Gli anni di #TwRafe

Giampaolo Squarcina, docente di scuola media nella periferia di Torino, spiega come applica TwLetteratura per leggere con gli studenti Scuola media: gli anni peggiori della mia vita, di James Patterson.

Giampaolo Squarcina - Lomography Sprocket Rocket. Pellicola Lomography CN 100. Scansione del negativo (24x72 mm).
 
Dopo aver visto gli esperimenti didattici di TwLetteratura, hai proposto ai tuoi studenti un gioco di lettura che ne adotta il metodo in creative commons per leggere da ottobre a giugno Scuola media: gli anni peggiori della mia vita di James Patterson. Posto che anche io ricordo quegli anni come i peggiori della mia vita, perché hai scelto questo libro?

Intanto perché anche io li ricordo come i peggiori della mia vita. A parte gli scherzi, il libro è stato scelto sia per il tema sia per la struttura. Il tema è molto vicino a loro, in quanto parla dell’impatto tremendo di un “primino” con la scuola media e del suo bisogno di scappare, in qualche modo. C’è dentro il bullismo, il rispetto ossessivo dei codici comportamentali degli adulti, i primi turbamenti sentimentali, la famiglia disgregata, il sentirsi inutili e isolati dal mondo… Avevo fatto già leggere il romanzo, quando uscì, in un altro ciclo scolastico e gli alunni ne erano rimasti entusiasti, si erano divertiti e avevano acquistato per conto loro le successive puntate della saga di Rafe. Mi serviva un libro che li ancorasse al loro vissuto e li facesse divertire. Strutturalmente, il libro ha tanti capitoli ma molto brevi: volevo che fosse un impegno leggero ma su tutto l’anno scolastico.

Insegni da alcuni anni nella periferia Nord di Torino, un luogo che conosci bene perché oltre a viverci lo inquadri con diversi obiettivi fotografici alla ricerca di un senso fra i ruderi post-industriali che la decadente città dell’automobile si è lasciata alle spalle. In che modo il contesto geografico e sociale influisce sul lavoro di un insegnante?

Moltissimo, perché l’azione di ogni scuola è calibrata sul territorio dove opera. La circoscrizione di Torino dove vivo e lavoro è quella con il tasso più alto di interventi dei servizi sociali; moltissime famiglie hanno problemi di vario tipo e la presenza di immigrati è massiccia. Non si può fare didattica in modo tradizionale in contesti simili, devi necessariamente modificare il modo di porti e di insegnare. Dal canto mio, insieme a altri colleghi, da tempo sono orientato a una didattica di tipo laboratoriale, capovolta, per sviluppare competenze spendibili nella vita di tutti i giorni. Specialmente in un contesto dove molte cose sono tristi, la scuola deve provare a essere un luogo di riscatto, un posto dove vieni e stai bene, magari imparando divertendoti.

Le professioni dell’editoria stanno cambiando: tu stesso, per molto tempo, hai lavorato in questo settore. Allora ti chiedo, un tipografo o un giornalista della carta stampata del Novecento cosa potrebbe insegnare oggi a ragazzi che non stampano nulla, ma trascorrono il tempo a decodificare i caratteri di Gutenberg nella loro versione digitale?

Intanto i ragazzi non stampano nulla, è vero, ma producono contenuti digitali: parecchi hanno un loro blog, alcuni scrivono racconti o romanzi su WattPad… siccome il futuro è senz’altro la produzione di contenuti in rete da parte di un po’ tutti, dobbiamo far capire loro che occorre soppesare le fonti, che non tutte le informazioni sono veritiere e che devo verificare cosa pubblico. Inoltre devo fare capire che la facilità del mezzo tecnologico non mi sottrae all’obbligo di una buona comunicazione che segua le regole della grammatica.

Ho l’impressione che in Italia alla crisi dei corpi intermedi corrisponda uno scarico di responsabilità sulla scuola, che di fatto diventa il luogo di frontiera su cui si concentrano molte difficoltà delle famiglie e dei cittadini. Cosa è cambiato allora dai tempi del “Diario di un maestro” (1972)?

Sicuramente la scuola è caricata di aspettative che non può soddisfare ma ciò avviene soprattutto perché la famiglia ha rinunciato alla propria funzione educativa che – vorrei evidenziarlo – è prevista nella nostra Costituzione. Se uno legge la Costituzione e il Codice Civile vede che il primo attore dell’educazione dei figli, il primo responsabile, è la famiglia; la scuola viene dopo ed è sussidiaria rispetto a questo. Purtroppo si sono intrecciati diversi fattori: il disimpegno politico e civile ha lasciato il posto agli “utenti-clienti” che, pagando le tasse, pretendono il prodotto “successo formativo” magari anche andando contro chi dovrebbe realizzarlo. Dagli anni ’70 non sono cambiate le situazioni difficili: forse sono anche aumentate e inoltre è venuta meno la partecipazione delle persone e – come dici tu – la rete di sostegno di partiti, sindacati, associazioni. Diciamo che o si recupera un patto di reale corresponsabilità tra scuola e famiglia o la scuola si trova a svuotare il mare con un cucchiaino.

Giampaolo SquarcinaGiampaolo Squarcina (@gsquarcina) è docente di Lettere all’Istituto Comprensivo Umberto Saba di Torino. Un passato nel settore dell’editoria e contraddistinto da un intenso impegno sociale, oggi è un fotografo amatoriale: condivide gli scatti con cui raffigura la periferia della città in Creative Commons su Flickr.

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