A Finale Ligure arriva #TwImperatrice

Dal 20 agosto al primo settembre 2016 con #TwImperatrice leggiamo il monologo di Margherita Teresa d’Austria e le relazioni sul suo arrivo a Finale Ligure nel 1666. Si tratta di un progetto in Creative Commons con il Metodo TwLetteratura.

In cammino con #TwImperatrice

Dal 20 agosto fino al primo settembre 2016, con #TwImperatrice la comunità finalese e quella di TwLetteratura, oltre agli utenti di Twitter, conosceranno, riscriveranno e commenteranno il monologo di Margherita Teresa d’Asburgo e le relazioni di viaggio sul suo arrivo nel Finale nel 1666. Il 4 settembre, in piazza Aycardi a Finalborgo, alle ore 21, si terrà l’evento “L’incontro con lo storico” e la lettura dei tweet scritti dalla comunità.

Il Finale (1666-2016)

La lettura e l’approfondimento dei testi proposti si inseriscono negli eventi di In cammino con l’Imperatrice per la celebrazione del 350° anniversario del passaggio di Margherita Teresa d’Austria nel Finale. Nel 1666 per tale evento i finalesi si impegnarono a costruire l’Arco di Spagna, tuttora simbolo della comunità finalese, e la strada Beretta o dell’Imperatrice, che conduceva dal Finale a Milano, per permettere a Margherita di raggiungere Vienna agevolmente.

Ripercorreremo l’evento nelle seguenti tappe:

  • 1. Il 20 agosto 2016, esattamente 350 anni dopo l’evento storico, a Finale Ligure Marina ci sarà una rievocazione e un concerto con la partecipazione del gruppo di danza storica “Le Gratie d’Amore”, la compagnia d’armi “Flos Duellatorum” e il gruppo storico-militare “Carlo Emanuele II” e l’Ensemble Pro Musica Antiqua.
  • 2. Il 21 agosto le manifestazioni continueranno con un concerto organistico e vocale organo Carboni – Concone – Dessiglioli per l’Imperatrice della Basilica di S. Biagio, a Finalborgo: Silvia Badano, soprano; Mattia Pelosi, tenore; Paolo Venturino, organo e direzione.
  • 3. Il 4 settembre in piazza Aycardi, a Finalborgo, alle ore 21, avrà luogo l’incontro con lo storico e la lettura dei tweet scritti dalla comunità.
  • 4. L’11 settembre invece ci sarà l’occasione di mettersi veramente in cammino con l’Imperatrice, a piedi, da Finale Ligure a Bormida sulla sua strada immersa nella natura e tuttora percorribile.
  • 5. L’8 ottobre nell’Auditorium di S. Caterina, a Finalborgo, si terrà il convegno “L’Imperatrice triste: un incontro con Margherita Teresa d’Austria”.

Perché Margherita?

Perché la figlia del Re di Spagna, una ragazza adolescente e cagionevole, era ritenuta un elemento fondamentale per il Sacro Romano Impero asburgico? Perché Margherita fu tanto acclamata dai Finalesi? Perché costruirono per lei un arco di trionfo e una strada? Questi ed altri quesiti ci costringono ad interpretare diverse fonti storiche, comprese quelle che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, nei luoghi in cui viviamo, e di lì riflettere su visioni del mondo e azioni politiche radicalmente diverse da quelle attuali, e ciò ci permette di interrogare il presente in modo inaspettato e forse di capirlo.

Le regole del gioco

Giocheremo a #TwImperatrice su Twitter. Per partecipare, utilizza le abituali regole del
metodo TwLetteratura per il social reading. Leggi i brani che troverai nel calendario qui sotto e commenta ogni brano con osservazioni e emozioni personali nella forma di brevi messaggi di 140 caratteri, a partire da ciò che il libro ti suggerisce e da ciò che i lettori condividono su Twitter. Ogni tweet può commentare, riassumere, citare o rielaborare il testo. Inserisci l’hashtag #TwImperatrice in ogni messaggio seguito da slash (/) e dal numero in calendario per ciascun testo (es. #TwImperatrice/01 per il primo testo, #TwImperatrice/02 per il secondo, ecc.).

Il calendario

#TwImperatrice è un progetto che prevede la riscrittura di tre diversi testi, seguendo questo calendario condiviso:

    • 1. #TwImperatrice/01: Monologo di Margherita Teresa, di Gloria Bardi | Da sabato 20 a mercoledì 24 agosto.

      Mio padre mi chiamava “la mia allegria”: questo la dice lunga sulla sua tristezza. Lascio un padre che mi era cugino per raggiungere uno sposo che mi è zio.

      Lo chiamerò così, come l’ho sempre chiamato. Lo chiamerò zio.

      Mia madre ha deciso.

      Mio padre rinviava ma poi è morto.

      Le cose sono andate avanti, transitando sul suo cadavere. Il re di Spagna si decompone come un uomo qualunque.

      Mia madre ha passato la sua vita di regina a dare nomi ai figli e a seguire le loro esequie. Il cielo ha deciso che io sopravvivessi. E Carlo. Chissà perché?

      Sopravviviamo a stento, io e mio fratello piccolo, che ora è re di Spagna.

      Papà era convinto che lui non ce la facesse. Perciò rinviava queste nozze.

      La mia testa femminile poteva servire a casa, per appoggiarvi sopra la corona.

      Ma Carlo ce l’ha fatta. Perlomeno fin qui.

      Quant’era brutto, da bambino, Carlo! E resta brutto, anche ora che è re di Spagna. Gli pesa, la corona. Lo schiaccia. Lo mortifica. Lo fa sembrare un mostro, col mento da mastino dimagrito.

      Lui spiaccicato come una mosca sul trono di mio padre e io in viaggio. A farmi schiacciare dal macigno imperiale.

      Io, Infanta di Spagna, Arciduchessa d’Austria, Regina di Germania, Regina di Boemia, Regina d’Ungheria, e Sacra e Romana e Imperatrice.

      Ma barcollo, ho la tosse, sono pallida, non mi reggo in piedi.

      Raimondo Montecuccoli, generale, a cui Leopoldo affida quest’approdo, ha più cimento dalla mia salute che dall’esercito turco al San Gottardo.

      Infine arriverò, Vienna avrà finalmente la menina, la sposa in carne e ossa. Soprattutto ossa.

      Ho passato l’infanzia tra i mali e le pitture. Velazquez è in postazione, si prepari l’infanta. Perché l’infanta non è in posa? L’infanta è malata, si rimandi a domani. L’Imperatore è pronto, si prepari la sposa. Perché la sposa non è in nave? La sposa è malata. Si rimandi a domani.

      E si preghi. Senza sosta, si preghi. In ginocchio, si preghi.

      Ave Maria gratia plena dominus tecum. Madre de Dios, fatemi vivere. Madre de Dios, fatemi morire.

      Vergogna, Margarita, augurarsi la morte. Nemmeno da pensare. È bestemmia.

      Mio Dio mi pento con tutto il cuore. Mio Dio mi pento con tutto il cuore. Mio Dio mi pento.

      Pregate Margarita e intanto lasciatevi vestire. Gli abiti di seta damascata, con la vita ogni anno più stretta e la gonna ogni anno più larga, e le collane e i fiocchi tra i capelli, ogni anno più complicati. Stoffa bianca, azzurra, a righe, a losanghe, tessuto nero a lutto. Le dieci sottogonne, infilate prima una poi l’altra, le stecche del corsetto, agganciate, prima una poi l’altra… Velazquez era incontentabile.

      State rigida. Non vi muovete. Tenete ferma la mano. Non battete il ciglio.

