con fremiti di narici:

– Conosco l’obbliquo parlare del sud. Ogni serietà ideale partita dalle brume purissime del nord cade come un seme fecondo sulla terra solare, ma bruciato inaridisce; del germe non si sviluppa che un rachitico sterpo storto ed ironico. Così il soffio dello spirito nelle bocche arse si rarefà in sorrisi di lascivia tra denti impudicamente splendidi, negli occhi ribrilla con frebbrili guizzi ch’offendono ogni castità naturale. Io so l’impudicizia macerante del sud…

– … Sul mare le vele bruciavano come torce nel sole cadente, la spuma sulla spiaggia ribolliva gassosa, e sul golfo le montagne intorno s’imporporavano, enorme concistoro brulicante di case sulle pendici nell’afa: e quel soffio resinoso che veniva di tra gli alberi era come il colpo di grazia contro ogni volontà di azione, di sacra combattività di vita, di onesto lavoro. L’uomo che passava acceso, con il seduttore strisciar del bastone sul selciato e la risata arsa nella gola, ti guardava con una perfidia di denudamento. E colei che il peccato attendeva dietro la frondosa cortina del giardino in una casa che s’intravedeva bianca tra il verde, ti strisciava accanto con un frettoloso sguisciar di passetti altezzosi, brillando di lussuria a ogni piega della veste, a ogni rabuffo di merletti, a ogni scollo di trine. Alitava il suo peccato in mille impercettibili sussulti delle sue sete. E sotto la panchina, sulla breve sabbia, non più nel mare, ma sulla spiaggia la rete tendeva per adescarvi nella prossima sera l’intenerimento della vergine, l’uomo marino dalla voglia salmastra, cantando la canzone ironica di chi sa che non attende invano. Poi nella notte inutilmente cercavo nel sonno il ristoro per una più fresca fatica mattutina! Chè dall’aperta finestra la filtrante luce stellare mi mordeva a pensieri febbrili, mentre dai giardini prossimi s’alzava l’afoso fritinnìo dei grilli, il mare in bonaccia sotto l’alito del notturno calore risucchiava la sua voluttà sulla ghiaia, e la città distesa lontana mormorava il suo piacere…

… Ah io ben conosco la perfidia struggente del sud! Ogni volontà s’attutisce, ogni nobiltà ingenua si smorza, ogni sacra aspirazione è travolta dall’alito sulfureo: ogni virtù, adescata, cade, poi mefistolicamente derisa, imputridisce: folgoranti apparenze di laidi desideri, abbagliante sfaccettìo d’un’unica miseria, fosforica incandescenza della più triste magia dei sensi. Io ho pietà di voi, perché adesso so che il vostro male non è soltanto per causa vostra. –

Credo che i convitati fossero abituati alle collere teoriche di Brunilde Trymer, poiché rimanevano impassibili; soltanto il dottor Trymer, sorrideva tra la barba fulva.

Umilmente risposi che dal modo com’ella incideva con puntute parole l’arsa lussuria del sud, si poteva intendere quali spasimi le avesse dati. E che forse l’alito sulfureo delle terre solari, senza che ella ne avesse coscienza, le aveva svegliata l’intima essenza della sua natura e gliel’aveva rivelata, tardivamente ormai per poterne coglier frutto di piacere. Per cui era chiaro com’ella odiasse il regno solare; il nemico che tardi le aveva detta una verità irrimediabile.

Brunilde Trymer sembrò a un tratto vibrare come in uno spasimo elettrico e aprì più volte la bocca per parlare; ma emise un suono sordo incomprensibile, poi un urlo, strinse fortemente i pugni, si alzò e si precipitò verso la porta e uscì. Il vecchio professor Trymer scrollò il capo e disse:

– Brunilde è ancora nella sua piena crisi: ciò significa ch’ella è ancor giovine. Molto io credo debba attendere il nostro paese dal suo intelletto. Ella ha bisogno di scrivere un’opera centrale. –

Betty van Rijn si alzò con grave dignità, mi diede un’occhiataccia e seguì la maestra. Ma Anna ed Hedda Stürm continuavano a ridere come idiote, e il dottor Trymer mi fissava brillando più di prima occhi ironici.

