La speranza è un bambino magico

Maria Paola Colombo ha pubblicato quest’anno il suo secondo romanzo, dedicato all’immigrazione, alla povertà e allo sfruttamento. In quest’intervista ci parla della sua scrittura e ci svela il segreto per guardare avanti: stare insieme.

Maria Paola Colombo

Con Il bambino magico hai scritto una storia che parla dell’Africa e di immigrazione, ma fra gli argomenti che affronti ce ne sono alcuni più complessi, dal destino degli albini africani allo sfruttamento della prostituzione in Italia. Come hai fatto a non spaventarti di fronte a un’idea narrativa così articolata e densa? Dove hai trovato la forza per scrivere questo libro e tenerne insieme l’intreccio in modo coerente e coeso?

Mi spiace deluderti, ma quando ho cominciato a scrivere non conoscevo la direzione e l’intensità in cui mi sarei imbattuta. Non sono stata coraggiosa, ma incosciente: mi sono affidata al fiume della narrazione senza conoscerne fino in fondo le anse, le rapide improvvise e, neppure, la bellezza che avrei incontrato nell’inferno degli ultimi. Sì, il romanzo affronta temi di grande complessità, ma non ha la pretesa di abbracciarli per intero, di spiegarli o esaurirli. La libertà e la magia della narrazione risiedono proprio in questo: ad essere raccontate non sono l’umanità, la migrazione, la prostituzione, l’amore o la morte in astratto, con la loro inarrivabile grandezza, ma, piuttosto, la storia singolare di uno specifico uomo migrante, la vicenda particolare di una giovane donna tradita e sfruttata. È come conoscere la natura chimica del mare attraverso l’osservazione al microscopio di una sua goccia: in quell’unità brilla il riflesso del tutto, in un modo che lo rende vicino e comprensibile, rappresentativo eppure unico.

Ogni mio romanzo nasce da una domanda interiore, da un bisogno di sapere qualcosa che mi riguarda profondamente: così comincia il viaggio. Se sapessi già tutto non avrei bisogno di scrivere. Ogni volta è una partenza verso l’Ignoto, in bilico tra il desiderio di nuovi orizzonti di umanità e la paura di perdere le mie poche certezze. Io sono l’accogliente e il rifiutante, il povero e il ricco, il buono e il cattivo, la prostituta e lo sfruttatore. C’è in me, come nella goccia estratta dal mare, una particella di tutto ciò che è umano. In questo scavo non è tanto la coerenza a contare, quanto l’integrità: accogliere le contraddizioni, non semplificare è l’unica via per abbracciare la natura dell’uomo.

Gora e Moussa, i due protagonisti del romanzo, sono fratelli nella misura più estrema del termine. Vivono una simbiosi che nulla sembra in grado di rompere, neppure l’amore per una donna. In questo senso il tuo romanzo non è solo una riflessione sul presente, ma anche uno sguardo sulle possibilità del futuro. Per immaginarle, abbiamo bisogno del coraggio dei bambini? Oppure rischiamo di illuderci, e deluderci?

Gora, il primogenito perfetto, e suo fratello Moussa, il figlio albino e indesiderabile, sono come il dorso nero di una mano africana e il palmo bianco. La loro è una storia di fratellanza, ma è anche la metafora di come è fatto l’uomo: in ciascuno di noi c’è un’anima pubblica, il volto che mostriamo al mondo, il più possibile adeguato e conforme alle aspettative di chi ci circonda e, poi, c’è una parte più intima e fragile, quello che, in misura più o meno eclatante, ci fa sentire diversi. Dedichiamo molte energie a proteggere la nostra vulnerabilità, a schermarla e sottrarla allo sguardo del mondo. Eppure… Eppure quanto vorremmo essere “visti” nella nostra interezza, nudi di corazze, e, dopo, sentire rinnovato l’amore di chi ci guarda. Nonostante, e in forza, anche dei nostri lati meno nobili.

La storia di questi fratelli è la storia della ricerca dell’integrità e, anche, di come la vera forza arrivi proprio dal nostro lato più fragile. In questo i bambini sono grandi maestri, per almeno due ragioni: la prima è che non hanno paura di sbagliare, o ne hanno meno degli adulti. Così imparano ad andare in bicicletta: cadendo e riprovando. Gli adulti hanno il terrore di perdere la faccia, di risultare poco capaci, eppure l’errore è l’unica via dell’apprendimento e dell’esplorazione di sé. La seconda è che i bambini non si vergognano a chiedere aiuto, lo fanno continuamente. I grandi si trincerano dietro l’orgoglio, la necessità di essere forti (quanta debolezza in questa forza) e autonomi. Eppure tutti noi, a qualunque età, abbiamo bisogno degli altri. Da soli riusciamo a fare cose che, per quanto meravigliose, saranno sempre meno belle di quelle che riusciremmo a fare l’uno con l’aiuto dell’altro. Dobbiamo smettere di costruire piccole vite solitarie, dobbiamo spalancare le stanze della nostra esistenza e, insieme, immaginare e costruire il futuro. Ma anche solo coltivare la speranza, dunque un senso di concreta possibilità e le azioni necessarie a perseguire la visione, è difficilissimo se lo si fa da soli.

