Affrontare scenari distopici con l’arte e la ricerca

In questo periodo di isolamento forzato, la direttrice artistica di Eutopia Dystopia, Inga Gerner Nielsen, condivide un protocollo da lei sviluppato per sperimentare l’arts-based research a casa propria.

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Quando abbiamo iniziato il training degli studenti per il progetto Eutopia Dystopia nell’autunno 2019 è come se ci fossimo portati avanti nell’ideare modalità artistiche con cui affrontare uno scenario distopico. Con questo articolo vorremmo condividere i risultati e i metodi di arts-based research di Eutopia Dystopia che si sono rivelati utili nell’attuale scenario distopico in cui ci siamo ritrovati a solo pochi mesi dalla performance Your Past Belongs to Them Now. Uno di questi è un protocollo online che puoi utilizzare per sperimentare l’arts-based research nella tua stanza. 

L’arts-based research di Eutopia Dystopia

Nel mese di marzo, sono stata a una conferenza all’Università di Malta organizzata dalla School of Performing Arts. Il tema dell’incontro era Performance Knowledges: Transmission, Composition, Praxis. Io sono intervenuta per presentare un’installazione artistica delle storie e dei materiali scultorei sviluppati nelle interazioni con il pubblico della performance svoltasi al Polo del ‘900 di Torino. È stata un’opportunità fantastica per riflettere sulle conoscenze nate dalla realizzazione di Eutopia Dystopia insieme a un gruppo internazionale di oltre cento artisti e ricercatori. Ognuno di essi impegnato nell’esplorare e comunicare la potenza della conoscenza artistica che accumuliamo a livello corporeo nelle performing arts.  

Molto influenzata a livello emotivo dall’estensione del lockdown che stava per coinvolgere Malta all’inizio della conferenza, ho deciso di aprire la mia presentazione con il racconto dello scenario sviluppato per Eutopia Dystopia. Per il progetto avevamo immaginato che uno shock energetico globale avesse causato la perdita completa di internet e di tutti i dati digitali. Durante i tre giorni di performance al Polo del ‘900, abbiamo sperimentato come un gruppo di giovani potesse integrare l’arte immersiva con metodi di ricerca qualitativa. Una combinazione di metodologie che è diventata il punto di partenza per creare un nuovo archivio storico di ricordi basato sulle storie personali che le persone hanno condiviso con loro in incontri ravvicinati.

In questo modo, la performance è diventata un tributo ai valori umanistici. Ha enfatizzato l’importanza dell’archivio storico e dello storytelling in uno stato di crisi. Un archivio che ora sentiamo debba includere l’esperienza soggettiva e corporea. Un archivio non basato interamente sulle parole, ma anche sulla rappresentazione materiale attraverso la scultura o il corpo. Nella mia presentazione ho posto all’uditorio la stessa domanda che avevo fatto ai ricercatori coinvolti nella sessione di future studies back-casting organizzata con FRidA (il Forum della Ricerca di Ateneo dell’Università di Torino) per sviluppare lo scenario del progetto lo scorso settembre: 

“Che cosa comporterebbe per il tuo ambito di lavoro la perdita di tutti i dati digitali? Come lavoreresti? – domanda che si è immediatamente trasformata in: “Che cosa comporterà per il tuo ambito di lavoro l’impossibilità di muoversi? Come lavorerai?

Oggi, il lockdown dovuto al Coronavirus rappresenta, in un certo qual modo, una situazione inversa rispetto al nostro scenario. Ora tutte le nostre interazioni devono basarsi sulla comunicazione online e sui dati digitali. Ma, in un certo senso, il gruppo di Eutopia Dystopia ed io sentiamo di essere comunque un po’ preparati per una rottura come quella che stiamo vivendo. Perché con Eutopia Dystopia abbiamo sviluppato una visione di come l’arte e la ricerca qualitativa possano restare un elemento vitale a ricordarci chi siamo dopo una crisi globale. Nella performance abbiamo esplorato come le tecniche immersive possano indurre lo storytelling. Ad esempio, come il tocco di un oggetto possa sbloccare un ricordo di vita quotidiana. O come, accompagnandoti nel raccontare la storia di un attraversamento di confine e stimolando al contempo sensi diversi, i performer possano condurti verso la sensazione fisica di viaggiare muovendo semplicemente le tue dita su un pezzo di tessuto. 

Un approfondimento online sull’arts-based research di Eutopia Dystopia

Se non hai avuto modo di sperimentarlo durante la performance al Polo del ‘900, potrai comunque avere un’idea approfondita di come funzionano queste interazioni. Il professor Falk Heinrich di RELATE (il Research Center for Art & Technology dell’Aalborg University) sta per pubblicare un video articolo sulle tecniche immersive di Eutopia Dystopia. Con due sue ex studentesse, Dagmar Bille Milthers e Christine Hvidt Grønborg, Falk è stato a Torino per analizzare come abbiamo usato le tecniche di intervista qualitativa per produrre i contenuti artistici della performance. Hanno scelto di utilizzare il materiale video dell’installazione per accompagnare visivamente le descrizioni fatte dai performer su come avevano incontrato e guidato i partecipanti. Nel complesso, il format del video articolo crea una cornice poetica in cui le riflessioni accademiche si fondono con le sensazioni artistiche dell’installazione. 