Sabato 11.04.2015 – “La patria degl’incapaci” – #Nisseni/03
Siete venuti per questo da me? Avete sentito un accento straniero, avete veduto sguardi e gesti un po’ diversi dai vostri, vi siete immaginati un essere pieno di misteriosa sapienza, un uomo che potesse finalmente rivelarvi tutto il segreto, ed ecco ora attendete ch’io parli. Ma io devo disingannarvi, io non posso permettere che voi rimaniate nella vostra illusione: vi dirò, anzi, ch’io stesso mi trovo qui per saperlo da voi quello che voi domandate a me. Io, dopo lungo ed inutile affanno laggiù, al sud, finalmente m’ero persuaso che ogni ricerca era vana e che convenisse vivere come un vecchio amico di casa, un certo Iocherli: non domandavo più nulla, non volevo sapere più nulla. Mi dissero un giorno che era tutta una questione di luogo, di paese; che al nord avrei trovato la ragione d’esistere. Fu un bene o un male, non so, certo io partii, lasciai il mio paese, il cielo azzurro, il mare azzurro, il sole, le montagne verdi e venni quassù. Qui tra nebbia ed umidità, trovai uomini senza dubbio più sicuri: mi persuasi che saggi eran questi non quelli. Volete ora ch’io per converso dica a voi che non trovate la ragione di esistere al nord, di partire per il sud? O volete ch’io vi garantisca che Betta mia moglie è il mio tutto, e il resto non esiste per me? Che la vita è amore e conviene aggrapparsi ad un essere qualunque per non naufragare? Io potrò dirvi quello che voi vorrete, con lo stesso calore, con la stessa convinzione. E se non riuscite a tutta prima a comprendere questo assurdo ve lo spiegherò con due parole, affermandovi cioè come cosa indiscutibile che la vita è una favola, una favola che ci inventiamo. Com’è certo che voi ed io, io del sud e voi del nord, noi siamo del pari emigrati. Vi hanno detto che voi siete idioti, idioti nati o divenuti con il tempo. Vi aggiungerò, per incuorarvi, che non siete voi soli idioti, io come voi, più di voi sono idiota. Idioti, perché non riusciamo a dimenticare la nostra vita anteriore alla nostra emigrazione, e perché, d’altro canto, non riusciamo nemmeno a ricordarcela per filo e per segno. Certo è che voi, mi cara Hedda Stürm, che avete vissuto per gran tempo per il vostro pianoforte, ad un tratto avete sentito che il pianoforte era una sciocchezza come un’altra, che non v’appagava più, ch’era uno scherzo per aiutarvi a vivere. E voi Anna Stürm, occhi neri, che cantavate e cantavate da mane a sera, vi siete accorta che era una maniera quella soltanto d’illudere il silenzio e nulla più. E voi, caro poeta, che nelle cose di questa terra avvertivate inconsciamente quel senso di fastidio vacuo che dà l’inutilità la necessità senza scopo, vi ubbriacavate in un delirio metrico; per la stessa ragione per cui il nostro Giorgio non faceva altro che mangiare e dormire. Ed ora, amici miei, voi siete ombre e non uomini, staccati, lontani, assonnati: i vostri occhi non si fermano, non fissano, saltano da una cosa all’altra, da questa ad un’altra ancora, sempre in cerca di quella su cui fissarsi per sempre: è un continuo divagare, un continuo ritorcersi inappagato. E’ facile per me. Io non devo far altro che aprire uno dei cento tiretti del mio cuore e mettervi sotto gli occhi il documento. Voi siete nati qua per caso; voi non siete di questa regione. I vostri compatrioti, vedete, sono troppo sapienti per voi: essi hanno un cervello enorme: comprendono tutto, anche quello che non è: ma ciò non importa: essi costruiscono, tracciano le linee, scrivono le cifre, fanno le equazioni, fabbricano, e quando hanno fabbricato dormono, passeggiano, mangiano, vivono dentro l’edificio, comodamente. Ma voi mi domandate: – Essi dunque sono veramente indigeni, essi sono veramente nati da questa terra? – No, ve lo assicuro, no, essi come voi sono emigrati; soltanto che la nebbia, il freddo, l’aqua, le intemperie, hanno talmente castigato la loro natura che essi non sentono più alcun stimolo della loro essenza. Essi veramente dormono profondamente: quando moriranno non s’accorgeranno nemmeno di morire. Ma voi, invece, voi purtroppo siete in un dormiveglia che non vi permette d’aderire a questa terra e non vi permette d’altro canto di tornare alla regione da cui siete partiti: vi tien sospesi ed estranei. Ecco perché vi siete subito sentiti attratti da me straniero; voi, senza saperlo, forse avete avvertito in me il vero vostro compatriota, colui che viene dalla vostra vera regione. Sì, certamente è così; ed io voglio farvi del bene, voglio incuorarvi: ogni speranza non è perduta, ve lo assicuro. Anzi, ecco, voglio, giacché siamo a un tratto divenuti così intimi, rivelarvi un segreto che a nessuno di quegli altri oserei confessare. Accostatevi a me perché nessuno ci oda, nemmeno Betta, mia moglie. Dirò tutto a voce bassissima.