      Quando è morto, lavorava al mio terzo ritratto, credetti di essere liberata dall’obbligo di posa e invece arrivò il genero, Martinez del Mazo. Poi ne arrivarono altri. I pittori si cambiavano e io ero sempre lì, a non battere ciglio.

      Leopoldo, vostro sposo, attende i vostri ritratti. Deve vedere in voi la grandezza di Spagna. Deve vedere in voi l’Imperatrice.

      Tre anni, cinque anni… dov’è la grandezza di Spagna?

      Tra poco, il primo approdo. Ho vomitato l’anima nel viaggio. Ho la testa che scoppia e i cannoni mi fanno paura. Lo so che sparano a salve, in mio onore. Ma il suono mi attraversa. Mi rimbomba in gola. Come i tamburi di Navarra. E gli archibugi di Castiglia. Sempre caricati a Salve.

      Ovunque vada, c’è qualcosa che mi spara dentro, per farmi onore. Io faccio come ho sempre fatto, mi do ordini: deglutisci e sorridi, Margarita, spargi benedizioni, sii orgogliosa. Andrai in Austria a dare il nome ai figli, come ha fatto tua madre. A seguirne i lunghi funerali, come ha fatto tua madre. E a morire, stremata, a ventidue anni che equivalgono a cento. Una soltanto rimarrà nel mondo, groviglio di sangui asburgici di poco futuro. Non potrai prendertela con il Cielo, Margarita, questo mai. Potrai prendertela con gli ebrei, questo sempre, perlomeno in Spagna.

      Scendo dalla nave con passo che vorrebbe essere imperiale ma è disorientato.

      Tu mi guardi, ragazza. I tuoi occhi gridano che il re è nudo. Non re: regina. Anzi, imperatrice. Brava, china lo sguardo così. Inginocchiati. Pensa, mocciosa: per me si costruiscono strade, si abbattono pareti nei palazzi, si allestiscono flotte, si mobilitano centinaia di persone, si erigono archi, si spostano mondi, si dividono mari. Basta che io passi e tutto mi si allarga dinanzi. Davanti a te, nemmeno le lucertole. Dietro di te, nemmeno una bava di lumaca. Io sono Storia, tu sei trasparenza.

      Passo e sorrido, sorrido e benedico, benedico e passo, passo e sorrido, sorrido e ingoio la mia tosse.

      Ma chiuderò la mia vicenda umana, sapendo che negli uomini troppo grandi della mia vita troppo breve, malgrado tutto e malgrado loro stessi, ho sempre suscitato tenerezza.

      Meine kleine Frau, la mia piccola donna: così mi chiamerà Leopoldo. Piangerà lacrime perfino troppo umane nella Cripta Imperiale, dinanzi al mio sepolcro. E intanto si darà da fare a contrastare Luigi, re di Francia, e a riprodursi come un toro da monta in nome dell’Impero.

      Io non ho pianto mio padre all’Escorial. Alla futura imperatrice non si addicono i sospiri e le lacrime. Come sempre, mi sono ricacciata tutto in gola e, come sempre, tutto si è trasformato in malattia.

      Mio padre non voleva che partissi. Mio padre voleva che rimanessi in Spagna. Mio padre mi chiamava “la mia allegria”.

      E questo… la dice lunga sulla sua tristezza.

    • 2. #TwImperatrice/02: Appunti di viaggio, di Raimondo Montecuccoli | Da giovedì 25 a lunedì 29 agosto

      Giugno

      S’è fatta racommodare una strada dal Finale a Milano (la Strada Beretta, o dell’Imperatrice), la qual era pessima, che appena vi si potea gire con lettiga, che ora vi si va agiatamente con carrozza; v’hanno travagliato da molto tempo 4000 paesani, minato delle roccie e riempito delle valli. S’è fatto far un ponte (un molo ligneo), che dalla spiaggia entra per molta lunghezza nel mare, accioché le galere vi possano approdare, e che Sua Maestà scendendo dalla Galera entri in seggetta (sedia portatoria), subito e senza incommodo, e passi al suo quartiere (alla sua residenza). Si fanno qui qualche Archi magnifici trionfali al Duomo, alle Piazze, alle porte della Città, e si userà tutta la magnificenza possibile. Stima che l’Imperatrice deva trattenersi da 7 a 8 giorni al Finale, per far venir insieme i carriaggi li quali devono venire dal Bolognese e da altri luoghi forestieri e che costano giornalmente per le caparre 1500 scudi. … omissis … Che la Republica (di Genova) scrisse duo anni sono in Ispagna ed offerse il porto e le galere per lo passaggio dell’Imperatrice, ma ch’ella non ha mai ricevuta risposta alcuna, anzi né meno notizia di tal passaggio, il che dinota gran disprezzo. Che in ogni modo ha la Republica anche di nuovo commandato in Savona che si prepari il Pallazzo per ricevere l’Imperatrice, e che gli siano consegnate le chiavi della città e dello Stato, per mostrare quest’atto di ossequio, e perché potria esser ch’ella non potesse dissimbarcare al Finale, spiaggia aperta, poco fonda ed inabile al dissimbarco, ad ogni picciola marea che faccia. Viene a visitarmi il fratello dell’abate Spinola, ch’è a Vienna, e il suo cognato. …omissis…. Arrivo al Finale, dove la fortezza (Montecuccoli arriva via mare, e le salve sono appunto dei “castelli del mare”) mi saluta con qualche tiro di cannone. Il Governatore mi riceve all’acqua in una carrozza, e mi conduce al mio quartiere ch’è in casa di Agostino Barbenio. Il Governatore si chiama D. Diego Almarada. Egli mi dà una Guardia di fanteria alla casa, ch’io ricuso. Vuol ch’io dia la parola, ch’io ricuso, mi regala di vini, ortolani e cose simili.

      Finale ha tre castelli: il vecchio, antica abitazione de’ Marchesi, ch’è nella sommità dei monti, fortissimo, non dominato, né soggetto a batteria, ma lontano del luogo. L’altro è fra questo e il luogo, fabricato 25 anni sono per tener in freno il luogo, e che viene quasi dominato e diffeso dal primo, si chiama San Giovanni. Il terzo, alla Marina, e domina il mare, e diffende il porto, ed un fosso è dinanzi, Sant’Antonio, pure del tempo del secondo, cioè da 25 anni a dietro.

      Alli 21. Vado a passeggiar alla Marina, strada bella nella valle fra monti.

      Alli 22. Vado a passeggiar alla strada nuova, che s’è fatta da Alessandria al Finale, in modo che vi possono addesso andar le carrozze: (e ciò s’è fatto per lo passaggio dell’Imperatrice Sposa, per opera dell’ingegniere Beretta, ond’ella è detta Strada Beretta), dove prima a gran pena vi andavano i muli. NB. Biasimano alcuni questa strada, quasi sia aperto all’inimico l’adito per potersi venire agiatamente per terra dal Piemonte con Cavalleria, ed Artiglieria; e da Marsiglia per acqua in una veleggiata, non essendo la distanza più di 70 miglia Italiane (una fazione vedeva questa strada pericolosa, in caso di attacco francese o sabaudo).

      Alli 23. Vado a passeggiare al Prato, luogo ameno lungo il torrente fra le valli verdi d’erbe, di viti, e d’arbori. Il Governatore di Milano, Don Luigi Ponce di Leon, giunge da Alessandria al Finale. Mi viene riferito che dall’Anno 1660 sin al tempo presente, sono stati imbarcati qui per tragittare in Ispagna ed a Napoli, da 38 milla uomini tra&’ quali sono stati da 6 milla Italiani a 6 milla Grigioni, e gli altri, cioè 26 milla uomini, sono stati Alemanni. NB. Tutta questa soldatesca trasmessa d’Alemagna, è passata per li miei ordini.

