Boccaccio, vieni a Pavia

Il testo della lettera a Boccaccio che Petrarca scrisse nel 1365 decantando le bellezze di Pavia. Lo leggiamo insieme e lo riscriviamo su Twitter con l’hashtag #TwPetrarca.

L'arca di Sant'Agostino, conservata nella Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro

Facesti pur bene a visitarmi almeno per lettera, poiché della persona o non potesti, o non volesti. Dal momento in cui seppi aver tu valicate le Alpi per andarne alla Babilonia occidentale, che di quella di oriente tanto è peggiore quanto è a noi più vicina, io sono stato sempre in pena per te, finché non ho sentito che ne facesti ritorno; perocché conoscendo per la esperienza presane ne’ miei frequenti viaggi la difficoltà delle strade, e pensando a quella tua gravità di mente e di corpo, che come assai acconcia alla tranquillità degli studi, così alla trattazione de’ pubblici negozi, ed agli strapazzi del viaggio è oltremodo disadatta, da che ti seppi partito non ebbi più pace né dì né notte. Siano grazie a Dio che sano e salvo ti ricondusse.

Quanto maggiore fu il pericolo della tempesta, tanto più dolce e più soave mi giunge l’annunzio che ne sei campato. E sì veramente che se tanta non fosse stata la fretta dell’andar tuo, facile cosa ti era il diverger da Genova a questa parte. Con soli due giorni di cammino avresti me riveduto, cui sempre vedi ovunque tu sia: e avresti pure veduta sulle rive del Ticino la città che ne prese il nome, da te come credo non mai veduta, detta dai moderni Pavia, che, secondo i grammatici, vale ammirabile; reggia famosa dei Longobardi, e prima della età loro, nel tempo della guerra Germanica, già visitata da Cesare Augusto. Il quale, siccome io credo, qui si ridusse per esser più vicino al teatro della guerra, e per potere come da una vedetta, sorvegliare ed eccitare il figliastro che andato innanzi nella Germania operava magnifiche e gloriosissime imprese; o, se per alcuno di quei casi che nelle guerre sogliono darsi, gli avvenisse mai alcun che di sinistro, ratto ei potesse con tutte le forze dell’impero, e colla maestà del suo nome, volarne in soccorso.

Veduto avresti il luogo dove il fiero Cartaginese riportò sui nostri la prima vittoria, e dove, giunto appena agli anni dell’adolescenza, il figlio del Duce Romano campò da certa morte il genitore togliendolo di mezzo alle spade ostili, e diede presagio di quel valore che avrebbe un giorno spiegato nel supremo comando dell’esercito. Avresti pure veduto dove sortisse Agostino la tomba, e Severino prima l’esilio indi la morte: i quali ora in due urne sotto uno stesso tetto riposano con re Liutprando, che il corpo di Agostino dalla Sardegna fece qui trasportare. Pietoso e devoto consorzio di uomini grandi, per lo quale diresti aver voluto Severino farsi ad Agostino seguace, e compagno colle membra dopo la morte, come in vita seguirlo si piacque coll’ingegno e colle opere, e con quella specialmente che dopo lui scrisse intorno la Trinità.

E chi non bramerebbe accanto a quei santi e dottissimi uomini trovare l’ultimo suo riposo? Avresti insomma veduto una città generalmente celebrata siccome antichissima, sebbene a me non ne soccorra memoria che risalga oltre la seconda guerra Punica di cui dianzi io diceva, anzi se ben mi ricorda pur di quella parlando, non la città rammenta Livio, ma solo il fiume Ticino. E forse la identità de’ nomi produsse confusione fra l’una e l’altro. Quello però che veduto avresti per certo è una città di aria saluberrima. Ecco io già vi passai la terza estate, e mai non mi ricorda di avere passato altrove questa stagione con sì radi e leggieri temporali, sì dolci e frequenti piogge, sì moderati e non punto molesti calori, così costante e soave temperatura. Bella quant’altra mai è la postura della città.

I Liguri, gente come potente in antico così a’ dì nostri potentissima, abitano una gran parte della Gallia Cisalpina, e nel bel mezzo di loro è collocata questa città che tanto poco si solleva sul piano quanto basta a poterlo avere soggetto, e distendendosi sulla china di un colle leggermente inclinato, solleva al cielo le frequenti sue torri, tutto all’intorno così libero e vasto avente il prospetto che più grande e più bello io non credo aver ne possa alcun’altra situata in pianura.