«L’affare del nord, per me, è uno scherzo. Ve lo giuro, è uno scherzo. Voi v’immaginate ch’io abbia creduto davvero, venendo qui, che la terra su cui posiamo i piedi è la terra mia, la terra della mia guarigione, della mia salute. Disingannatevi. Nemmen per sogno! Io non ci ho creduto un istante. Quello che vi dico, voi comprendete, è grave, è gravissimo ed io sarei perduto se voi lo ripeteste ad altri. Ma io sono sicuro che voi manterrete il segreto: io ho stima e fiducia in voi più che negli altri.

Orbene tutti i miei atti starebbero a contraddire le mie parole. So le obbiezioni che voi potete farmi. Io mi sono costruita una casa, ho sposato Betty van Rijn, sono qui con la ferma intenzione di restarvi. Inoltre adoro Betty van Rijn, le sue mani bianche, i suoi capelli biondi, i suoi occhi chiari, eccetera, eccetera. Va benissimo. Però vi confido che io non ero nato per questo e che un giorno la mia vita cambierà. E’ un mistero, non ve lo nego. E’ un enigma, ma è così. Potrà anche darsi che la mia vita non cambierà, ma io sino all’ultimo dentro il mio cuore giurerò a me stesso ch’io non ero nato per questo! Però vi assicuro che cambierà, perché un giorno io tornerò alla regione da cui son partito: e dicendo questo la mia coscienza è tranquilla rispetto alla creatura che adoro, a Betta mia moglie; perché io tornerò al mio paese che Betta non se n’accorgerà nemmeno, perché il mio paese, sia detto tra noi, non esiste! E’ questo il punto su cui bisogna basarsi. M’accorgo dai vostri occhi, che voi vi animate, che in fondo non siete così idioti come sembrate agli altri. Hedda, piccola cara, permetti ch’io ti dia del tu, tanto siamo dello stesso paese: le tue gote s’illuminano nel buio, tu diventi rosea da pallida e cascante ch’eri prima. Anna bella, dagli occhi neri, hai le labbra rosse come ciliege, io credo che tu farai innamorare perdutamente Giorgio il quale ti guarda come ti vedesse per la prima volta: Willy brilla tutto e la sua barbetta fulva risplende con raggi d’oro attorno al suo viso. Vi accorgete, dunque, ch’io non mentivo quando v’assicuravo che c’era da sperare?

Appena ho cominciato a parlare del vostro paese voi siete divenuti altri esseri, come se l’aria di quei boschi di quei mari di quei monti fatti di nulla, fosse entrata da quella porta con una folata. Respiriamo l’aria del paese nostro. Le piccole tue narici, Anna, fremono, e anche le tue, Hedda: ah, noi torneremo un giorno al nostro paese! Noi possiamo intanto sognarlo a nostro piacimento, foggiarcelo come vogliamo. Voi non siete mai stati al sud, e allora potete esser sicuri che il vostro paese è il sud. Io che ho emigrato solo di recente, posso parlarvene con un ricordo fresco. Sebbene con accenti inadeguati, pure cercherò di rendervi il senso approssimativo dello splendore naturale dei luoghi in cui io e voi siamo nati…»

Domenica 12.04.2015 – “Pepita” – #Nisseni/04
Dopo una buona mezz’ora eravamo già lontani dal villaggio. La pianura era deserta; sotto un gruppo di alberi soltanto si vedeva fumare il ciminiere d’un accampamento. Sulla strada rotolava qualcosa verso quella direzione. Presto m’accorsi ch’era lo strumento enorme degli zingari e che lei, la nera, era lì; rimaneva indietro svagandosi a guardare a dritta e a manca. Quando la raggiunsi ero trafelato, non potevo parlare; le strinsi la vita e m’abbandonai per terra, tanto ch’ella dovette curvarsi su me a spalancar quegli occhioni di velluto: e io ad ansare ed ansare tenendola stretta per la gonna come se quella volesse sfuggire. Diede un grido ai ragazzi dicendo qualcosa che non capii, e io, che mi rivoltavo appena l’affanno si chetava un po’, le abbracciavo le ginocchia a tenermela stretta stretta che mi pareva di morire.