      Alli 24. Il Marchese d’Este vien a visitarmi, e mi dice che l’Engewaert perse assai dal concetto che s’avea dell’Armata Alemanna e Cesarea. Dicemi anche, Medina Las Torres esser stato l’unico il quale abbia tenuto saldo con la Regina per sposare l’Infanta all’Imperatore; perché tanto il Consiglio volea ritenerla in Ispagna, per assicurarsi contro i casi che avessero potuto succedere nella persona del Re fanciullo.

      Alli 27. Viene vascello di Denia, alli 17, il quale ragguaglia l’Imperatrice dover partire di là alli 20.

      Alli 28. Vado a spasso a Louano (Loano), feudo Imperiale del Principe Doria, 7 miglia Italiane distante dal Finale, luogo ameno in cui vi ha un bel Pallazzo del Principe, e amenissimo il Convento del Carmelo, degli Augustiniani, e dei P. Cappuccini. Il Principe vi batte moneta, per la qual la lega si forma in grandi piatine; queste si tagliano in lame; le lame si assottigliano passate sotto lo stensivo tirato da un cavallo: assottigliate si tagliano, si incidono rotonde. Incise, s’imbiancano, imbianchite si coniano, non già col martello all’uso comune d’Italia, ma con un torchio a mano. Coniate si mandano in Levante per cambiarle con mercanzie di collà. Mi bagno nella marina.

      Alli 29. Il Governatore di Milano mi trasmette lettere Cesaree e di Don Diego per mezo del suo Segretario, e mi fa con bella maniera insinuante ch’io starò in casa: pensa di visitarmi.

      Alli 30. Il Governatore di Milano m’invia altre lettere e mi fa pregare a desinare, onde desino con esso lui. Gran tavola di 24 o 25 persone e magnificamente trattate. Lo scalco (antica denominazione di chi aveva l’incarico di scalcare le carni prima che fossero servite in tavola; per estensione, chi ordinava e predisponeva un banchetto) sta in capo della tavola, io alla sinistra dello scalco, ma contro e lontano della porta dell’entrata: sta appresso di me Carlo d’Este. Il Governatore alla destra dello scalco, ma vicino alla porta dell’anticamera: il Gran Cancelliere a canto lui: onde la preminenza ne riviene a me, che sono anche servito dallo scalco il primo. NB. Il mare ligurino non ha flusso e riflusso.

      Luglio.

      Alli 2. Vado a bagnarmi nel mare. La mattina alla Madonna di Chia (Pia). Questo è un monastero di Olivetani dove stette alloggiato Carlo V Imperatore, e Clemente VII, e dove s’abboccarono (mangiarono) insieme.

      Alli 3. Vado a spasso per la Strada nuova fatta dal Finale ad Alessandria. Ella è assai amena in qualche parte, avendo dalle due parti belle culture di vigne, fichi, ulivi, castagne, e tal ora di grano. In qualche parte ella è montuosa e difficile, però vi si può andar con le carrozze.

      Alli 4. Viene l’Abbate Marchetti a visitarmi, e mi prega in nome del Principe Matthias d’andar un giorno a desinare con esso lui, ch’egli mi manderà una galera a pigliarmi. Ringrazio S.A. e ch’io ci anderò un giorno su queste barchette.

      Alli 10. Manda il Governatore di Milano ad avvisarmi che un corriero, venuto di Madrid, ha lasciato le lettere per lui a Milano, ed è passato a dirittura a Napoli. Le lettere sono di Madrid del 26 dello scorso, le quali sono giunte stamane verso il mezo giorno ed avvisano che la Maestà dell’Imperatrice era in Denia, con febbre terzana semplice, e ch’ella avea cavato due volte sangue. Lettere particolari al gran Cancelliere ragguagliano che al secondo salasso la febbre restò fuora, che il Re e la Regina aveano similmente avuto la febbre terza a Madrid, ma che n’erano rigguariti. Piglio la mattina cassia 1 oncia con polvere di cornaulineo gr. XXVI. Ho 6 sedie † 1 .

      Alli 14. Giunge qua la Squadra di Malta consistente in 7 galere la quale, inviata in Spagna ad accompagnare l’Imperatrice Sposa, piglia il corso collà per servirla, e per riscontrarla in camino. Si ferma un giorno qui vicino a far acqua, ed il Generale d’esse, Monsignor d’Elben, manda un Cavagliere Crivelli a farmi un complimento: e ch’egli saria venuto egli stesso in persona, ma che non può abbandonare le galere. Egli ha bisogno di spalmare le galere, ma non lo fa a Savona, perchè esse a cagion delle differenze co’ Genovesi, non entrano in quei porti. La Principessa Doria mi fa regalare di canditi di cedro esquisiti. Mi fa di nuovo offerte dell’abitazione a Louano.

      Alli 17. La Squadra suddetta di Malta, la quale si fermò per un poco di marea sin al dì d’oggi, comparve la mattina verso mezo giorno in faccia a questo fido del Finale, con tal ordine. La Capitana era nel mezo, e 3 galere su la destra, cioè l’estrema la Padrona, e tre sulla sinistra. Al moto della Capitana, o vogando con tutti, o con parte dei remi, o spiegando lo standardo e le banderole, o girando, o facendo altro, si governavano tutte le altre galere. La Capitana saluta i castelli con 4 tiri di cannone. Il castello risponde con 6 tiri. Poi le altre galere, ciascheduna tira 4 tiri in tal ordine. Prima la galera, ch’è sulla destra della Capitana, spara, poi la sinistra presso la Capitana fa pure i suoi tiri, poi la seconda su la destra, indi la seconda sulla sinistra, poi la terza su la destra ch’è la Padrona, finalmente la terza sulla sinistra. In tal ordine, con la prima verso al lito, si fermano le galere. Il Generale scende accompagnato da tutti i Capitani e Cavaglieri, scende con la felucca a terra; al suo discendere sparano i castelli 4 tiri d’artiglieria, e lo benvenuto al lito, dove, ricevuto dagli offiziali e Ministri principali, vien condotto dal Governatore di Milano a desinare. La mattina, prima ch’egli Generale venga al Finale, io mando il Carolosky a complimentare lui. Il Cavagliere Traundorff viene a visitarmi.

      Alli 18. Visito per di dentro il castello di Genova (Gavone), il qual è situato sopra una roccia viva e occupa quasi tutta la sommità, ha valli profonde. All’intorno mura grossissima ed altissima, si che si può dir fuora di batteria e fuora di mina. Vi è a ridire che le troniere e feritoie non sono basse abbastanza per scortinare orizzontalmente (dicemi il Sergente maggiore che la roccia, dentro alle torri, non permette d’approfondirsi di più con dette feritoie), e che quelle di sopra parimenti non [il testo originale risulta totalmente corrotto in più punti] sono che per l’artiglieria, e la moschetteria vi ha poco luogo, onde bisogneria dar più pendio e acclività alla superficie delle mura. Quel poco che vi resta di vacuo da porvi il nimico piede, sarà anche addosso occupato con qualche di fuori. Visito l’altro castello più abbasso, S. Giovanni, il quale può battere il Borgo e la valle d’un lato. Egli è picciolo e ha gli angoli esteriori acutissimi, essendo fatto in angoli rientranti; ma quando si considera che la batteria può nocergli poco, poco anche gli sarà di danno l’acutezza degli angoli; egli è similmente situato sopra roccia viva.