Senza quasi piegare la testa quindi i bei vigneti delle Alpi, e quindi tu miri i folti boschi degli Appennini onde in vaghi giri discende, e verso il Po si affretta il Ticino che dolcemente ne lambisce le mura, e le due rive congiunte da stupendo ponte marmoreo col rapido moto dei flutti suoi rallegra ed avviva, limpido e celere in modo meraviglioso, perocché quasi stanco da lungo corso, e trattenuto dalla vicinanza di un fiume tanto maggiore, esso qui arriva, e molto della nativa limpidezza debba avere a lui tolto l’unione di tante acque che riceve per via: ond’è che quasi al Sorga mio transalpino io vorrei pareggiarlo, s’egli non fosse che questo è maggiore, e quello per la vicinanza della sorgente più fresco è nell’estate, e nell’inverno è più caldo. E un’altra cosa avresti pure veduta che bella ti sarebbe sembrata per certo, come a me sembra stupenda, ed è la statua equestre di bronzo dorato eretta nel mezzo della piazza d’onde pare a pieno corso slanciarsi verso la cima del colle, tolta in preda in antico, secondo che dicesi, ai tuoi Ravignani; e che i maestri di pittura e di scultura affermano essere un capolavoro dell’arte. Ultimo non già di pregio, ma di origine avresti ammirato nel luogo più alto della città il grandioso palazzo che con immensa spesa edificò questo magnanimo signore di Milano, di Pavia e di altre molte circostanti città, Galeazzo Visconti, il quale come molti in molte cose, tutti supera, e vince nella magnificenza delle sue fabbriche.

Se a me non fa gabbo l’amore verso di lui, io credo che col tuo fine discernimento, opera nobilissima fra quante sono le opere moderne l’avresti tu giudicata, e che non solamente del cospetto a te per certo molto grato dell’amico tuo, ma dello spettacolo eziandio di cose non lievi, come disse Virgilio, sebbene magnifiche e grandiose, avresti preso mirabile diletto.

E sì che molto io ne prendo, e assai di buon grado qui fermo la mia dimora, e se cedendo alle cure che altrove mi chiamano, sarò fra poco costretto a partirne, purché il cielo mi conceda qualche altra estate di vita, tornerò volentieri a passarla in questi luoghi. Ma poiché così dispose fortuna, che la stanchezza delle sofferte fatiche, o il timor delle nuove, siccome dici, e la ristrettezza del tempo, e il voler della patria che ti affrettava al ritorno a me togliessero il dolce conforto di riabbracciarti, avrei almeno desiderato che una visita tu facessi al mio Guido Arcivescovo di Genova, ché lui vedendo potevi far conto di aver veduto un altro me stesso: tanto noi due fummo concordi ed unanimi fin dall’infanzia.

E ti so dire che avresti in lui conosciuto un uomo infermo del corpo, ma dell’animo così robusto, e così forte che diresti non essere al mondo persona di lui più vivace, e farsi manifesto per esso come una casa fragile e caduca ad un grande ospite possa porgere albergo. Egli è l’uomo veramente buono di cui vagheggiamo l’idea, tesoro in ogni età raro, ma nella nostra rarissimo, che assai mi duole non abbia tu conosciuto, e non tanto a te ne do colpa, quanto alla negligenza ed alla smemorataggine del nostro amico comune, che non doveva permetterti di passare in mezzo a quel gregge generoso, senza salutarne e conoscerne l’egregio pastore. Ma per passare dai rimproveri alle congratulazioni, lascia che alfine qui teco io mi rallegri dello aver conosciuti in Babilonia i pochi che morte m’ebbe lasciati, e prima che ogni altro il mio Filippo Patriarca di Gerusalemme, uomo, a dir tutto con poche parole, di quel titolo degnissimo, e degnissimo al pari di quello di Roma, se all’onore che merita sarà una volta, come è giusto, promosso. Di lui mi scrivi che dopo averti alla presenza del Sommo Pontefice e dei Cardinali che ne rimasero meravigliati, lungamente stretto al suo seno, e quantunque prima non ti conoscesse, per amor mio teneramente abbracciato, dopo mille affettuosi baci, amorose parole, e premurose inchieste intorno al mio stato, da ultimo ti commise, che mi pregassi di mandargli una volta il libro della Vita Solitaria, che or son tanti anni passati composi nella sua villa, ed a lui dedicai mentr’egli era vescovo di Gavaillon.