Vennero i ragazzi e mi sollevarono a braccia aiutati da lei tra sonorissime risate; ma ella non rideva. Come ridere se io le tenevo conficcati gli occhi negli occhi da farle paura! Mi trovai tra due grandi carrozzoni che facevano loro da casa, e m’adagiarono su una panca. L’omaccione che mi riconobbe si diede a far grandi scappellate e chiamò una vecchia che mi offrisse non so che orribile bevanda alcolica; però mi ristorò e potei drizzarmi a sedere sulla panca. Allora soltanto comparvero sullo stradale Giorgio e Willy che, come si vedeva, non ne potevano più. Feci preparare altra bevanda alcoolica e quando giunsero sfiniti gliene feci trangugiare più che potei. Diedero ringraziando tutte le monete che avevano in tasca, e l’omaccione a scappellarsi a far riverenze…

Appena rinfrancato cominciai a parlare e Giorgio e Willy mi guardavano ancora con la bocca aperta per il sopraffiato. Io dissi:

– Già conosco il vostro nome, mio caro omaccione, lo leggo nei grossi caratteri delle vostre carrozze. Nicola Palowski, io vi ho riconosciuto al primo sguardo che vi ho dato dalla terrazza. Vi cerco da tanto tempo, dall’età di quindici anni. Non m’aspettavo di trovarvi qui al nord: ma voi siete un uomo che ha viaggiato il mondo: e la mia sorpresa è stata una vera sciocchezza. Ma non so ancora il nome di lei, la portentosa creatura che già mi brucia tutta nel sangue già dal poco tempo che la conosco. Pepita? Ella si chiama Pepita? Basterebbero in verità gli occhi per dimostrare la sua origine spagnola: però ciò non esclude ch’essa abbia potuto nascere nelle steppe dell’Asia o sul Mar Rosso. Che importa? Voi comprenderete che io non pretendo la sua fede di nascita. Non sono un doganiere di frontiera con gli occhi sempre attenti al transito della merce: nel mio codice ammetto il contrabbando. Quel che mi preme è la sua figura. Guardatela la cosa divina, perfetta. Ella nasce dalla terra con una carnosità vegetale di giunco pieghevole; s’innalza nell’elasticità delle sue gambe ed ha un primo trionfo nel mirabile arco della sua anca sino ai fianchi sobri che non escludono la poderosità d’un bacino formidabile: s’apre in un rigoglio di seno che trabocca appena tanto che basti a far concepire un dissetamento pieno e s’idealizza nella tornitura d’avorio del collo che sostiene ancora la generosità d’un altro abbandono nella copia dei suoi capelli umidi come un folto muschioso e nella resinosa passione dei suoi occhi che par della loro luce cospargano tutto il suo vivo portento di preziosissimi unguenti. Ella è da suggere tutta più che guardare, in ogni parte di sè ella ha una bocca pronta a dar succo dolcissimo, tranne che non si muoia di piacere prima di bere… –

Pepita ascoltava senza né arrossire né turbarsi; con una certa gravità invece, Giorgio e Willy acconsentivano con il capo ammirandola: anzi Willy esclamò:

– Io non ho mai veduto una simile cosa: non mi sembra mortale, bensì un essere meteorico piovuto da un mondo astrale. Sento che la mia fantasia s’accende. –

Giorgio prima balbettò, ma poi riuscì ad esprimersi: – I suoi occhi ricordano quelli di Anna Stürm ed io l’adorerei per questo; ma ella è sibillina e mi dà suggezione, mentre Anna è più vicina a me ed io vivo per lei. –