      Alli 19. Visito li tre castelli alla Marina, cioè Castelfranco, Nunziata, S. Antonio; il primo lungo il mare sopra una roccia, come gli altri due su le roccie, e S. Antonio più eminente di tutti. Si communicano insieme per una quasi falsabraga di pietra, fatta ad angoli rientranti. Hanno le diffese corte ed elle però difficili a discoprirsi al piede. Gli angoli esterni sono ancora molto acuti, massime al Castelfranco lungo il mare, dove le due punte possono però esser battute dall’artiglieria nimica. Egli è ben vero che nel resto sono la più parte fuora di batteria per l’abbasso, se non è S. Antonio, il quale ha un monte vicino che lo domina un poco; ma si consulta d’occuparlo con qualche strada coperta, oltre che la distanza è tale, che in mura grosse non può far breccia, e poi egli è anche difficile l’accostarvisi.

      Alli 23. D. Louis Ponce di Leon va a visitare il Padre Massimiliano, mio fratello, indisposto, ai Dominicani; e nei corridori del chiostro discorriamo molto, insieme passeggiando. Dice egli fra l’altre cose, parlandosi della guerra in Portogallo, ch’egli da prima già consigliò che la guerra si facesse, e si stringesse il Portogallo per acqua e non per terra perchè: … omissis …

      Alli 29. Il Tenente Generale Beretta viene a desinare meco. …omissis …

      Alli 31. La mattina, manda D. Luigi il suo aiutante a dirmi, che ieri sera giunse una felucca da Barcellona, con avviso che sabbato passato, giorno de’ 24, destinato alla partenza di S. Maestà, ella fu ritoccata, d’un poco di alterazione, onde si sospese la partenza, ma che subito partiranno, di là ragguaglieranno con altra quello che ne seguisse, ch’egli Don Luigi non mi communicò ieri sera la nuova, poich’ella non era buona.

      Al 1°. Vien il Gran Cancelliere a visitarmi, e mi dice che alli 21 l’Imperatrice Sposa si rissentì d’un poco d’alterazione, la quale tornò a farsi sentire alli 23. Onde la sera stessa de’ 23 scrissero l’Albuquerque e D. Vincenzo Gonzaga, e ne diedero parte, e questi scrisse a molti altri da 20 lettere, onde si vede non esservi inganno che su’l chiudere delle lettere scrivono, che anche l’Albuquerque si poneva in letto con un poco di febbre. La felucca parti la mattina de’ 24, e giunse qui la sera de’ 30. La Contessa di Evial, vedova di tre mariti, e che fu dama di Corte ed educò l’Augustissima Sposa, e che sta in Valenza, da dove può esser nello spazio di 4 giorni in Barcellona, arrivò, e s’ella fosse stata in Madrid, in 10 giorni è stata sostituita in luogo della Contessa di Benevento, per Cameriera Maggiore; che s’è di già aggiustato che le due felucche dell’Armata del Re, l’una sia stata sempre in Barcellona, per esser a tutte ore spedita qui con gli avvisi neccessari, mentre che l’altra ritorna, e così avremo acceleratamente, ogni otto giorni, avvisi freschi. Si spera che il male dell’Augustissima Sposa non sarà lungo, e che in fra otto giorni, o verrà, o si piglierà altra rissoluzione, onde qui in fra tanto nissuna cosa si altera, o innova. Mi dice il Gran Cancelliere da parte del Governatore, io non tacci delle commissioni del Windischgrätz. Ch’egli Governatore non desidera altro che il pieno e puntuale servigio di Maestà Cesarea, e che a questo scopo ha indiretto in questa matteria delle dissensioni fra Mantova e Modena, ogni suo studio ed opera. Si corre anche all’altro scoppo, che le cose d’Italia rimangano quiete, e che sotto a questo pretesto non entrino turbolenze, e ciò per via di compromesso e d’arbitrio amichevole, e per compatizione. Che vedendosi addesso entrarvi il Giudice Supremo per decidere d’autorità, si dubita che mostreranno tumulti, e che i forestieri potriano introddurvisi, la qual cosa non pare esser meno di servigio di S. M. Cesarea, la cui autorità s’impegna e s’espone ad esser disprezzata e non esser obedita, com’è successo altre volte, e forse non vi saranno forze pronte per mantenerla violentemente e per coazione. Che tutto ciò fa rappresentar a me, come a Ministro di S. M. Cesarea, e suo amico di cui egli fa molta e grande stima; e ch’ègli non dubita che Sua Maestà Cesarea commetterà a me la suprema direzione del negozio. Aggiunge che il Gran Cancelliere fa che gli non dubita che il Governatore resti perciò molto turbato, e che questo gli dimostra il credito in Italia, e che l’Imperatore dubiti della sua fedeltà, destrezza, e applicazione, e che veramente né di Mantova né di Modena, non si può troppo fidarsi in Corte Cesarea. Io gli rispondo in genere, ch’io non sono avvertito dalla Corte di cosa alcuna; che questa rissoluzione di spedire qui Commissione è contraria a quella che si era presa quand’io mi trovai in Corte. Ch’io non so quali motivi s’abbia avuto di nuovo, e doppo la mia partenza a ciò fare. Ch’io ne scriverò in Corte, ma che le lettere vanno tardissime e che ne parlerò anche col Windischgrätz. Che a me non può esser data alcuna incombenza in questo negozio, perchè l’unica alta commissione, ch’io ho di riverire l’Imperatrice Sposa, è troppo nobile per contaminarla con altro che sia, e perché l’Imperatore giudica che a quest’ora io deva esser già in via di ritorno alla sua Corte Imperiale; ch’io credo che la Commissione sia in modo tale data al Windischgrätz, ch’ella abbia più tosto ad accrescere l’autorità del Governatore in questo negozio, che a diminuirne il credito.

      Alli 9. Il Conte Windischgrätz giunge al Finale, mi fa sapere la sua venuta, ed io mando a complimentarlo: la sera egli viene a visitarmi. … omissis …

      Alli 17. Verso le 22 ore della sera, giunge da Cadaques il corriero di Vienna, il quale dice che l’Imperatrice dovea sicuraniente ritrovarsi la mattina de’ 15. Egli corriero era partito di là da Cadaques alli 14, portava lettere dal Cardinal Colonna e dal suo Segretario, scritte da Barcellona de’ 7.

      Alli 19. La mattina viene felucca da Firenze, la quale accusa d’aver lasciata l’Imperatrice a Villafranca, porto di Savoia, lontano 60 miglia del Finale, e mi apporta lettere del Cardinal Colonna, in data di quel porto de’ 18.