Un video non potrà mai sostituire la sensazione fisica di essere guidati personalmente e con cura da un performer seduto al tuo fianco. Tuttavia è davvero una fortuna per noi avere a disposizione queste riflessioni e la documentazione digitale dell’interazione. Ci permette ora di condividere il lavoro di Eutopia Dystopia, anche se per parecchio tempo dovesse essere impossibile incontrarsi di persona. Fin dall’inizio, il nostro progetto ha cercato modalità per unire gli strumenti digitali online con l’esperienza sensoriale dell’incontro umano diretto in una performance immersiva. Durante la fase preparatoria e la performance, gli studenti di tutta Italia hanno potuto partecipare al progetto attraverso un’attività di social reading sulla app Betwyll. Lì, hanno potuto commentare e condividere con noi le proprie riflessioni sullo scenario che avevamo immaginato per il 2039 e su una serie di testi chiave della letteratura europea. Abbiamo anche utilizzato dei metodi per continuare a collaborare online con i performer di Eutopia Dystopia negli intervalli tra le prove. E ora siamo felici che uno di questi si sia rivelato particolarmente adatto alla condivisione in questo momento di isolamento. 

Un protocollo per sperimentare l’arts-based research nella tua stanza

Per esplorare le modalità artistiche di ricerca sui ricordi, abbiamo utilizzato un protocollo che ho sviluppato come parte del corso di Art & Technology in Arts-based Research in cui insegno. Si tratta di una semplice guida per sviluppare un’indagine artistica su un ricordo personale direttamente a casa tua. Quindici minuti al giorno, per un periodo da cinque a sette giorni. Il protocollo è stato reso disponibile sul sito della Danish BMMK-initiative come spunto di attività artistica per gli studenti danesi in isolamento. Ora lo pubblichiamo anche qui, così che anche chi non parla danese possa provarlo: 

  1. Un ricordo. Scegli un ricordo difficile da esprimere a parole.   
  2. Un mezzo. Scegli un unico mezzo di espressione artistica o cambia mezzo ogni giorno. 
  3. Ricerca. Esprimi l’esperienza attraverso il mezzo scelto, per 15 minuti al giorno per 5 giorni. 
  4. Documenta. Assicurati di documentare il processo. Se crei un manufatto, sarà questa la documentazione. Nel caso di suoni o movimenti, assicurati di registrarli. 
  5. Condividi il tuo metodo e le conoscenze che hai sviluppato. Organizza visivamente il tuo processo e scrivi come hai scelto di approcciare il lavoro. Se possibile, cerca di descrivere cosa è successo all’esperienza del tuo ricordo.  

Se vorrai condividere il tuo lavoro con inga@houseoffutures.dk mi farà molto piacere. 

L’idea del protocollo mi è venuta leggendo l’approccio dell’artista e arte-terapeuta Shaun McNiff all’utilizzo della creazione artistica come modalità per fare ricerca sull’arte. Il suo consiglio per un lavoro di questo tipo è di optare per la semplicità. Ho sviluppato il protocollo, con l’assistenza di Dagmar Bille Milthers, per dare agli studenti un’idea di come – seguendo la struttura rigorosa di un protocollo di ricerca in combinazione con la creazione artistica – si possa arrivare ad esplorare in profondità un’esperienza che i mezzi scientifici tradizionali potrebbero non rendere visibile. 

Questo mi riporta a ciò su cui avremmo dovuto riflettere insieme alla conferenza di Malta: le proficue combinazioni tra arte performativa e ricerca. Molte di queste riflessioni non ho potuto sentirle, perché la conferenza, pensata su tre giornate, in realtà ha dovuto chiudere il primo giorno, poche ore dopo il mio intervento. Ora dovrò esercitarmi da sola in quello che di solito facilito per altri. Chiuderò gli occhi per viaggiare nel tempo e nello spazio. Per sentire com’era stare seduta in quella bellissima sala conferenze dell’Università di Malta e ascoltare con enormi aspettative in attesa di incontrare gli altri partecipanti. Ricordare la presenza dei loro corpi e le loro stimolanti riflessioni. Sentire l’incoraggiamento che deriva dal sapere di essere così in tanti a dedicarci all’arte, alla ricerca e allo storytelling.

La cosa migliore che ho fatto da quando sono rientrata in Danimarca è di stare in contatto con i performer di Eutopia Dystopia. Molti di loro hanno avviato un nuovo protocollo. Se sei curioso di provare, puoi dare un’occhiata a come hanno scelto di utilizzarlo guardando le nostre stories su Instagram o questo video realizzato dalla performer Chiara Berard

Per me, l’aspetto affascinante non è tanto il cosa viene prodotto, quanto il come ciascuno di loro ha scelto di farlo. Adoro poter accedere alla percezione altrui. Notare i piccoli dettagli di come si ricorda. Cercare di sentire cosa si è fatto in quel momento della propria vita.

Nel caso decidessi di unirti alla nostra ricerca, ti invito caldamente a condividere il tuo lavoro. Anche se siamo soli nelle nostre stanze, l’arte ci garantisce la possibilità di farci trasportare ciascuno nel mondo dell’altro. E di ricordare che ci troviamo in questa situazione insieme.

EUTOPIA DYSTOPIAInga Gerner Nielsen è laureata in sociologia e in Arts in Modern Culture. Ha co-fondato i collettivi Club de la Faye e Fiction Pimps e l’associazione futuristica House of Futures. Il suo lavoro artistico e scientifico muove dal desiderio di esplorare e strutturare il modo in cui le persone vivono e riflettono sul mondo. Occupandosi di sociologia, ha sviluppato nuovi metodi qualitativi per documentare e studiare l’esperienza soggettiva dell’arte performativa e le situazioni sociali che rappresenta. È assistente di Performance Design alla Roskilde University e tiene corsi su strategie immersive, documentazione di performance e metodi di ricerca. Di recente ha insegnato Art in Context all’Universität der Künste di Berlino e New Performative Practices al DOCH, Stockholm University of the Arts.

Eutopia Dystopia è un progetto biennale realizzato con il sostegno di  Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito del bando CivICa, progetti di Cultura e Innovazione civica.

 

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