Immagino che scrivere questo libro ti abbia costretta a documentarti, a cercare informazioni e emozioni in luoghi che prima non conoscevi. Che cosa hai appreso allora dai tuoi personaggi? In che modo Il bambino magico ha cambiato il tuo rapporto con la scrittura, i lettori e i diversi intermediari che costruiscono l’esperienza necessaria per realizzare un libro? I confini del testo sono gli stessi del romanzo oppure muovono più lontano?

Il bambino magicoCominciamo dagli insegnamenti. Di alcune cose abbiamo già parlato: il senso di possibilità, il coraggio di provare e sbagliare, il bisogno dell’altro. Ma ci sono almeno altri due grandi luoghi di apprendimento che ho attraversato insieme ai miei personaggi: la forza e la libertà. Mi sono trovata a ripensare profondamente a cosa renda, davvero, un uomo o una donna forti: tra le mani, mano a mano che avanzavo nella storia, mi si sgretolava il mito della forza/successo/perfezione e si faceva strada l’idea della forza come risultato della sperimentazione della caduta e della propria fragilità, che necessita della vulnerabilità e della sua accettazione per essere davvero tale. E poi a Miriam, la donna protagonista, devo la riscoperta della libertà: siamo tutti molto più liberi di quanto non siamo disposti ad ammettere, ma quante volte la storia da cui proveniamo, invece di essere una preziosa risorsa, si tramuta in un vincolo, in un giogo. Quanta paura nell’aprire sentieri nuovi, quanti sensi di colpa nel lasciare la strada tracciata dalle madri e dai padri. E faccio in particolar modo riferimento alla strada “affettiva”, alla replica, di generazione in generazione, di un vissuto e, a volte, persino degli stessi errori.

Il mio rapporto con la scrittura è cambiato prima che arrivasse Il bambino Magico: è successo dopo il primo romanzo (Il negativo dell’amore), un libro nato con naturalezza e benedetto da tanta fortuna editoriale. Sono seguiti due anni di tentativi di scrittura, mentre intorno crescevano le pressioni e le aspettative. Ecco, il momento più importante è stato quello in cui ho cestinato un romanzo già scritto e sotto contratto, quando ho sentito che potevo – anche – non pubblicare più. Mai più se non avessi ritrovato l’urgenza che aveva accompagnato la stesura de Il negativo dell’amore. Appena ho compiuto questo gesto liberatorio è arrivato Il bambino magico.

I confini del testo sono molto più ampi di quelli del romanzo pubblicato, mi verrebbe quasi da dire che il romanzo è un “estratto” di viaggio. Per esempio la seconda parte è stata interamente riscritta, ne esiste una prima versione ambientata nelle baraccopoli dei raccoglitori di arance di San Ferdinando. E, forse, quel viaggio sta proseguendo nei luoghi e negli incontri che il romanzo ha attivato: mi ha condotto a scoprire A casa di Maru, un centro di accoglienza per donne vittime di violenza, mi porterà a Lampedusa a fine luglio e in Senegal a marzo del prossimo anno.

Vivi e lavori in una grande città del Nord, alla cui periferia ogni notte – e ogni giorno – va in scena un altro romanzo, quello dello sfruttamento e dell’indifferenza, che a volte poi si veste di una compassione finta e ipocrita. Nel frattempo, la xenofobia cresce, la mediocrità trionfa, i confini dell’Europa si chiudono, ritornano i fili spinati. Le primavere arabe sono finite nella dittatura. E allora, Maria Paola?

Allora non esiste un tempo migliore di questo: quando crolla un assetto culturale e societario, quando le problematiche sottotraccia esplodono, si crea una condizione di ineludibilità che ci impedisce di continuare a proteggerci dalla realtà. Siamo in un tempo di mezzo: è un corridoio, non una stanza. Occorre il coraggio di metterci in discussione e rimetterci in cammino. Il grande nemico che siamo chiamati ad affrontare non è la crisi economica, non è il terrorismo né tantomeno il fenomeno migratorio, piuttosto è il senso dilagante di impotenza. Abbiamo bisogno di coltivare l’ottimismo e la speranza, non in ottica di buonismo, ma come costrutti fondanti del pensiero creativo e dell’azione di ricostruzione. Ottimismo significa sentirsi protagonisti del proprio tempo, Speranza significa capacità di elaborare una visione di futuro e una strategia fatta di obiettivi concreti per coprire la distanza tra il presente e il futuro.

Senza questi due strumenti, l’uomo non si lascia trascinare alla deriva, frustrato e impotente, nella convinzione che nulla possa essere fatto e, quindi, che non abbia alcun senso agire. L’impotenza e la paura aprono la strada al ripiegamento su se stessi, all’odio per il diverso, inducono a cedere la propria libertà in cambio di sicurezza. Non dobbiamo mai dimenticare che le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo sperare attraversando due guerre. Ciascuno di noi è chiamato ad essere visionario e ricostruttore, nelle azioni della vita quotidiana. Ed ecco che torniamo ad uno dei temi già trattati: dobbiamo farlo insieme, costruire reti e alleanze. L’uomo che spera da solo, spera per poco.

Maria Paola Colombo 4Maria Paola Colombo (@Mariapaola1979) – Nata nel 1979, attualmente si occupa di gestione risorse umane. Con il suo romanzo d’esordio, Il negativo dell’amore (Mondadori, 2012), ha vinto diversi premi, tra cui il Flaiano e il Kihlgren.

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