      Alli 20. Verso le 18 ore, cioè una ora postmeridiana all’oriuolo Alemanno, si scoprono le Galere all’isola d’Albenga, ond’io spedisco le mie lettere all’Imperatore e a’ Ministri di Vienna, che l’arrivo di S. Maestà succede alle ore 22, e scende alle 23, nel calar del sole. Si pongono guardie uguali alli quartieri del Colonna, all’Albuquerque, Governatore di Milano, e mio. Vengono le Galere in bellissimo ordine di battaglia, la Reale di Spagna, sopra della quale l’Imperatrice nel mezo, due vascelli sulla destra, e due nella retroguardia, le Galere di Malta tengono l’ala dritta. Giunta la flotta a mez’ora del Finale, li castelli tirano salve con l’artiglieria, e salutano l’Imperatrice. Giunta la detta flotta al tiro del cannone, fanno i castelli la seconda salva. L’ordinanza nello sfilare è tale: Almirante, ch’è la Capitana di Firenze, galera Sinziglia, Reale di Spagna, Capitana di Malta, di Sicilia, di Sardegna, Duca di Tursis. Poi le Palmore, secondo l’ordine delle Capitane. Poi le Galere ordinarie. Li Vascelli, che sono cinque dei Genovesi, stanno addietro. La Reale è tutta dorata ed anche i remi. L’Imperatrice sbarca alle 23 ore, e qui si fa la terza salva de’ castelli, poi la fanno le Galere ed i Vascelli. Le Galere sono 32, essendone rimaste due in Barcellona per la Cameriera Maggiore. Scendendo l’Imperatrice di galera, ella va a piedi sul ponte sin all’Arco: quivi s’inginocchia e prega. Poi si mette in carrozza con l’Albuquerque, la quale fa l’offizio di Cameriera Maggiore. Ride, e vedesi gioviale e bella: la precede una carrozza dentro la quale sono l’Albuquerque, i fratelli, e il Governatore di Milano, e così va al suo quartiere. In passando dalle piazze, ed entrando alla porta dove stanne soldatesche, tirano le solite salve. NB. lo osservo tutte queste cose da luoghi molto opportuni, e non sono nel corteggio perché nella prima disposizione fattasi che l’Imperatrice andasse in sedia, li cavaglieri doveano servirla ora a piedi, or a cavallo, e scoperti, fuor che Albuquerque, il quale copriva come Grande, il Governatore di Milano, come Governatore (perché chiunque commanda nel luogo dove si fa la funzione, ha questo vantaggio, così fu a Catanea quando la Regina passo, e cosi al Pateville, commandante in Valenza), e il Duca di Sesto come Grande. Oltre ch’io non era ancora conosciuto e legitimato alla Corte, né mi era potuto informare dall’Albuquerque, per la comparsa dei vestiti e altro. E presentatomi una volta in Corte all’Imperatrice, io non potea più visitare privatamente il Duca, né omettere nella prima visita il Cardinale. Io mando a fare un complimento al Cardinal Colonna, il quale era venuto innanzi al corteggio, ed era ito al suo quartiere dei Domenicani facendogli chiedere della sua salute, rallegrandomi del suo arrivo, e che subito avuta l’Audienza dall’Imperatrice, andrò a riverirlo. Egli s’era già messo in letto, e mi fa rispondere con ogni civiltà. Mando anche nella medesima forma a complimentare l’Ambasciatore di Spagna per Germania, il quale mi manda a ringraziare per il suo Segretario, e mi fa dire che gli dispiaceva di dover subito partire e riportarsi sulle Galere, poiché essendo quelle le Galere di Firenze, che doveano convoiar qui da Savona il Principe Matthias, gli bisognava girsene a Vienna. Mando similmente a complimentare il Duca d’Albuquerque, e a chiedergli Audienza privatamente, ed egli mi fa dire ch’egli sta in Corte e che mi aspetta nell’anticamera, dove io subito mi trasferisco; quivi ci mettiamo a sedere appresso alla finestra su due muricciuoli, lo complimento, gli do la lettera credenziale, gli espongo la commissione ch’io ho all’Imperatrice, chieggo Audienza, e con quali vestiti, o di nero di colore, io abbia a comparire; gli espongo la strada, il luogo dell’Entrega (consegna), chieggo per le donne Alemanne, rappresento il bisogno di accelerar il viaggio, desidero di sapere il numero, e il trattamento delle persone della Corte di S. Maestà a ragione dei carriaggi, degli alloggi, delle provigioni etc. etc. Egli mi risponde molto civilmente, si diffonde nel zelo che ha per il Servigio Imperiale, scusa la tardanza sulla malattia della Imperatrice, che desidera rissarcire quello che s’è trascurato, ch’egli è venuto in 3 giorni da Barcellona qui, cosa non più udita; s’estende nelle lodi della mia persona, nella soddisfazione ch’egli ha di conoscermi, che il Pötting, Leslie, e il Padre Confessore, siano testimoni quanto egli abbia sempre parlato di me nel Consiglio di Madrid, e cose simili. Poi soggiunge che parlerà coll’Imperatrice per l’Audienza. Ch’essi depongono il lutto solo doppo l’Entrega: ch’io faccia come nella nostra Corte e che pigli vestiti di colore, che la Tenda è il luogo dell’Entrega, sta benissimo, che in tutto bisogna osservare quello che si osservò nell’occasione e l’Imperatrice Maria defunta venne, e che la Regina Vedova Madre andò; che per ciò le Dame Alemanne non abbiano ad intervenire quivi, ma aspettar a Vienna. Ch’egli affretterà il viaggio al possibile, ch’egli non chiede di trattenersi punto in Milano, purché sappia che il Principe di Dietrichstein sia in pronto al luogo dell’Entrega, e che si farà così presto come li Commissari Imperiali, già che il Governatore di Milano riferisce che li carriaggi saranno pronti, e che i Veneziani hanno di già concesso il passo, che solo il Dietrichstein scriva, quando egli pensa d’esser là. Io rispondo, che vi possono esser subito, perché erano tutti in pronto, egli e il Cardinal d’Harrach, e ch’io stesso subito, spedito di qui, partirò per le Poste e solleciterò per avvisar il Duca. Egli dice che le Dame che l’Imperatrice conduce, non sono se non quattro, numero che condusse l’Imperatrice Maria. Doppo egli va dentro dall’Imperatrice, e mi riporta che l’Audienza sarà alle 5 ore della sera, perché S. Maestà si vuole un poco discansare (spagnolismo: riposarsi). Veggo poi nell’anticamera l’Ambasciatore per l’Allemagna e lo complimento in voce.

      Alli 21. La mattina manda da me il Duca d’Albuquerque il suo Cavallerizzo a complimentarmi, ed intendere come io sto, e mi fa dire ch’egli saria volontieri in persona da me, se non fosse ch’egli non può abbandonare il Pallazzo e il servigio di S. Maestà. Io rimando poi a ricomplimentar il Duca. Verso le 5 ore di sera, mando a vedere a Pallazzo s’egli sarà l’ora dell’Audienza. Il Duca mi fa dire che fra un quarto d’ora sarà tempo. Intorno a quel punto manda un paggio a dirmi che S. Maestà riposava, e che però io non dovea stancarmi di venire anzi tempo, ma ch’egli m’avria fatto sapere quand’io dovessi venire. Un’ora doppo mi manda il paggio ad avvisarmi, ch’io possa venire quando mi piaccia. Vado in Corte, mi fermo un poco nell’anticamera, e sono introddotto udienza con li tre gentiluomini, che sono meco. L’Imperatrice è a sedere molto basso e forse sopra cuscini o altro, le dame in piedi all’;intorno appoggiate al muro, il Duca d’Albuquerque a canto alla Regina coperto, e così anche più vicino alla porta, il Governatore di Milano. Io entro (essi si levano il capello e poi se lo rimettono), faccio le tre riverenze, espongo il complimento e l’ambasciata dell’Imperatore, do le lettere, e l’imperatrice risponde: “Io leggerò le Lettere”. Poi complisco di nuovo, e gli porgo le lettere dell’Imperatrice Vedova e delle Arciduchesse, ed ella replica che leggera; s’inchinano poi ciascheduno dei miei gentiluomini, l’uno dietro all’altro, e io dico all’Imperatrice chi sia ciascheduno di loro. Poi esco e escono i gentiluomini; e l’Imperatrice si ritira nell’altra camera. Albuquerque esce, mi tira da parte, e mi dice che cosa mi pare dell’Imperatrice, e che la vedrò ancor meglio quando ella uscirà, perché nell’Audienza ella stava col lume alle spalle, ond’io non poteva ben vederla.