E affè che giusta è la domanda, e già da lungo tempo io quel libro ho compito. Ma Dio m’è testimonio che dieci volte, e più ancora m’adoperai ad ottenere che, se lo stile non n’era tale che dar potesse diletto alla mente e alle orecchie, la forma almeno della scrittura lo rendesse gradevole agli occhi: ma tornò vana ogni cura, inutile ogni studio che su vi spesi per i noti raggiri di quella parte del mondo letterario che sono i copisti, ond’io sovente mi lagno, e che tu conosci al par di me.

Pare incredibile a dirlo: un’opera in pochi mesi composta, non poté in tanti anni aversi copiata. Fatti ragione delle pene, della disperazione che si prova per opere più grandi. Or finalmente dopo tante premure riuscite a vuoto, nel partirmi di casa mia lo lasciai perché fosse trascritto tra le mani di un prete, le quali non so se mi si porgeranno sacre come quelle di un sacerdote, o ingannatrici come quelle di un copista. Mi scrivono gli amici esser già compiuto il voler mio: ma del modo non so finché non lo veda: e il conosciuto costume di coloro mi tiene in gran dubbio.

Perocché (mirabile a dirsi) sogliono costoro non copiare, ma scriver tutt’altro da quel che loro si mette d’innanzi: tanta è in loro vuoi l’ignoranza, vuoi la trascurataggine, o la inerzia. Or dunque io l’aspetto di giorno in giorno, e quale l’avrò tale a lui lo manderò ipso facto, perché tutta del copista abbia ad essere la colpa, e non mia.

A te poi insieme con questa mando la lettera che io ti scrissi già è un anno, e che, disperando ormai di riceverla, tu con amichevoli rimproveri ti facesti a richiedermi, alla quale un’altra ne aggiungo scritta in quest’anno, e da te non richiesta: ed in questa troverai quello che per avventura mi fossi dimenticato di dire nei quattro libri delle invettive da me dettati nel fervore di un’antica lite contro quei mostri d’uomini, che millantandosi di curarci ci spacciano, e ti sarà d’argomento ch’io punto non mi rimossi dalla mia sentenza. Scritte ambedue le vedrai di mano altrui, il che per lo innanzi mai teco non mi avvenne di fare, e da questo intenderai quanto io mi trovi per mille faccende stanco ed oppresso, se con te che sei quasi un altro me stesso, mi vedo costretto a parlare per mezzo d’interprete. E basti di questo.

Mi giunse prima del mio partir da Venezia quello che tu mi mandasti di tua mano copiato da Omero, e come alla tua gentile compiacenza ne fui allora molto grato, così mi dolse dell’inutile incomodo, che certamente non ti avrei procacciato, se avessi saputo quel che so adesso. Imperciocché non è già che io volessi conoscere quel che si faceva nell’Inferno de’ Greci: bastami il saper ciò che si fa in quello degli Italiani, e voglia Iddio che solo per detto o scritto altrui né mai per fatto nostro l’abbiamo a conoscere.

Era soltanto io curioso di vedere, come Omero nativo che fu della Grecia o dell’Asia, e quel che è più mirabile, cieco degli occhi avesse descritto i luoghi solitari d’Italia, e le isole Eolie, e il lago d’Averno, e il Monte Circeo. Ma poiché tu ti proponesti di mandarmi più tardi quella grande opera intera, ivi per avventura mi verrà fatto trovar quel che cerco; se non che me ne attenua la speranza il sentire che tu mi mandi tutta la Iliade, e non l’Odissea; mentre in questa appunto sta quello ch’io cerco. E non so intendere perché quella mi mandi intera, e di questa sola una parte, se pur non fosse che tu non l’avessi. Basta, vedrò come stanno le cose appena sarò tornato a casa mia, e ne farò subito trarre una copia, non volendo che tu resti privo di un tanto tesoro. Intanto a te ne rendo le grazie che so e posso maggiori, e sono in collera col nostro Donato che spessissimo scrivendomi d’ogni nonnulla fece pur male a non dirmi niente di questa, che doveva sapere esser per me cosa d’importanza grandissima, fatta ragione e d’essa medesima, e di chi a me la mandava.

Addio. Di Pavia, al 14 di dicembre.

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