– Amici miei e fratelli, io vedo che siamo parenti tutti noi con Pepita: il nostro avvenire comincia a rischiararcisi; Willy tra breve canterà i suoi versi; e, senza parere, anche Giorgio saprà dire bellissime cose. Il sole, dal sommo della volta celeste, che nemmen la nebbia del nord viene oggi a velare interamente, sorride pallido alla nostra letizia, all’acquosa pianura: onoriamo la mensa che ci appresta il nostro omaccione Nicola Palowski. –

Nicola Palowski strizzò l’occhio e rise tra i suoi denti enormi, mentre apparecchiava all’aperto su una larga panca, aiutato dai ragazzi. Mi suggeriva forse un colloquio dentro il carro con Pepita? O voleva dirmi che a me era tutto permesso? Colsi il destro e inseguii Pepita che voltava dietro il carro, e, poiché ella non si fermava, la trattenni per un braccio: il suo alito mi diè la vertigine.

– Pepita Pepita. –

Voleva sfuggirmi: immersi le mani tra i suoi capelli, e mi v’aggrappai, tanto che per lo spasimo ella s’inginocchiò dapprima, poi cadde riversa: il suo volto tra l’erba fumava e gli occhi colavan piacere: m’abbeverai alla sua bocca un attimo; ma ella balzò ché s’udiva un suon di sonagli sullo stradale, e la voce di Willy e di Giorgio che correvano verso una carrozza giunta allora. Pepita si oscurò, ché vide due donne scenderne festose, e venir verso di noi mentre la vettura ripartiva; le parve il mio ardore un inganno, e ch’io avessi con tante altre donne e forse con quelle stesse che giungevano ricorso allo stesso giuoco. E non potei convincerla, s’alzò a guardarmi offesa, e per un po’ anche dopo, non fece buon viso ad Anna ed Hedda che sedevano felici con Giorgio e Willy alla mensa apparecchiata dall’omaccione.

– Anna ed Hedda, vi prego, ditele voi ch’ella è divina. Ditele che voi già da un pezzo siete piene dei suoi occhi: si dissipi il dubbio del suo cuore che soltanto io voglia illudermi della sua bellezza, o che finga; dimostratele che sareste ben felici d’averla per maestra di dolcezza e che non ne siete gelose. –

Anna ed Hedda brillavano come due perle: Giorgio accarezzava le mani di Anna e Willy quelle di Hedda. Ma esse s’alzarono, costrinsero Pepita a sedersi accanto a loro e con le loro finissime dita, riccioli e fronte e palpebre e tempia, la rischiararono tutta; tanto che la mia zingara convinta infine mi sorrise promettendomi i suoi tesori.

Il pomeriggio trascorse in una piena esultanza: la voce di Pepita era forte e aspra: le sue canzoni stridevano e scoppiavano come vampe che s’accendessero. Dopo il canto di Pepita, Giorgio scongiurò Anna di cantare ed ella si schermiva che non cantava da tanto tempo: infine spiegò la sua voce e tutta la pianura parve ascoltasse; saliva saliva saliva limpida come un trillo d’usignolo ad incantare l’immobilità del cielo, poi si rompeva come acqua d’un ruscello, scherzava graziosa, risaliva per perdersi in un delirio di ebbrezza.

Quando Anna cessò, l’omaccione si mise in ginocchio toccò con la mano il suo piede e si baciò la punta delle dita. Pepita scomparve nella carrozza e ritornò con una collana di pietruzze di mille colori e volle circondarle il collo. Giorgio s’asciugava le lacrime, Hedda baciava la sorella: il poeta con la testa tra le mani si dava su e giù a passeggiare, e infine, fermatosi, disse una canzone in cui si dimostrava che il Walhalla era un rustico antro di zoticoni e di ladri e che la poesia fioriva al sud dov’egli sarebbe andato con Hedda più divina di Venere.

E se non fosse stato per l’avvertimento del crepuscolo nessuno più si sarebbe ricordato di ritornare al villaggio. Ma si poteva in realtà ritornare? L’omaccione profferse tutt’intera una delle carrozze, perché vi rimanessimo ad abitarvi.

– Siamo tutti una famiglia ormai – disse; e si meravigliò che potessimo insistere.

Lo chiamai in disparte e lo persuasi. Gli sussurrai all’orecchio:

– E’ troppo presto: ognuno ha da regolare i suoi conti ancora laggiù. –

Ma gli feci intendere che il nostro destino era legato.



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