      Poi mi chiede come l’imperatore vuole, che l’Imperatrice tratti i Principi e gli Ambasciatori che la riveriranno, e che gli hanno scritto ch’io glielo communicherò. Io gli rispondo l’imperatore non aver determinato altra cosa se non che, sin tanto che l’Entrega non sarà seguita, e che l’Imperatrice sarà in mano dei Signori Ministri di Spagna, seguino il cerimoniale ch’essi troveranno più conveniente; replica Albuquerque, che altra cosa è trattarla come Infanta di Spagna, e altra come Imperatrice, e che l’imperatore potea facilmente ordinarlo. Io soggiungo che quando ancora si fosse ordinato in genere, era difficile provvederne così a puntino a tutto, che non fossero accorsi casi imprevisti, individuarli, che non poteano comprendersi nell’instruzione, onde avria bisognato aver un ministro apposto, la qual cosa avria cagionato confusione, ond’era meglio rimettere tutto all’arbitrio dei Signori Spagnuoli. “Dunque, replica Albuquerque, V. Eccellenza mi dice, in nome dell’Imperatore, ch’io seguiti quello ch’è stato concluso dal Re, e dalla Regina nel nostro Consiglio?”; Dico di sì. Ei rinova a dire che bisogna che li Ministri Imperiali sieno senza dilazione, ai confini, a ricevere l’Imperatrice, sì perchè la salute dell’Imperatrice potria patire, e le strade farsi cattive, si perché le spese sono state eccessive, e continuate più di quello che si pensava, onde i mezi mancano. L’istessa Imperatrice sollecita il viaggio, e saria volontieri appresso l’Imperatore. Io rispondo che ciò non sortirà la minima dilazione. Gli do poi la lettera del Cameriere Maggiore, ed egli mi chiede che posto egli abbia, s’io sia del Consiglio di Stato, quanti sieno consiglieri, chi sia l’ultimo etc. Gli faccio il saluto del Conte di Schwartzenberg, ed egli dice volergli scrivere. Intanto L’Imperatrice esce e si mette in sedia, viene portata giù dalle scale, ai piè delle quali ella smonta, e si mette in carrozza con l’Albuquerque. Essa Imperatrice è bianca, e assai colorita, ha gli occhi vivi, il viso un poco lunghetto, capegli un poco biondi, e tutta ha scolpita l’aria dell’Imperatore, e più del defunto Re de’ Romani. Ella ha però le membra delicatissime, dove il Re le avea grosse e ripiene, compì li 15 anni a Denia, o a Barcellona; ella è un poco picciola, e dicesi d’una spalla un poco alta. Va ai Cappuccini. Io mando poi doppo a chieder Audienza dal Cardinal Colonna, il quale mi fa fare esquisiti, ma scusasi d’un poco di accidente che gli era venuto in Chiesa, nel voler dar l’acqua benedetta all’Imperatrice. Ebbi anche un’altra contrarietà con Gianettino Doria, Generale delle Galere di Napoli, perchè avendogli il Cardinale mandato a donare quattro vasi d’argento, Gianettino se n’era offeso, e parlato alteramente contro di lui, quasi egli Cardinale non sapesse i termini che si usano con un tal Generale.

      Alli 22. La mattina mando di nuovo a vedere come sta il Cardinal Colonna, e per l’Audienza mi fa dire il Mastro di Camera, che il Cardinale non avea dormito tutta la notte, e che allora egli riposava. Che mi restava infinitamente obbligato, e che quando il Cardinale avesse potuto ricevere visite, egli Mastro di Camera me l’avria fatto sapere. Verso il mezo mando di nuovo a vedere com’egli sta, facendogli dire, che mentre io non posso aver l’onore di vederlo, che non voglio in ogni modo differirgli più il bene di risapere li benignissimi saluti di Sua Maestà, mandandogli le lettere Cesaree, ed aspettando io poi quando sarà suo commodo ch’io tosto lo visiti, perchè desidero di sbrigarmi quanto prima per riportar alla Maestà dell’Imperatore le buone e sicure nuove dell’Augustissima Imperatrice. Il gentiluomo inviato gli consegna poi ancora la lettera del Camerier Maggiore. Il Cardinale mi fa dire dispiacergli infinitamente di non esser in stato di poter vedermi, che allora avea preso un lavativo; ed il Mastro di Camera dice, che se potria esser in stato la sera, me lo farà sapere. Mando poi al Duca d’Albuquerque, ed alla Duchessa, per aver un’ora a mio commodo doppo mezo giorno per l’Audienza. Mi fanno dir esser il giorno del parossismo dell’Albuquerque, e che me lo faranno sapere. Viene poi da me il Segretario del Cardinale a far le sue scuse, e mostrare il sentimento ch’egli ha di non poter vedermi addesso, ma che se potrà ricevere l’onore, me lo farà sapere. Verso la sera viene il Segretario del Duca d’Albuquerque, il quale mi dice, esser il Duca nel parossismo, e non poter ricevere l’onore della mia visita, ma che la riceverà domattina, e mi porta due lettere per l’Imperatore, Harrach, Dietrichstein, Schwartzenberg, Lamberg.

