#3favole per la crescita

Il Festival della Crescita ha lanciato “Una crescita da favola”, un gioco di lettura e riscrittura di #3favole popolari cui parteciperà anche TwLetteratura. Intervistiamo Massimo Arcangeli, ideatore del gioco.

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Il Festival della Crescita, manifestazione che attraversa l’Italia per discutere del futuro con i cittadini, ha lanciato “Una crescita da favola“, un contest per riscrivere su Twitter tre favole che rappresentano paradigmi universali di crescita personale: Peter Pan, Pinocchio e Il Piccolo Principe. Abbiamo incontrato Massimo Arcangeli, linguista e sociologo della comunicazione, ideatore del gioco, cui parteciperà anche TwLetteratura.

In Breve storia di Twitter (Castelvecchi, 2016) hai svolto un ampio lavoro, a partire dall’approfondimento bibliografico, per dare traccia al rapporto tra un social network e la lingua. Se voltiamo lo sguardo verso il futuro, quale ti appare il destino di Twitter? In altri termini se a fare la lingua sono ancora i parlanti, a fare una piattaforma sono gli sviluppatori, gli utenti o entrambi?

Proprio un paio di settimane fa è stato annunciato (dopo quello di Instagram) il sorpasso di Snapchat, il più effimero dei social, ai danni di Twitter. Il problema principale di Twitter, poiché credo che le piattaforme saranno fatte sempre più dagli utenti, è la sua un po’ datata asimmetria, la sua struttura gerarchica. Le relazioni fra i suoi membri non esigono reciprocità: puoi avere un milione di follower e decidere di non seguire nessuno.

Con #14000DB, insieme alla Società Dante Alighieri, sei stato fra i primi in Italia a sperimentare le intersezioni fra Twitter, lettura e letteratura. In quel caso si trattava di riscrivere il Decameron di Boccaccio in twoosh, messaggi di 140 caratteri esatti. Cosa possiamo dire oggi di queste esperienze che vedono protagonista in Italia una diffusa comunità di lettori di testi letterari online?

Sono esperienze preziose. Ci avvicinano a testi del passato, compresi i grandi classici, avvertiti come sempre più distanti da noi, ed è perciò opportuno che siano continuamente ripercorsi, riattualizzati, rivitalizzati. Questo vale anche per un capolavoro universale come la Divina Commedia. Si perde com’è ovvio molto, se ne tentiamo una traduzione in un qualunque codice diverso da quello originale, per la naturale “ipertestualità” e la fittissima trama dei richiami intertestuali dell’opera dantesca. Ne guadagna però la fedeltà a una popolarità già antica, quella che faceva “cantare” la Commedia a chi, mentre la intonava (come il fabbro e l’asinaio della quattordicesima e della quindicesima novella del Trecentonovelle di Franco Sacchetti), la fraintendeva, la manipolava, la riscriveva. Il mio prossimo libro, in cui metterò insieme tutte le traduzioni esistenti – comprese quelle dialettali – dei primi 60 versi del primo canto dell’Inferno (per la loro efficacia ed autonomia narrativa), conterrà in appendice la loro “traduzione” in emoji.

Peter Pan, Pinocchio e il Piccolo Principe. Potremmo dire che alle “cinque p” del marketing è bene ogni tanto saper sovrapporre “cinque p” della cultura popolare? Cosa accomuna e cosa rende diverse tra loro le tre favole che hai scelto per “Una crescita da favola”? Cosa ti aspetti da questo percorso di approfondimento e di lettura collettiva nell’ambito del Festival della Crescita?

Potevano essere proprio cinque (con Pollicino e Pippi Calzelunghe), ma abbiamo poi deciso di limitarle a tre; tre favole accomunate dalla loro capacità di parlare a lettori di tutte le età, ma in modi narrativi, stilistici, antropologici profondamente diversi.

Emoji Pinocchio è un progetto di Francesca Chiusaroli, Johanna Monti e Federico Sangati che ha per ora portato alla traduzione del primo capitolo dell’opera di Collodi, e mi aspetto perciò quel che dicevo a proposito della Commedia: che in un momento storico di abbattimento di ogni diaframma, di ogni barriera conoscitiva o esperienziale (la contaminazione di ambiti e aree disciplinari, idee e istituzioni, organismi e strutture, forme e sostanze, non risparmia più nulla), esperienze del genere si moltiplichino.

Un autore che ci è caro, Pier Paolo Pasolini, invitava a non confondere sviluppo e progresso. Lo sviluppo, diceva, è “la creazione, la produzione intensa disperata ansiosa e smaniosa di beni superflui. Coloro che vogliono il progresso vorrebbero invece la creazione, la produzione di beni necessari”. Al di là delle opzioni lessicali, e oltre la lingua stessa, cosa è la crescita?

Nel giugno del 1957 la rivista Officina pubblica una Piccola antologia neo-sperimentale; a introdurla è proprio Pasolini, che oppone il suo sperimentalismo “etico” a quello “estetico” di neoavanguardisti come Edoardo Sanguineti. Quella di Pasolini era una guerra dichiarata alla condizione elitaria della poesia.

Crescita oggi, per me, vuol dire soprattutto due cose: adesione al nomadismo, al metamorfismo, all’estetica della dissociazione, della mescolanza e del continuum di chi abbia rinunciato in principio a ogni categorizzazione temporale e spaziale; ricerca di nuove forme, nuovi formati, nuove modalità di trasmissione del sapere che provino a riempire i vuoti prodotti dal tramonto dell’impegno, del realismo, dell’aderenza storica.

crescita-arcangeliMassimo Arcangeli (@MassimoArcangel) – Linguista, critico letterario, sociologo della comunicazione. Garante per l’Italianistica in Repubblica Slovacca, direttore o responsabile scientifico di numerosi festival culturali, collabora con varie testate giornalistiche e televisive. Il suo ultimo libro è Breve storia di Twitter (Castelvecchi 2016). Di imminente pubblicazione L’alba di un nuovo Medioevo. La comunicazione al tempo di Internet (Castelvecchi).

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