      Alli 23. La mattina mando a far i miei complimenti al Padre Confessore dell’Imperatrice, ch’io poi volontieri andrei a visitarlo, e recargli i benignissimi saluti di S. Maestà, ma ch’io sto aspettando di gire dal Signor Duca d’Albuquerque, e d’esser spedito con le lettere della Maestà dell’Imperatore, doppo le quali subito partire, e che però la celerità del viaggio mi scuserà presso di lui. Viene il Padre Confessore (Padre Francescano) a vedermi, mi ringrazia del saluto mandatogli, s’inchina all’Imperatore e mi dice l’Imperatrice essersi allegrata molto di vedermi, ch’ella è un angelo nella beltà e nei costumi, ch’ella è più grassa naturalmente, ma un poco smagrita a causa del viaggio. Verso il mezo giorno vado a licenziarmi dall’Albuquerque il quale giace in letto: ma mi si dice nell’anticamera ch’egli si muta di camicia, ed aspetto un poco e poi entro. Mi fa grandi accoglienze ed essibizioni in Italia, in Ispagna, e nel Consiglio. Mi dice che questa sera su ‘l tardi, vuole l’Imperatrice di nuovo vedermi, e darmi le lettere per l’Imperatore. Io gli chieggo s’ella non mi ammetterà al bacio della mano; egli risponde ch’egli dirà che chieggo ciò per favore particolare, e ch’ella me lo permetterà, e mi farà sapere l’ora, quand’io devo andare. Essagera poi la passione ch’egli ha per il servigio dell’Imperatore, e dell’Augustissima Sposa. Si lamenta che non gli sia partecipato in quest’occasione il Cerimoniale della Corte Cesarea, per trattar i Principi che vengono a riverire l’Imperatrice, li quali par che abbiano ragione di chiedere d’esser trattati addesso al modo che saranno trattati a Vienna; che il Duca di Savoia ed il Principe Matthias di Toscana sono in pretensione d’Altezza, che l’Imperatrice non può darla e che, mancando gli ordini di Vienna, egli deve seguire lo stile di Spagna, e cosi egli ha gran disturbi. Che i Grandi di Spagna non trattano d’Altezza se non i Principi Sovrani, che abbiano Stati. Chiede poi de’ Ministri dell’Imperatore, dei carichi del Principe di Dietrichstein, e ch’egli debba far questo e venire a’ confini, né che si dovea fermar a Vienna. Chiede dell’Essercito, e dice che il Re di Spagna pagherà 200 milla scudi l’anno, 20 milla per mese (assegnati su le Rendite di Napoli) per l’intrattenimento dell’Arme, purchè l’Imperatore prometta, che rompendosi la guerra tra Spagna e Francia, anche l’Imperatore la romperà. Io riconosco la neccessità di questa buona corrispondenza fra le Case d’Alemagna e di Spagna. Quanto ai negoziati con Portogallo, dice che l’Ambasciatore Inglese non era ancor giunto a Madrid, quand’egli ne parti, ma che doppo è arrivato, e s’è data la Commissione d’intendere le proposizioni al Pignoranda, Duca Medina las Torres, e Padre Confessore, e che lìudito abbiano poi da riferire in pieno Consiglio, accioché non vi siano equivoci come l’altra volta. Quanto al Nunzio Apostolico, in vece del Chigi, mi dice che di qua non daranno risoluzione alcuna, ma che la rimettono a Madrid; dicemi poi che il suo Segretario mi darà una lettera dell’Imperatrice all’Imperatore, la qual lettera dev’esser allegata alla sua dell’Albuquerque, scritta a S. Maestà, che vi si riferisce. Li miei gentiluomini vanno a veder desinare l’Imperatrice, la quale mangia nella medesima stanza e nel medesimo luogo dov’ella mi diede l’Audienza: nissun entra se non quelli che la servono; ci era il Governatore di Milano col capello in mano, e subito che li gentiluomini comparirono nell’anticamera, il maggiordomo Marchese de la Gandia e di Ponar, li fece entrare. L’Imperatrice era a sedere sopra i cuscini, la tavola è molto bassa, la dama ch’è a rimpetto all’Imperatrice, servendo sta a ginocchioni si come sta l’altra dama che dà a bere quand’essa serve della coppa, e così sta anche a ginocchioni il paggio che toglie la coppa. L’Imperatrice è allegra, ha faccia solare, e gioviale, e festiva, rimira a tutto: mangia nel modo come l’Imperatore, e poca frutta. Verso la sera vado in Corte, dove l’Albuquerque mi fa accoglienze grandissime, s’essibisce a servirmi da per tutto, e mi dà 4 lettere dell’Imperatrice per l’Imperatore, l’Imperatrice Vedova, e le due Arciduchesse. Poi mi dice che hanno aggiustato col Principe Matthias d’esser trattato come Grande di prima Classe, cioè tre rodillas (genuflessioni con rotazione del braccio), e poi ritirarsi e coprire, ch’io lo dica all’Imperatore, e ch’egli Albuquerque ha guadagnato questo, collo star saldo per il punto che i Ministri dell’Imperatore hanno fatto male di non avvisare qui i trattamenti che si doveano fare. Il Governatore di Milano si trova similmente quivi, e mi fa mille accoglienze, e ch’egli stima assai la fortuna d’aver conosciuto un Cavagliere in cui s’accoppiano tante gran qualità. Poi si lamenta di Windischgrätz, il quale dice ch’egli Governatore cerca d’impedire che Modena non l’accoglia, operando egli tutto in contrario, e protestando al Cardinale che la sua amicizia non può stare, mentre che sia contraria agli ordini Cesarei: che s’egli avesse voluto provedere altramente, l’avria detto chiaro, e non dissimularla non essendo quest’atto di Gran Ministro, ma da piccioli. Doppo, l’Imperatrice vien nella Camera dell’Audienza, ed io esco nella bussola dove stanno meco anche li miei gentiluomini, ed il maggiordomo mi dice che la Sua Maestà mi darà la mano: sì che quando S. M. è in ordine come prima, entro e faccio le tre riverenze fin in terra, e all’alzare gli bacio la mano, e la supplico de’ suoi benignissimi commandamenti. Ella mi dice di salutare l’Imperatore. Mi levo e mi metto da un canto, sin che li miei gentiluomini gli hanno fatto riverenza l’uno doppo l’altro, e doppo l’ultima riverenza ne faccio siepi alle dame. Il Duca viene fuora ad accompagnarmi sino alla porta della sala, mi chiede s’;io commando altro. Chieggo di vedere la Duchessa, alla quale mi introducono per la porta di dietro, ella si mette a sedere sopra i cuscini, e fa sedere me sopra una sedia. La complimento in mio nome, riferendomi a quello ch’io so, m’avria commandato l’Imperatore se avesse saputo ch’ella si trovasse qui. Doppo i complimenti, gli do la lettera della Monaca Domenicana per S. Maestà, alla quale ella mi dice che la consegnerà. Poi mi licenzio. E venendo alla scala, trovo di nuovo il Duca il quale mi fa nuovamente mille accoglienze, e dice che il Principe di Dietrichstein venga subito. All’un’ora di notte manda da me il Cardinale il suo Segretario: mi complimenta, e mi fa dire che scriverà poi all’Imperatore, e che manderà la lettera sotto mia coperta. Che tutto il suo desiderio maggiore, è di condurre sana e salva S. Maestà, e consegnarla alli Deputati Cesarei. Il Governatore di Milano viene a vedermi, e m’assicura della e leale amicizia con una infinità di complimenti.

      Alli 24. La mattina parto sovr’una felucca dal Finale, presso Savona, piazza fortificata. Veggo quivi vicino in un casino, il Principe Matthias. Arrivo la sera a Genova.

      Alli 25. A Voghera.

      Alli 26. A Milano.

      Alli 27. A Pallazzolo.

      Alli 28. A Torbole.

      Alli 29. A Bolzano.

      Alli 30. A Inspruck: quivi riverisco le Arciduchesse, poi alli 31 m’imbarco a Hall, e giungo la sera a Rottenburg.

      Al primo di Settembre a Mihldorff.

      Alli 2. A Ascha.

      Alli 3. A Stein.

      Alli 4. La mattina a Vienna.

    • 3. #TwImperatrice/03: Testimonianza di Domenico Gallesio | Da martedì 30 agosto a giovedì 1° settembre

      Determinato dalla Maestà della Regina Nostra Signora la partenza di Madrid dell’Augustissima Sua Figlia e Sposa dell’Imperatore Leopoldo Primo e pubblicata per li 28 aprile del Corrente Anno come seguì: fece avisato il Sig. Luis De Gusman Ponçe de Leon Governatore e Capitano Generale del Stato di Milano, e come il suo sbarco doveva seguire nella spiaggia del Finale; a questa notizia l’Eccellenza Sua con quel zelo e puntualità, che suole abbracciare gli interessi spettanti alla Catholica Monarchia, diede gli ordini oportuni acciò restasse la Maestà Sua servita con quelle maggiori finezze che potean farsi dalla debolezza di quelli Fidelissimi Suditi a tal effetto inviò al Finale il Tenente di M.ro di Campo Generale, Gasparo Beretta Ingegnere Maggiore dell’Esercito, acciò pensasse a facilitare la strada che dal Finale porta al Stato di Milano per l’horridezza di Dirupi et Inacessibili scogli al viaggiare Impraticabile, in essequtione di che assistito dal Signor Maestro di Campo Don Diego Elguero Albarado Cavaliere del Ordine di Calatrava Governatore del Marchesato di Finale aprì una buona Strada che dal Borgo di Finale per monti asprissimi porta sull’erto degli Apenini, longa quindici miglia larga dapertutto diecidotto piedi, talmente agevolata che dove prima non polteva haver secur transito un sol Cavallo adesso così comodamente Tragittano Carrozze a sei che non sentino l’inacessibilità de Monti sull’erto de’ quali, con non Ordinaria Maestria è stata formata, abbellita con quattro vive surgenti d’aque raccolte in nobilissime Fonti a magior Commodità de’ viandanti perfetionata nel Termine di giorni venti, havendole questo Marchesato con suoi Continui Operari e Guastatori contribuitole l’Opera di diecidotto milla giornate. Invigilando intanto l’Eccellenza Sua a Tutti quelli apparechie che dovevano servire a Sua Maestà Cesarea nella Città di Milano stabilito quanto doveasi esseguire al suo arrivo; intese che già s’avicinava l’Imperatrice Sposa a luoghi di Candia, e Denia destinato al suo imbarco; perciò sincaminò anch’Egli verso il Finale, e passando per la nova strada riguardola, come parto della sua generosità applicandosi a fare che nel Finale si ritrovassero quegli Esquisiti apparechi che la strettezza del Paese potea permettere per servire all’Augustissima Sposa per alloggio e ricevimento della quale il Governatore del Finale havea esquisitamente già fatto addobare il Palazzo Imperiale et il Marchesato, fatti alzare due superbissimi Archi di Materia uno nel Borgo a fronte della strada, che porta al sudeto Imperial Palazzo alto palmi 51 largo palmi 21 sopra del quale è posta la statua della Maestà, Ornato dell’Armi Imperiali, Regie, di quelle di Sua Eccellenza e del Marchesato dipinto con diverse Imprese ch’aludono alla grandezza di questa Augusta Heroina; che pur sarebbe stato in machina maggiore se l’angustia del sito l’havesse permesso. L’Altro eretto alle Trincee della Marina, di vastissima Molle sul disegno dell’Arco già in Roma inalzato alle glorie di Vespasiano, pur ornato di diverse statue et imprese situato alla vista del Mare, di dove incominciava un Ponte di legno che entrava in Mare quasi palmi 200; longo in tutto palmi 348 largo a proportione a guisa di Galeria circondato dì Balaustri dipinti tanto ben ordinato che, nel sbarco che seguì il giorno de venti Agosto nella spiaggia del Finale la Maestà Sua, servita da numeroso stuolo di Galere, ch’ascendevano al numero di 32 e d’altri vascelli d’Alto bordo dalla Poppa della Real Galera tanto riccha, che da per tutto la parti compariva adorna di ricami e tele d’oro pose il piede nel Ponte sudetto Salutata da Triplicata Salva Reale fatta da Castelli Franco, Gavone, S. Giovanni, dall’Infanteria e Militie schierate al Lido del Mare, squadronata nella detta Piazza della Marina e da tutte te Galere che con sventolanti Fiamme applaudivano al felice sbarco di Sua Maestà che mossa, da quella natural Pietà, ch’è propria della Casa Austriaca indrizzò i suoi primi passi ad una Altare situato sotto l’istess’Archo, dove adorò il Segno della Santa Croce, assistendo a questa Fontione il Vescovo di Savone come Ordinario di questo Marchesato che poi con Tutto il Clero e Regolari processionalmente accompagnò la Maestà Sua alla Chiesa di S. Giovanni come, la più vicina, per ivi renderle grazie al Re De Regi del suo salvo Arrivo, di dove poi partendosi, entrata in Carrozza, accompagnata dalla Signora Duchessa D’Albuquerch come Cameriera Maggiore s’incamminò verso il Borgo corteggiata dal Sig. Duca D’Albuquerch Maggiordomo Maggiore, da Sua Eccellenza il
      Governatore di Milano et Altri Infiniti Cavalieri, e giongendo alla Porta dalla sudetta Eccellenza le furono presente le Chiavi della Piazza applaudendo nuovamente con Real Salva li Castelli Gavone, e S. Giovanni all’Imperiale Ingresso, come fecero la Compagnie di Fanteria Italiana, che si ritrovavano squadronate a Capo delle strade e piazze di dove passò Sua Maestà per andar all’Imperial Palazzo di che mostrò la Maestà Sua particolare gradimento; essendo soggiornata in Finale per il spazio d’undici giorni continui dando segni d’ogn’intiera sodisfatione commodamente albergata con tutta la sua Corte, e quelle di Tanti personaggi che la seguitavano abondando il Finale d’isquisitissime Vetovaglie; facendoci ogni giorno vedere mangiare publicamente, andando quasi ogni giorno a spasso, hora visitando Chiese, hora ad altre ricreationi, nelle quali è stata sempre assistita dalla pontualità del sudetto Signor Governatore di Milano, che con non Ordinarie Maniere in laute merende facea spiccare la sua Generosità; Nell’hore del Giorno determinate diede le publiche Udienze al Prencipe Matthias Generale, Montecuccoli, Prencipe e Principessa d’Aria, a gl’Ambasciatori e Ministri inviati Dalla Città e Città del Stato di Milano com’anch’al Governatore del Finale Capitano di Giustizia Fiscale e Sindici del Marchesato; partendo poi verso Milano il primo Settembre Tutta giuliva accompagnata da un’innumerabile Equipaggio di Carrozze, Letiche, Cavalli, Muli, e Carri per il Bagaglio.

    Il primo testo è il Monologo di Margherita Teresa, una riscrittura teatrale moderna di Gloria Bardi, che evidenzia i sentimenti e la visione del mondo dell’imperatrice in base ai dati storici. Il secondo testo è invece una cronaca del tempo, tratta dagli appunti di viaggio del grande stratega Raimondo Montecuccoli, che soggiornò a Finale per supervisionare il passaggio dell’imperatrice. Il terzo testo è la testimonianza del canonico Domenico Gallesio, incaricato di redigere la relazione del viaggio. I testi di Montecuccoli e Gallesio sono stati messi a disposizione da Giuseppe Testa.

    #TwImperatrice è un progetto realizzato in Creative Commons con il metodo TwLetteratura da Benedetto Vicini e dal Gruppo di Lavoro per la Valorizzazione e la fruizione sostenibile del patrimonio storico, culturale e paesaggistico del Finale (Valp) (Licenza 3.0 | Attribuzione | Non Commerciale | Non Opere Derivate).

    I personaggi del tempo

    Per dare inizio alla lettura e alla scrittura ci saranno i personaggi storici che direttamente dai loro account Twitter interagiranno con i riscrittori:

    • Imperatrice Margherita Teresa d’Austria: @TwMargherita.
    • Raimondo Montecuccoli: @TwMontecuccoli.
    • Duchessa d’Albuquerque: @TwAlbuquerque.
    • Luis De Gusman Ponçe de Leon, Governatore di Milano: @TwPonce.
    • Un abitante di Finale: @TwFinariensis.

    Ma attenzione, non è detto che non ne spuntino di nuovi durante la riscrittura.

    Da sabato 20 agosto la lettura e la riscrittura è aperta, lo starting tweet di @TwMargherita darà il via al cammino con l’Imperatrice su Twitter.

    Benedetto ViciniBenedetto Vicini – “Vicini, ti do un sei alla carriera”: questo è stato il commento con cui il professore di Italiano gli ha assegnato l’unica sufficienza piena in tre anni di temi liceali. Si è laureato in Lettere con 110 e lode. È noto per il suo disordine, i suoi black out, ma anche per la sua lucidità nelle emergenze e la sua capacità di risolvere i problemi esistenziali. Dal 2007 insegna nella scuola pubblica e in istituti privati. È iscritto al corso di dottorato “Mujer, escrituras y comunicacion” dell’Università di Siviglia. L’ultima cosa che ha fatto nella sua vita, in accordo con sua moglie e i suoi figli, è stata iscriversi alla Scuola di Narrazioni Arturo Bandini (2016), in cui ha appreso alcune qualità fondamentali del gioco della scrittura e ha anche scoperto quando la scrittura non è gioco, ma riguarda la vita, sociale e civile, delle persone. Fa parte del Gruppo di Lavoro per la Valorizzazione e la fruizione sostenibile del patrimonio storico, culturale e paesaggistico del Finale (Valp).

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